R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Fa uno strano effetto dover prendere atto, in piena estate rovente, che il miglior album jazz di questi primi sei mesi del 2026 – insieme allo spregiudicato Hoodies dei New Jazz Underground – sia un lavoro invernale nel vero senso della parola. E non mi riferisco solo al titolo – Winter Songse nemmeno all’età non più primaverile del suo autore, il bassista statunitense Steve Swallow – leggi qui e qui – classe 1940. Arrivato ad una fase della propria carriera in cui molti musicisti tendono a riassumere il passato, Steve Swallow sceglie invece di approfondirlo, promuovendo Winter Songs verso una forma quasi d’intimità domestica, un raccoglimento tra il calore degli oggetti e dei volti più familiari. L’album in questione non si presenta come un bilancio conclusivo né come una celebrazione della propria storia artistica. Appare piuttosto come il tentativo di individuare un luogo interiore stabile, quasi un modo di cercare un habitat nel quale la musica possa continuare a esistere nella sua forma più necessaria e sincera. Qualcuno ha forzato un po’ la mano, nel rilevare alcuni tratti luttuosi di questo album, essendo stato registrato nel 2024, l’anno dopo la scomparsa di Carla Bley, sua compagna d’arte e di vita.

In realtà Winter Songs è un’opera riflessiva, persino a tratti ironica e che sembra aver raggiunto una forma di essenzialità maturata nel corso del tempo. Il basso elettrico di Swallow, suo strumento d’elezione, possiede una tipica voce elastica, capace di guidare l’insieme degli altri musicisti senza bisogno di enfatizzare la propria presenza. Registrato a New York, l’album riunisce una formazione che possiede tutte le migliori credenziali per comprendere fino in fondo il linguaggio del leader. Chris Cheek e Mike Rodriguez lasciano che il sax tenore e la tromba emergano come presenze importanti ma non invadenti, mentre Steve Cardenas e Gil Goldstein costruiscono un elegante dialogare di chitarra e piano, capace di sostenere col suo moto rilassato ogni sviluppo melodico, sia autonomo che gestito primariamente dai fiati. Il batterista Adam Nussbaum, dal canto suo, conduce il ritmo insieme a Swallow con un senso di raffinato distacco, lavorando sulla sobrietà. Al centro rimane naturalmente l’Autore, interprete di una musica che sembra provenire dai tempi d’oro del jazz, tra il primissimo Miles Davis e Duke  Ellington, con qualche riferimento a Monk, come si percepisce ad esempio in Eight e un po’ meno in Four. Le sue linee melodiche non cercano l’affermazione individuale ma preferiscono strutturare il paesaggio sonoro dall’interno, offrendo punti di riferimento che appaiono e scompaiono con estrema naturalezza. Le nove composizioni numerate che costituiscono il programma sembrano appartenere a un unico racconto frammentato. Le melodie affiorano lentamente, producendo sonorità accolte ed accettate dall’orecchio con una certa semplicità, spesso sbiadendo i toni invece di accentuarli, finendo per generare una continuità narrativa che rende l’ascolto particolarmente coinvolgente. Ci si muove all’interno di una morbida trama sonora, nella quale ogni dettaglio trova la propria collocazione senza creare attriti di sorta. Le improvvisazioni non interrompono il percorso, rappresentano piuttosto delle intrusioni delicate, necessarie per ampliare il significato dei temi. In questo senso Winter Songs sembra configurarsi come una raccolta di piccoli oggetti preziosi, apparentemente semplici, che rivelano progressivamente livelli sempre nuovi di profondità. Ogni brano custodisce un carattere specifico, ma l’intero album mantiene una sorprendente coerenza interna, come se tutte le idee derivassero da una medesima sorgente poetica. Particolarmente toccanti risultano alcune ballate fermacuore, costruite con una misura quasi disarmante, come ad esempio in Five. Qui emerge la grande qualità della scrittura di Swallow, dove tutto appare controllato, persino i passaggi più lirici, producendo un impatto emotivo profondo. Nell’interazione tra i musicisti si definisce un vero e proprio equilibrio acustico, nel quale ogni voce conserva autonomia senza compromettere l’equilibrio generale. I solisti intervengono a turno con eleganza, con una compostezza quasi borghese, mettendo costantemente il discorso collettivo davanti all’esposizione personale. Ciò che colpisce particolarmente è la sensazione di trovarsi talora in un perfetto non-luogo, dove la musica sembra sospesa fuori dal tempo, distante dalle urgenze del presente ma al contempo sorprendentemente viva. Ogni composizione possiede qualcosa di familiare e insieme sfuggente, di intimamente riconoscibile ma impossibile da definire completamente. Sarà questa ambiguità a renderla così affascinante? Swallow continua a dimostrare come la complessità possa assumere l’aspetto di qualcosa di maneggevole, quasi priva di peso apparente. Dietro la limpidezza delle sue costruzioni si nasconde infatti una sapienza compositiva maturata in oltre sessant’anni di attività dove nulla risulta superfluo o fuori posto. Per questo Winter Songs non è soltanto un nuovo capitolo, ma una sintesi raffinata di molte delle qualità che hanno reso Steve Swallow uno dei protagonisti più influenti del jazz contemporaneo.

Si comincia, ovviamente, con One, il primo brano di questa numerazione aritmetica. Uno slow spettacolare che sembra letteralmente camminare con portamento nobile, inizialmente introdotto dal raffinato pianoforte di Goldstein che se la gioca in solitudine con la ritmica e con la chitarra in penombra. Poi è la tromba a presentarsi con una rilassatezza quasi cannabinoide, contrappuntata in un secondo tempo dal sax tenore di Cheek. Migliore annuncio di sé questo album non poteva sperare e One, letteralmente, è un brano a dir poco stupendo. Two è leggermente più animato e swingante ed il tema viene annunciato dalla coppia di fiati che s’affida poi alla scorrevole lettura in trio composta dal classico insieme pianoforte-basso-batteria. Goldstein conta su una mano sinistra che trova accordi capaci di legare le sciolte scale testate dalla mano destra. La musica prosegue disinibita ma ordinata con l’intervento all’unisono di tromba e sax, trasmettendo una misurata effervescenza rafforzata dall’ottimo assolo di Cheek. Una chitarra misuratissima appare in filigrana, quasi a scomparsa ma contribuisce alla sensazione generale di morbidezza sonora. Al termine dell’assolo di sax tenore viene riproposto il tema. Three suona come un Ellington crepuscolare, parzialmente affidato al pianoforte di Goldstein in solitudine per poi continuare affiancato dal basso e dalla chitarra. Devo dire che questo settantacinquenne pianista di Baltimora, col suo tocco nostalgico, il suo rigonfio curriculum come arrangiatore, le sue importanti collaborazioni con Gil Evans e Miles Davis, fa avvertire in questo album in modo particolare tutta la sua classe ed esperienza. C’è anche il giusto spazio per le pennate blueseggianti del chitarrista Cardenas, colto in un breve ma soppesato assolo. Four è un altro slow dall’anima blues, costruito sul profilo ripetibile di un intervallo di un’ottava e su un giro armonico dallo sviluppo semplice su cui inizialmente s’allunga il sax tenore. Lo strumento di Cheek sembra adagiarsi sull’impianto ritmico, non ha bisogno di franare sull’ascoltatore ma lo accompagna gentilmente fino al successivo assolo di pianoforte. Sullo sfondo, verso il finale torna a farsi sensibile l’intervallo di un’ottava a cui si è fatto riferimento, tratteggiando un clima un po’ ironico in stile Monk. Five è una ballad dal carattere molto intimista la cui gestione iniziale viene affidata alla chitarra ovattata di Cardenas. Un sentimento accorato si sprigiona da questo brano, ben rimarcato dal sax tenore, direzionando la traccia verso una sorta di apnea nostalgica, con la tromba che in secondo piano accompagna il tutto. Siamo completamente immersi nell’aspetto funzionale dell’armonia, quindi in territori ben conosciuti, tutti comunque da assaporare, dove ogni musicista segue la sua parte con diligenza e senza straripamenti inutili. Qui si gioca sull’equilibrio e naturalmente sulla qualità della composizione. Un po’ più di vitesse la troviamo in Six con l’incipit affidato all’insieme tromba-sax che anticipa il tema. Molto swing, si cammina all’ombra del blues con un lungo assolo di Cheek che sembra prediligere i registri medio-superiori. Segue questa volta l’esposizione della tromba con un fraseggio eccellente e moderatamente squillante. Si chiude con la ripresa del tema da parte dei fiati. Da segnalare l’ottima intesa tra Swallow e Nussbaum che rappresentano un po’ il metronomo dell’intensità del brano stesso. E finalmente, in Seven, è il basso dell’Autore a condurre l’impianto melodico che ricorda vagamente lo standard One Day My Prince Will Come. In questo brano ritroviamo i caratteri più contemporanei che abbiamo imparato a conoscere di Swallow. Intendiamoci, non c’è nessuna metabole tanto evidente rispetto ai pezzi precedenti ma la scelta armonica appare più complessa, l’attenzione maggiormente rivolta alla scrittura piuttosto che all’improvvisazione. La traccia si muove quasi subacquea, con il basso dell’Autore che s’alterna con il sodale cordofono di Cardenas, mentre il pianoforte armonizza muovendosi con beata rilassatezza tra i due. Anche Eight ha una struttura melodica vicina all’estro monkiano, con ricercatezze armoniche che sollecitano la struttura di questo insolito blues. Inizialmente il pianoforte si muove con molta cautela sulla struttura ritmica, innescando quello che sarà il tema portante del brano, con i fiati che introducono secondariamente e dietro le quinte un movimento melodico circolare. Poi viene alla ribalta il sax in un lungo assolo dai toni suadenti e un po’ svagati e si va a concludere con la ripresa del tema proposto dai due fiati. Nine sembra provenire da un mondo fiabesco o da un sogno ad occhi aperti, impostato com’è dall’intreccio pianoforte-chitarra. L’intervento in assolo della tromba s’insinua con delicatezza, facendo slittare il brano verso caratteri più sentimentali, apparentemente intrisi di memorie.

Le nove composizioni di questo album hanno la prerogativa di conquistare lentamente l’attenzione, con un’espressività che sembra aver accettato il trascorrere del tempo senza nostalgia e senza risentimento, trasformandolo in un’efficace forma musicale retta dall’equilibrio e dalla consapevolezza. Swallow sembra affidarsi a una sapienza antica, quella che riconosce nella levità una conquista e nell’ascolto reciproco una forma di conoscenza. Winter Songs non propone rivelazioni, ma qualcosa di più raro come una lenta riconciliazione con la complessità del reale. E in questo suo procedere discreto, lontano da ogni enfasi, trova una profondità che molti lavori più ambiziosi finiscono soltanto per inseguire inutilmente.

Tracklist:
01. One (4:27)
02. Two (4:40)
03. Three (3:10)
04. Four (4:53)
05. Five (4:47)
06. Six (5:25)
07. Seven (4:26)
08. Eight (5:12)
09. Nine (4:42)

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