L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo

Sono solita pensare che ogni concerto, esattamente come un pregevole manufatto artigianale, sia un “pezzo unico” e irripetibile e, pertanto, faccio sempre il possibile per non perdere i “pezzi” che maggiormente mi attraggono. Il concerto che ascolto questa sera lo sarà – unico e irripetibile – in modo particolare, in quanto si tratta di un progetto basato sull’improvvisazione che, pur partendo da elementi e temi collaudati, riecheggianti nell’ottimo A Dreamy Journey uscito lo scorso anno, si sviluppa ogni volta in un modo diverso a seconda degli umori degli esecutori, del luogo, dell’interazione fra loro ed il pubblico presente e di ogni variabile che ne tocchi la sensibilità.
È gremita di persone la bellissima e riccamente affrescata Sala Apollo del Palazzo d’Adda di Settimo Milanese (MI) dove si svolge la seconda serata del Farina Jazz Festival organizzato dalla Pro Loco Settimo Milanese, dopo il felice esordio della scorsa settimana, in attesa del trio Eyes and Madness di Alberto Dipace (pianoforte) con Danilo Gallo (contrabbasso) e Ferdinando Faraò (batteria).

Il mio interesse, oltreché dal piacere di ritrovare musicisti già ascoltati in altri ambiti, è stato inizialmente suscitato dall’apprendere che la fonte ispiratrice del progetto è il dipinto “Composizione VIII” di Vasilij Kandinskij del 1923. Si tratta di un’opera astratta in cui forme triangolari, circolari e linee rette orizzontali sono lo spunto per espressioni musicali contrastanti che delineano storie destinate a confluire in un unico viaggio. Ed è proprio l’idea di un flusso in continua evoluzione ciò che è trasmesso dall’avvicendarsi delle voci dei tre strumenti che si incontrano per dare vita ad atmosfere di volta in volta cupe, frenetiche, esplosive e poi tranquille come “quiete dopo la tempesta”.

Alberto Dipace sfiora sapientemente i tasti del pianoforte alternando la delicatezza di un tenero innamorato all’irruenza dell’amante passionale ed amplia gli orizzonti sonori con interventi in cordiera. Danilo Gallo sostiene ed incalza lentamente o con energia pizzicando le corde del suo contrabbasso, mentre aggiunge personali sfumature con un piccolo strumento a fiato ed altri “giocattoli”.  Ferdinando Faraò è forse colui che maggiormente mi colpisce quando lo vedo seguire il suo potente drumming con movimenti rotatori del busto in una specie di autoipnosi meditativa, quasi una sorta di derviscio rotante, accompagnandosi con vocalizzi di stile arabeggiante. Mi sento attirata nel vortice di questa spirale sonora ed è solo il tintinnio deciso del battente sul piatto a dare lo stop allo stato di “trance”.

Non c’è alcun dubbio sulla complicità fra i tre artisti che fondono jazz, classica, avanguardia per un risultato difficilmente etichettabile.
I brani non vengono presentati con titoli e sono generalmente abbastanza lunghi, soprattutto il primo, senza stacco per non interromperne il fluire. Ad un tratto Dipace abbozza: “Ora facciamo uno standard, forse…”, uno sguardo d’intesa fra i tre e ne segue una sequenza melodica dolcemente seducente, che purtroppo non riesco ad accostare ad un brano noto del passato. Sarà Gallo, terminato il concerto, a svelarmi che l’ispirazione, non proprio così facilmente riconoscibile, arrivava da Blue in Green, una meravigliosa composizione estremamente poetica di Bill Evans, che vado al più presto a riascoltare. Richiamati calorosamente per un bis, dopo un’ora abbondante di suggestioni musicali, i tre lasciano il palco ma non il pubblico con cui si intrattengono per chiacchiere e saluti.

Questo è veramente uno di quei concerti “pezzi unici”, da ascoltare quindi anche più volte, al termine del quale se non mi sento di dire subito #eiovadoadormirefelice non è perché non mi sia piaciuto… Tutt’altro! È solo che i viaggi, soprattutto quelli dentro se stessi, smuovono emozioni che richiedono più tempo per essere metabolizzate ed espresse in parole e… a volte non è così immediato trovare le parole!

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