R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Se il precedente lavoro di Tyshawn Sorey di cui Off Topic si era occupata, quel Mesmerism uscito l’anno scorso – vedi recensione qui – mi aveva fatto scrivere solo buone cose, questo nuovo Continuing mi stimola ad alzare i termini di giudizio fin quasi alla soglia del capolavoro. Certo, un’attribuzione di tal fatta non si può sostenere a cuor leggero e inoltre va controcorrente rispetto alle altre recensioni attualmente in circolazione. Ma poi, come correttamente pensava il Poeta, non spetta a noi contemporanei emettere sentenze di merito così perentorie ma bisognerà che passi il Tempo, maestro d’equilibrio, per sancire con ardua sentenza la reale validità di un giudizio come questo. Afferma Sorey di aver imparato molto dal suo mentore, il pianista Harold Mabern scomparso nel 2019, e non solo in termini di composizione ma soprattutto per ciò che riguarda il concetto di libertà musicale. Contrariamente alla visione di Wadada Leo Smith – potete leggerla qui – che ha teorizzato la strada della completa liberazione dai vincoli all’interno dell’improvvisazione quali la tonalità, il ritmo e la successione delle parti, Sorey è convinto che non si possa parlare di libertà se non s’include parallelamente il concetto di disciplina. E se esiste al mondo un batterista-compositore misurato, equanime, da cui è poco probabile ascoltare assoli tonanti di tamburi o lampeggiamenti caotici di piatti, almeno in questo album, beh questo è proprio Sorey. Non solo, ma l’equilibrio interiore dell’Autore coinvolge direttamente i suoi musicisti che tra l’altro già conosciamo per essere gli stessi del precedente Mesmerism, cioè Aaron Diehl al piano – che ha collaborato con Brandford Marsalis e Cecile McLorin – e Matt Brewer al contrabbasso, già in precedenza al fianco di Terence Blanchard e Aaron Parks. Come già avvenuto nell’album del 2022 vengono anche questa volta eseguite delle composizioni già note ma i brani si limitano solo a quattro, dove dieci minuti di audizione sono il limite minimo di durata per ciascuno. Quindi il trio si concentra su pochi elementi ma dilatandone gli spazi, applicando quelle metodiche analitiche, estremamente rigorose e razionali, che prevedono una lettura moderatamente destrutturata della traccia, tutta lavorata secondo misura ed estrema raffinatezza.

Sorey & C. aprono le porte attraverso cui transitano il pensiero e il silenzio e praticano questo sistema puntando su una visione globale garantita dalla grande competenza tecnica, quello che si potrebbe definire un sistema di autocontrollo atto alla ridefinizione non scolastica dei termini musicali. L’attenzione ai passaggi melodici, alle pause e alle strutture armoniche è uno scavo continuo all’interno delle architetture costitutive dei brani, filtrati attraverso un’interpretazione che non si fa mai prendere la mano né perde di vista i connotati essenziali delle composizioni originali. “Volevo creare uno spazio in cui la musica potesse davvero respirare…” afferma Sorey, e per fare questo sono state cassate tutte le note superflue. Ma non si deve pensare che questo album abbia richiesto tempi infiniti di ponderazione. Continuing non è un’operazione solo intellettuale, sono bastati solo due giorni per portare a casa un lavoro completato dall’interplay istintivo e improvvisativo dei tre musicisti che sono riusciti non solamente nella rivisitazione elegante dei brani conosciuti ma hanno altresì mantenuto alta la piacevolezza delle loro esecuzioni e di conseguenza anche il godimento dell’ascolto.
I giochi si aprono con Reincarnation Blues, un brano di Wayne Shorter pubblicato nell’album Buhaina’s Delight di Art Blakey & the Jazz Messengers nel 1963, dove lo stesso Shorter era al sax tenore, insieme a Freddie Hubbard, Curtis Fuller, Cedar Walton, Jymie Merritt, insomma la crema dei musicisti jazz di quegli anni. Il pezzo viene rallentato molto ed è il piano di Diehl a caricarsi sulle spalle gran parte della struttura originale, resa quasi irriconoscibile non solo dalla modifica del tempo ma anche dall’atmosfera che qui si crea, quel clima ad alta temperatura tipica di una classica situazione da jazz club ripresa a notte fonda. Il piano sembra quasi svagato, imbrigliato com’è da un contrabbasso che procede a passo lento e da una batteria vigile ma flemmatica. Diehl si muove in una tastiera centralizzata, inanellando dei passaggi misurati che più blues non si potrebbero pensare. La luce del locale si abbassa ancor di più con l’assolo di Brewer e del suo contrabbasso, classico, spoglio e sobrio quanto basta. Alcuni minuti di sollucchero totale fino alla rullata di Sorey mentre il piano rientra con i suoi accordi costruiti con dissonanze ben scelte, dilatando il blues verso un confine out of tune in crescendo dinamico con una batteria appena più incisiva. Un blues, in definitiva, che scava le pietre, talmente è bello e centrato che per me avrebbe potuto durare altri dieci minuti senza stancare. Saleritus è opera di Ahmad Jamal e proviene dall’album Portfolio of Ahmad Jamal del 1955. Anche qui la versione viene parzialmente modificata non tanto nella linea melodica ma dall’insistenza sul pedale di contrabbasso e dalla lunga introduzione pulita, ordinata e armonizzata con grande scienza da Diehl che inanella una serie di bellissimi accordi in dissonanze intriganti. Dopo tre minuti dall’inizio il brano prende una piega un po’ latina con una passerella ideale per il contrabbasso mentre il piano resta dietro le quinte. Da qui in poi poche cose essenziali, rarefatte, accordi pianistici intervallati da pause riverberanti e un dialogo tra Brewer e Diehl dove il contrabbasso incrementa la sua visibilità fidandosi di un piano che lo segue con discrezione e di una batteria che fa la modesta, mantenendo comunque integri i ritmi dal sabor tropical. Chi si aspetta dal piano dimostrazioni d’abilità circense resta deluso. Diehl gioca con gli accordi, creando delle armonie ad intarsio che risultano da una tavolozza di colori estremamente variegata, salendo via via di dinamica insieme alla batteria, fino in prossimità del termine del brano. Anche in questo caso oltre quindici minuti di jazz spettacoloso.

Angel Eyes è uno standard firmato Brent-Dennis, risale al 1946 e rientrava nel soundtrack di un film prodotto sette anni dopo, Jennifer, dove lo stesso Matt Dennis cantava e suonava il piano. Ma di questo brano si conoscono varie interpretazioni, ad esempio quella di Chet Baker, di Dave Brubeck, di Ray Briant, di Kenny Burrell, June Christy, Nat King Cole, Ella Fitzgerald, insomma circa una sessantina di versioni diverse, solo tra quelle più famose. Il modo di affrontare questa composizione, da parte del trio di Solrey, è straordinariamente anomalo. Non ricordo una versione così rallentata, fino al limite della continuità materica del tessuto musicale. Altro che minimalismo, ho contato una media di quasi cinque secondi d’intervallo tra una nota e l’altra. Inizia il contrabbasso insistendo su un La alto attorno a cui la volta celeste del piano accende poche stelle ma brillanti, a disegnare la costellazione della melodia nella sua asciutta essenzialità. Solo dopo i primi tre minuti di duetto veramente sottovoce tra Diehl e Brewer interviene anche la batteria di Sorey, un piumaggio angelico che sfiora tamburi e piatti come un delicato rumore bianco. Dopo circa otto minuti di raccoglimento blues– non saprei come altro chiamare questo itinere musicale – parte l’improvvisazione pianistica. Come sempre Diehl lavora su un puzzle di accordi in successione che testimonia la profonda conoscenza della costruzione armonica e come tale continua, chiudendo il brano, con un’ulteriore sequenza altrettanto affascinante. Mi ero già espresso piuttosto positivamente su questo pianista in Mesmerism e mi trovo non solo a confermare la mia impressione ma ad avallare l’ipotesi che Diehl sia attualmente uno dei migliori pianisti in circolazione. In What Direction Are You Headed? è un brano di Harold Mabern e proviene dall’album The Last Sessions del trombettista Lee Morgan, editato nel 1971. Mabern faceva appunto parte della formazione che accompagnava il leader in quella circostanza. La traccia viene rivisitata in modo ovviamente un po’ diverso dall’originale gestito prevalentemente dai fiati. Qui la coppia contrabbasso-batteria si fa più turbinante a formare mulinelli ritmici che paiono avvolgere il pianista e sballottarlo qua e là, tanto che persino l’approccio al proprio strumento si modifica parzialmente, puntando verso un groove funkizzato e ritagliato ai margini. Nella seconda metà il brano tende a reiterarsi nell’ostinata proposta del riff di contrabbasso e del martellamento implacabile di Sorey mentre Diehl s’accontenta dell’ultimo scampolo, quello più acuto, della tastiera simulando quasi la sonorità d’uno xilofono. C’è più improvvisazione in questo finale, tuttavia questa proposta mi sembra meno interessante rispetto alle altre precedenti.
Si lèvita piacevolmente a mezz’aria per quasi tutta la durata dell’album, dove l’effetto mesmerizzante del lavoro precedente evidentemente continua ancora. Questo sobrio peregrinare tra brani altrui è comunque da interpretarsi anche come un’autentica lezione di jazz. Ci aiuta a capire la differenza tra chi, come Sorey, conosce il peso e la misura delle note e chi le usa spargendole a destra e a manca perdendone spesso il senso. Non c’è differenza, da questo punto di vista, tra scrittura e improvvisazione. Le partiture più pulite sono a volte l’espressione di momenti musicali eccelsi, così come l’accorta distribuzione dei ruoli nell’improvvisazione e la gestione degli interventi fa la differenza tra arte e confusione mentale. Personalmente appartengo a quella categoria di sparagnini che reputano il meglio nel meno, perché la composizione, al di là dell’ispirazione, è soprattutto un lavoro di continui tagli e aggiustamenti. Lezione, questa, grandiosamente assimilata, nel tempo, da Sorey e compagni.
Tracklist:
01. Reincarnation Blues (10:24)
02. Seleritus (15:42)
03. Angel Eyes (13:43)
04. In What Direction Are You Headed (10:46)
Photo © John Rogers


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