R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il mito dell’isola di Avalon, o isola delle mele – antico simbolo di fecondità presso le popolazioni celtiche – appartiene a una lunga, leggendaria epopea letteraria riportata da un testo storico, l’Historia Regum Britanniae scritta nel XII° secolo dal vescovo Goffredo di Monmouth. Come gran parte delle historiae medioevali, la fantasia supera le più pertinenti ipotesi storiche e s’intreccia qui con un altro racconto d’autore, la storia d’amore e tradimento di Lancillotto e Ginevra scritto da Cretien de Troyes più o meno nello stesso periodo dell’Historia. Tutto questo per narrare le vicende che legano l’isola di Avalon al personaggio di re Artù e dei suoi cavalieri. Come tutti i miti, anche questo è stato abbondantemente saccheggiato dalla psicoanalisi – e del resto è accaduto per la più antica mitologia greca – che vi avrebbe letto evidenze dell’Edipo e della ribellione al Padre, la presenza dello junghiano principium individuationis nella ricerca del Santo Graal, la lotta tra Eros e Thanatos, il tema del tradimento e della colpa ecc…
Il violinista milanese Stefano Zeni presenta il suo ultimo album intitolandolo appunto Avalon Songs e riproponendo, almeno formalmente, l’alone suggestivo ereditato dalla storica leggenda nordica. Il violino, come strumento solista nell’ambito del jazz, non è mai stato molto diffuso. Ma ci sono illustri precedenti, ad esempio Grappelli, Ponty, Venuti, Billy Bang, Lockwood, Regina Carter, tra i più famosi. A questo proposito, Off Topic si è occupata, tempo fa, proprio di due violinisti italiani attivi nella sfera del jazz come Ludovica Burtone – leggi qui – e Francesco del Prete – vedi qui e qui.

Zeni, per chi ancora non lo conoscesse, proviene da una educazione musicale rigorosa, diplomatosi in violino al conservatorio di Trento nel 1997 e in seguito perfezionandosi in ambito jazz presso il conservatorio di Brescia nel 2004. La sua discografia è piuttosto succinta e sebbene le notizie ufficiali che accompagnano l’uscita di Avalon Songs parlino dl questo album come il terzo da assoluto titolare in carriera, in realtà non andrebbero dimenticati due lavori precedenti condotti rispettivamente con i chitarristi Emanuele Coltrini – Aqua (2018) – e Giorgio Bertanza – Duo (2018) – e nemmeno l’esordio fiabesco con tanto di prosa recitata in La Piana delle Aguane del 2009. Ma forse l’album che maggiormente gli è valsa la stima soprattutto della critica – e parole pubbliche di elogio da parte di Ponty – è stato il precedente Parallel Paths anch’esso pubblicato nel 2018, album quasi tutto sostenuto dalla sonorità esclusive del violino, sebbene spesso sovrainciso e arricchito da interventi elettronici. Però, in questo ultimo Avalon Songs, Zeni utilizza il suo strumento in modalità più semplificata, senza quindi particolari effetti speciali elettronici, come tiene a specificare lui stesso nelle note stampa allegate. Il violinista si fa accompagnare da Bruno Marini al sax baritono, Marco Arienti al contrabbasso e Alberto Olivieri alla batteria. Quello che sulla carta appare un quartetto, in realtà finisce per funzionare come trio perché il sax di Marini e il violino di Zeni, stranamente, non suonano quasi mai insieme se non per brevi momenti e ciascuno dei due tende ad appoggiarsi, in modo solitario, singolarmente alla ritmica. La musica che ne risulta ha una cubatura timbrica molto austera, ridotta all’essenziale e basata quasi sempre su un atteggiamento modale. Non ci sono devianze verso generi alieni, i brani nascono nella stretta economia dell’improvvisazione, non sono stati preparati e quindi presumo non vi siano parti scritte. Senza rete, si sarebbe detto un tempo, come in un’esibizione live. Otto brani, ciascuno dei quali porta il nome di un cavaliere della Tavola Rotonda, anche se risulta difficile cercare un nesso tra il brano musicale e lo specifico personaggio che l’ha ispirato.

Parte con una rullata secca il primo brano, Gauvan. Subito la ritmica si posiziona in rigorosa modalità swing e Zeni si sporge facendo funzionare il suo violino quasi come una chitarra elettrica, mescolando fraseggi classicamente jazzy con mulinelli di note rubate al rock. Quando Zeni tace, compare Marini col suo spettrale sax baritono. Il suono è secco, tutto appare molto immediato, contrabbasso e batteria mantengono tesa la corda dell’improvvisazione. Agravain s’annuncia brillantemente con un pizzicato veloce di Zeni che va ad incrociarsi con la cavata scura di Arienti. Anche qui swing implacabile, un bel duetto tra contrabbasso e batteria che si prolunga fino a metà lunghezza del brano e poi irrompe il sax con un intro che sicuramente è una citazione volontaria della Badinerie di Johann Sebastian Bach e che diventa parte del fraseggio rugoso operato da Marini. Si spegne il sax e si riaccende Zeni per un fuggevole pizzicato finale. Lancelot du Lac questa volta swinga soprattutto sui piatti ed è il violino che imbecca un’altra citazione, il Libertango di Astor Piazzolla. Mentre il contrabbasso si fissa su un paio di note ostinate, Zeni gioca col suo violino, talora accarezzandolo e a volte grattando le corde con un po’ di accanimento. Il gioco dell’alternanza tra sax e lo stesso violino si ripete fin quando irrompe stabilmente il baritono di Marini e Zeni scompare dal proscenio. Riapparirà nel finale per chiudere con un brevissimo inserto accompagnandosi al fiatista, anche se questo frammento collaborativo sarà da considerarsi un evento unico, nel prosieguo dell’album.

Perceval ha le movenze eleganti di un blues notturno, con le corde del contrabbasso che vibrano in pienezza e Zeni che lavora il violino fraseggiando note blu e scale pentatoniche. Lo strumento arde spesso come fosse una chitarra e chissà, forse Zeni è realmente convinto di avere tra le mani qualcosa di diverso da un semplice violino. Solito scambio di solisti in prima linea, esce uno e compare l’altro e questa volta il sax di Marini lavora bene il suo blues, con quel timbro pieno e sabbioso con cui partecipa alla rarefazione progressiva del brano. Togliendo ogni possibile orpello resta la materia nuda, cioè un contrabbasso ancorato ad una frase reiterata, la batteria che vibra con qualche isolato spasimo e il ritorno ad effetto del violino, per gli ultimi momenti del brano. Con Bohort de Ganis siamo sempre in zona blues, immersi in un brano modale e il sax a respirare greve sopra una batteria che spezza i ritmi, giocandoseli molto sui piatti. Sax e violino si alternano negli assoli, sempre ben distinti uno dall’altro, per carità, e continuo a domandarmi se questa scelta binaria – o uno o l’altro – sia fatta per mantenere il clima frugale che caratterizza tutto l’album. Comunque sia, personalmente, non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare qualche incrocio più ravvicinato tra Zeni e Marini. Kay presenta una ritmica più serrata – gran lavoro per Arienti ed Olivieri che insieme costituiscono il vero carburante per la marcia del brano – e il violino sembra quasi suonato da John McLauglin, ammesso e non concesso che quest’ultimo l’abbia mai preso tra le mani. Dopo il primo piano del sax e una spigliata procedura del contrabbasso sulla tastiera, è il violino che va a concludere allungando le sue note acute. Breunor ripete gli assetti schematici fin qui proposti. Si lavora sempre in modale, la chiave di decifrazione dei brani è sempre la medesima, cioè ritmica robusta e costante con assoli bipartiti tra violino e sax. Un baritono livido ma ben condotto scuote i sensi, in questo caso, più che il violino stesso. Ricompare un breve pizzicato di Zeni verso la chiusura. Bohort la Renversè è l’ultimo brano della selezione che cammina anch’esso sui margini del blues e poco oltre. I due strumenti principali spingono sull’espressività, offrendo le più ficcanti performance soliste dell’album. L’assolo finale di violino, performato su corde doppie, è il miglior passo d’addio che Zeni potesse regalarci.

Lavoro affascinante, ombroso, senza troppe concessioni al bel suono, ma tirato sopra una ritmica avvolgente, pieno di oscurità e di atmosfere bluesy. Non c’è nemmeno molto stacco tra un brano e l’altro ma i musicisti si avventurano tra i vicoli del jazz barcamenandosi tra fraseggi sanguigni e momenti sfuggenti, creando un blend appassionante in un tracciato transennato dall’improvvisazione. Forse questi cavalieri non troveranno il Graal ma certamente hanno saputo creare un modulo stilisticamente congruo e intrigante. L’album potrebbe piacere non solo ai jazzofili ma anche a chi ha ancora nel cuore il ricordo dei Morphine, o chi ha amato Ponty con la Mahavishnu Orchestra nel biennio ’74-’76.

Tracklist:
01. Gauvain
02. Agravain
03. Lancelot du Lac
04. Perceval
05. Bohort de Ganis
06. Kay
07. Breunor
08. Bohort le Renversé

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