R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

In una vecchia intervista del 2013 condotta da Alceste Ayroldi al contrabbassista Giuseppe Venezia e ritrovata in rete su Jazzitalia, il conduttore pone una specifica domanda che riguarda la disponibilità alla composizione dello stesso musicista. Inaspettatamente, Venezia risponde così: “Non mi considero un compositore, ho un rapporto strano coi miei brani e raramente li ho suonati in pubblico…”. Sono passati dieci anni ed evidentemente le cose devono essere molto cambiate per il quarantaduenne contrabbassista lucano, dato che tutti e sette i brani contenuti nell’album I’ve Been Waiting For Youtitolo dedicato alla nascita di suo figlio – sono stati composti totalmente da lui. In effetti, al tempo della sopracitata intervista, Venezia era appena comparso, per quanto ne sappia, nella sua prima incisione discografica, non come titolare assoluto ma a fianco del pianista Emmet Cohen e al batterista Elio Coppola in un album, Infinity (2013), dove tutti i brani, a parte gli standard e un rifacimento di un pezzo di Peppino Di Capri, erano firmati dal pianista. In questo nuovo lavoro, l’Autore si presenta con un sostenuto quintetto dove oltre al suo contrabbasso, troviamo Fabrizio Bosso alla tromba – vedi qui e qui Bruno Montrone al pianoforte – ci siamo occupati di recente dei suoi lavori, leggi qui e quiAttilio Troiano al sax tenore e al flauto e Pasquale Fiore alla batteria – leggi qui e anche qui le sue collaborazioni rispettivamente con Gianfranco Menzella e Sophia Tomelleri.


Il rito di passaggio che ha consentito a Venezia di affacciarsi al ruolo di compositore, oltre a quello già abbondantemente rodato di esecutore, si risolve brillantemente in questo album dove gli eventuali dubbi e le relative insicurezze dichiarate verbalmente nel passato, possono considerarsi completamente superate. Questo perché la mano garbata ed efficace che ha scritto questi brani sembra quella di uno scaltrito musicista, più di colui che si trovi ad esordire nel mondo della composizione. Venezia si muove all’interno di un ambito ben tracciato dalla tradizione e non sembra avere alcun desiderio – almeno per ora – di affrontare territori che non si confacciano alla sua personalità di musicista. Stiamo parlando di jazz a tutto tondo, riconoscibile, identificabile da chiunque, scevro da sperimentalismi ed ostentazioni dissonanti. Devo anche aggiungere che non mi viene facile risalire direttamente alle influenze di questo artista, nonostante gli indubbi pedaggi pagati ad un importante suo personale maestro come Gerald Cannon. Si può trovare forse qualche analogo riferimento rispetto alla magmatica e riflessiva cavata che l’avvicina a Ron Carter soprattutto in quel modo di affrontare le corde con calma e senza urgenze eccessive. L’aver trascorso un certo periodo a New York ha permesso a Venezia non solo di esibirsi con diversi e rinomati musicisti statunitensi ma anche di poter dialogare con loro, allargando quindi l’orizzonte delle conoscenze e incamerando esperienze e visioni del jazz così come viene pensato e suonato in uno dei territori più prolifici a riguardo. Venezia poi possiede un dono non condivisibile da tutti, cioè quello di riconoscere e rispettare il ruolo del suo strumento. Tranne il brano gestito in solitudine che apre l’album non ci sono molti suoi assoli, se non qualche intervento che spetterebbe a qualsiasi strumentista trovandosi all’interno di un quintetto come questo. Cioè, il contrabbassista fa abbondantemente suonare gli altri e lascia largo spazio agli arrangiamenti fluorescenti che gli preparano i suoi sodali, contribuendo con il proprio supporto ritmico, a sottolineare la bravura e l’autonomia professionale di chi lavora con lui. Il risultato è un’opera accurata, meditata e condotta in equilibrio, insomma un pacato reportage del livello attuale del jazz italiano. Proprio per quello che riguarda il gruppo che accompagna il leader, certamente non mi sorprendono Bosso, Montrone e Fiore, ampiamente ascoltati e non solo grazie ai suggerimenti di Off Topic. Personalmente, mi ha colpito invece la bravura di Troiano che onestamente non conoscevo, non solo per il modo in cui conduce il suo sax ma anche per come si approccia al flauto traverso. In streaming si trovano facilmente un paio di suoi album datati qualche anno fa che vi consiglio caldamente di ascoltare, il primo per chi ama le big band, Something New del 2014 ed un secondo più recente del 2019, Mistral, prodotto insieme alla cantante Nestia.

Un breve approccio iniziale viene riempito con il contrabbasso in solo che apre l’album con Prelude to a Message. La sequenza dei brani porta verso la seconda traccia, Messaggeri. Partenza a razzo in pieno clima hard-bop con un incrocio tra contrabbasso e batteria e comparsa del tema portato dai due fiati disponibili. Poi arriva il primo assolo di Bosso, con grandi escursioni intervallari e un fraseggio ricco di note squillanti. Segue il tenore di Troiano che non appare da meno, impegnato in un gran calderone sonoro con il pianoforte e la ritmica che macinano colpi su colpi, anche per merito del robusto contributo percussivo di Fiore. Qualche reminiscenza vintage verso i grandi maestri degli anni ’50-’60, magari citando Art Blackey, soprattutto nel martellamento esuberante dei tamburi e rispettivi piatti annessi. Con la title-track I’ve Been Waiting for You si cambia registro in un brano moderato che trasuda affettività da tutti i pori. Il tema, molto bello e piuttosto complesso nonostante la sua apparente linearità, inizia con un Sol reiterato di contrabbasso e un flauto con il giusto senso dell’aria che introduce la melodia principale in tempo di 3/4. Ben presto si affianca, al morbidissimo strumento di Troiano, la tromba di Bosso che lo segue all’unisono. Entrambi i fiati si misurano poi in assolo su una ritmica moderata di contrabbasso e batteria, precedendo la performance del pianoforte e poi quella di Venezia. La ripresa del tema prelude alla chiusura del brano.

Song for Gerald è dedicata a quello che forse è stato uno dei principali mentori dell’Autore, cioè Gerald Cannon. Appoggiato ad un riff cadenzato di contrabbasso, il tema sostenuto da tromba e sax all’unisono appare meno immediato dei precedenti ma in realtà presenta una costruzione più raffinata su base ritmica vagamente latineggiante. Dopo un classico, misurato approccio di Montrone, un pianista che non va mai oltre le righe, parte il lungo assolo di tromba di Bosso che qui però, a mio parere, gigioneggia eccessivamente. Meglio il tenore di Troiano, più pulito e meno eccentrico che accenna solo a qualche out of tune all’interno del suo fluido fraseggio. Dopo la riproposizione del tema gli strumenti procedono in controllata libertà, con un chiacchiericcio a trois fra piano, sax e tromba. Just a Line From the Past è la classica ballad che non può mai mancare in un album come questo. Sempre Montrone, con un tocco di romanticismo, introduce alla splendida, soffusa timbrica di Bosso a cui fa seguito l’altrettanto espressivo e più angoloso assolo di sax. Lo scambio di performance in solitaria tra questi musicisti avviene per due volte, e bisogna proprio dire che sia la tromba che il tenore sono qui al loro massimo, offrendo una serie di sfumature in grado di avvolgere il brano di soffusa luce crepuscolare. C’è spazio anche per Venezia con un momento tutto suo, sempre ordinato, melodico e swingante. In chiusura si ripropone il passaggio di testimone tra la tromba e il sax. Per me questo brano è decisamente il migliore dell’album. Non sfugge all’omaggio il prossimo pezzo, Blue Bird, proponendo il classico e serratissimo be-bop che fu l’anima di Parker e Gillespie. Impressionante la sicurezza del sincrono tra i due fiati che costruiscono il tema. Sax e tromba si lanciano poi nei rispettivi assoli con euforizzanti lampi d’immediatezza musicale e gesti tecnici di altissimo livello. Non da meno procede Montrone col suo piano che, come rilevammo in Off Topic recensendo il suo album Unaware Beauty, si adatta effettivamente a tutto. Avendo sotto le dita un’ampia possibilità di scelta e passando dal linguaggio storico del be-bop a quello più addolcito delle ballad, egli modifica all’occorrenza il suo tocco sulla tastiera. Gran momento anche per l’esuberante Fiore che s’impegna in molteplici stacchi tra i solismi degli stessi pirotecnici fiati. Brano di chiusura è The Shortest Story e si atterra sul morbido. Preludio a due tra pianoforte e contrabbasso, a preparare il terreno a Bosso che per quello che fa sentire anche in questo album conferma la mia convinzione che sia tra i migliori trombettisti a livello mondiale. Molto gradevole pure la riproposizione del flauto di Troiano e poi, in progressione, gli assoli di pianoforte e di contrabbasso.

La musica continua a viaggiare spedita tra i recessi di tutte queste tematiche esposte nell’album di Giuseppe Venezia, sempre in bilico tra mainstream e pacate riflessioni contemporanee, dimensione nella quale l’Autore dimostra di sentirsi realmente a proprio agio. Un album fresco e pungente, frizzante d’invenzioni e buona musica, nonostante il legame persistente con una visione molto classica del jazz. Ma questa relazione non mette in discussione nulla, anzi, sottolinea la capacità dei musicisti qui presenti di reinventare sempre nuovi spunti, di riaccendere interesse e novità riguardo ad un genere collaudato che finisce per essere un autentico banco di prova per chi voglia dichiararsi jazzista a tutti gli effetti. Dice infatti lo stesso Venezia, centrando il punto della situazione: “...calarmi in una realtà così ricca di storia [si riferisce al suo viaggio a New York – n.d.r] mi ha permesso di comprendere meglio le radici di questa musica…”. Prima è necessario infatti assimilare a fondo le basi della tradizione, per poi magari trovare nuove strade confacenti al proprio ideale progettuale e sentimentale. Mi sembra che tutto questo sia lo specchio dell’attuale realtà musicale proposta da Venezia. Speriamo solo di non dover aspettare un’altra decade per ascoltare l’Autore con la sua prossima pubblicazione.

Tracklist:
01. Prelude To a Message (01:15)
02. Messaggeri (06:33)
03. I’ve been Waiting for You (05:34)
04. Song for Gerald (08:03)
05. Just a Line from the Past (08:34)
06. Blue Bird (04:10)
07. The Shortest Story (07:11)

 

 

 

 


 

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