I N T E R V I S T A


Articolo di Fabio Baietti

Intervista a tutto campo con Massimiliano Larocca, cantautore e artista fiorentino di cui Off Topic si è spesso occupato (qui, qui e qui). Fabio Baietti, in un Face to Face particolarmente intenso, ha dialogato con il musicista toccando temi che ci stanno particolarmente a cuore: i suoi ultimi lavori discografici, lo stato della musica live, il suo rapporto con i tempi complicati che stiamo vivendo, le sue scelte artistiche. Questo ed altro nella conversazione che segue… [la redazione]

ML: Il concetto di dáimōn, di diavolo custode, attraversa moltissimi campi ed epoche. Dalla Grecia antica al Mito di Er ne “La Repubblica” di Platone fino alla psicanalisi con il “Codice dell’anima” di James Hillman. È la figura che si interpone tra ciò che è divino e ciò che è umano, e che quindi concettualmente si sposa perfettamente con il “concept” di questo album anche in relazione alla trilogia che abbiamo deciso di realizzare con Hugo Race, produttore di questo e del precedente album Exit | Enfer, che era appunto il primo capitolo del “viaggio”, una discesa nell’Ade. Il Mito resta a mio avviso la migliore lettura critica della nostra Contemporaneità, ecco il motivo di tale scelta rispetto al titolo e alla storia di questo album. La nostra è un’epoca di totale trasfigurazione tecnologica; il dáimōn invece incoraggia ad un viaggio a ritroso alla ricerca della nostra immagine iniziale, quella che il nostro dèmone ha scelto per noi per la nostra vita terrena.

ML: Il rapporto col Divino, o meglio ancora col divino insito nella Bellezza, è certamente il lascito migliore che la mia città può darmi. È una terra di Dei, la Toscana tutta, ma può anche essere un luogo di fantasmi se la si vive esclusivamente nella bolla del passato. Firenze è una città che non può essere “cantata”, ma è certamente un posto che ti invita e ti costringe ad un linguaggio “alto” a tutti i livelli. Mancano tuttavia i gesti “artistici” da molto, troppo tempo nella mia città, soprattutto da un punto di vista musicale. La scena locale è molto circoscritta e purtroppo parcellizzata in tanti piccolissimi ambiti autoreferenziali.

ML: Direi che è una tensione, una tensione verso l’Assoluto. Ma al tempo stesso è irraggiungibile, come è irraggiungibile la parte migliore e intima di noi. In questo senso nessuno a mio avviso ha figure femminili più affascinanti di quelle cantate da Leonard Cohen, che resta certamente il mio punto di riferimento per descrivere questo Universo così potente e sfuggente. In Dáimōn credo che il rapporto maschile/femminile sia raccontato più come un gioco di osmosi e trasfigurazione, come in Non saremo più gli stessi, che apre simbolicamente l’album mettendo sul piatto il tema del dualismo identità/immagine.

ML: Per me la musica è di per sé un atto politico, ontologicamente. Perché rappresenta un modo di stare al mondo, e di concepire i rapporti sociali. Però bisogna “far musica” in modo fedele e integralista, prendere posizione, decidere da che parte stare. E nel paese dove l’unica visibilità arriva da Sanremo, una scelta di “clandestinità” viene abbracciata davvero da pochi.

Per rispondere alla tua domanda: non faccio canzone “politica” in senso stretto, pur apprezzandone molto forme e sintassi e riconoscendo che ce ne sarebbe un gran bisogno. Però mi sento un musicista “politico” perché attraverso la musica so qual è il mio posto nel mondo e come difenderlo e preservarlo.

ML: È una esperienza troppo lontana nel tempo per poterla davvero capire. Parliamo di quasi 15 anni fa, in un tempo in cui lavoravo oltretutto per una delle prime webradio mai apparse in Italia, quando ancora il web non aveva preso campo in maniera così assoluta nelle nostre vite. Direi che quel contatto reale, senza filtri e senza secondi fini, è qualcosa che ho portato in radio, come l’ho portato, e continuo a portarlo, nella mia musica e nei miei concerti.

ML: Purtroppo quelle peculiarità di cui parli si stanno sempre più assottigliando anche in provincia, che per musicisti “underground” come noi è sempre stata una risorsa in più per suonare dal vivo rispetto alle grandi città come ad esempio Milano o Roma. La socialità è stata stravolta dalla tecnologia e dai social, strumenti che sono arrivati ovunque, dal mare alle valli ai monti. Una sorta di enorme onda normalizzatrice ha attraversato le nostre città e i nostri paesi rendendoli indistinguibili. Detto ciò, esiste ancora una mappa “resistente”, legata a certe persone e a certi club/circoli/associazioni. È una mappa che ho la fortuna di conoscere in buona parte dopo tanti anni di attività, ed è anche la mappa che ha costruito il nostro itinerario di concerti più recente.

In USA credo sia accaduta e stia accadendo la stessa cosa, con la differenza sostanziale che si fa musica a più livelli, che la musica è più stratificata e “spalmata”, che la piramide è sostanzialmente più ampia e inclusiva. Ma in tempi in cui la musica viene di fatto svenduta e/o regalata sulle piattaforme streaming, credo che la vecchia, consolante idea degli States come paese equo verso i musicisti debba essere rivista.

ML: Lo è assolutamente per la capacità che ha quel paese – e quel genere – di raccontarsi e di restituire la complessità delle vite semplici. Noto però che appena è stata creata l’etichetta di genere – “Americana” che dir si voglia – si è spesso caduti in certi dischi e in certi artisti nella “maniera”, che rischia di rendere reazionario e involuto questo particolare genere musicale.

Riguardo a me, la mia tavolozza si è ovviamente molto allargata, sia da un punto di vista compositivo che lirico. Ed è stata una scelta ed una ricerca per me assolutamente necessaria, credo sia dovere di ogni musicista/autore quello di incorporare altri linguaggi, anche non strettamente legati al mondo della canzone in senso stretto. Gli ultimi due album hanno contemporaneamente inglobato degli elementi di musica elettronica ed orchestrale, temi filosofici e linguaggi letterari delle prime avanguardie del ‘900, oltre all’uso indistinto di italiano, inglese e francese. La canzone è un medium dalle infinite possibilità, come e forse più del cinema.

ML: È una band molto particolare, ed è anche di fatto la band che ha registrato il “core” del disco, Hugo escluso. Due fiorentini (io e Pippo Boni), due romagnoli (Diego Sapignoli e Roberto Villa) e la mina vagante rappresentata dalla napoletana Federica Ottombrino, che sul palco suona di tutto e di più. Concordo, è una band che ha un sound originale, non è un quintetto rock, non è un combo jazz. C’è un sound molto anni ’60, quello delle orchestre della RCA oppure delle band soul americane. È la scuola in particolare di Villa e Sapignoli, è il suono che hanno nella testa e nelle mani, e quando la ritmica gira, la band è fatta. Credo che parte dei buoni riscontri su questo disco siano derivati anche dalla bontà dei concerti e del suono della band.

ML: Molto, molto male. Semplicemente perché alla musica non demandiamo più il nostro bisogno di socialità, i social e il web hanno assorbito completamente questo ambito. Tra i giovanissimi credo che addirittura la dimensione “live” non esista proprio, ma che si tratti perlopiù di (brevi) apparizioni in luoghi non pertinenti alla musica. Sono pessimista ma disponibile a rivedere la mia visione. Speriamo.

Con Dáimōn abbiamo suonato ad oggi circa 40 concerti. Non sono pochi, ma in questo godo di appartenere ad un altro momento per la musica live, e di essermi conquistato un po’ di nome e di credibilità. È una semina enorme a fronte di un piccolissimo raccolto. Ma è l’unico modo possibile per dare vita e senso ad un progetto musicale, e per farlo occorre anche tralasciare ogni aspetto economico possibile e fare grossi sacrifici personali e collettivi.

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