Quest’appartenenza che abbiamo trovato: due parole e forse più con i Fast Animals and Slow Kids

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Intervista di Giovanni Tamburino
Immagini sonore di Valentina Brosolo (intervista e backstage) e Stefano Brambilla (concerto)[scattate all’Alcatraz, Milano, il 18 marzo 2017]

Sono passate le 20.45, la fila davanti le porte dell’Alcatraz si estende in tutta la sua mole di adolescenti e studenti universitari in attesa di una serata che, a giudicare dai precedenti, potrebbe diventare indimenticabile.
A tredici mesi dalla conclusione del tour promozionale di Alaska, i Fast Animals and Slow Kids sono tornati a Milano per il nuovo album: Forse non è la felicità.

Entriamo in tempo per vedere l’apertura delle porte e i primi della fila riversarsi sulla transenna davanti al palco: tutto il pogo di questo mondo non li farà schiodare da lì.
Marco, il loro tour manager ci accompagna nel backstage dove, girato un angolo, troviamo i ragazzi in compagnia di Ufo dei The Zen Circus. Salutiamo e ci mettiamo in una saletta in tranquillità per goderci una bella chiacchierata prima del concerto.

Bentornati a Milano! È passato un anno dal vostro momento trionfale qui all’Alcatraz, penso vi siate divertiti anche voi quella sera…
Aimone – Non so… Abbiamo dei ricordi molto confusi di quella serata, ma non tanto perché abbiamo fatto le rockstar, quanto proprio perché l’emozione, l’ansia, erano così tante che ci ricordiamo poco. Io ho solo un senso di profondo bianco dall’inizio alla fine: entro sul palco, quell’urlo, quella carica e dopo tutti hanno risposto in modo molto forte al concerto e quindi non ci ricordiamo bene cosa è successo. Speriamo che sia così anche stasera.

Noi ne siamo sicuri. Alla fine di quel concerto ci avete lasciati un po’ nel vago: «torneremo, non è un addio, ma un arrivederci». Cosa è successo in questi mesi?
Aimone – Guarda, l’idea iniziale è stata questa: visto che siamo in un periodo così vorticoso e veloce – soprattutto nell’ambito musicale, dove sembra che devi far uscire tutto subito, devi cavalcare l’onda eccetera eccetera – noi ci siamo ritrovati dopo cinque anni che eravamo in tour, all’interno di questa dinamica in cui tutto è veloce, e ci siamo resi conto che forse era arrivato il tempo di fermarci. Abbiamo fatto questo ultimo tour decidendo: OK, stiamo fermi. Non tanto perché vogliamo prenderci una pausa come musicisti, quanto perché è il momento di riflettere su che cosa sta succedendo intorno a noi: siamo in un Alcatraz così pieno, abbiamo fatto questi concerti così pieni di gente, cosa sta succedendo a noi e alla musica che facciamo? Allora ci siamo dati del tempo per riflettere, che poteva essere un tempo di quattro anni oppure pochi mesi – come poi è stato.
Alessio – C’è da dire che pochi mesi non ce l’aspettavamo…

Aimone – Sì, c’è da dire che non ce lo aspettavamo. Forse eravamo più orientati verso un po’ di anni. Però sta di fatto che siamo anche una band che vive una quotidianità abbastanza “importante” tra di noi, quindi dopo un mese, un mesetto e mezzo che non ci vedevamo – ci sentivamo per messaggio – ci siamo chiesti: «che stiamo facendo? Qualcuno ha voglia di suonare? Io! Io!» Tutti e quattro. Allora ci siamo visti in sala prove e lì è ricominciato, ma in maniera molto tranquilla. La nostra idea non era di uscire un giorno o un mese preciso. Noi facciamo i pezzi, facciamoceli piacere. È come se fosse all’inizio, come suonare per la prima volta quando formi la band. Suoniamo i nostri pezzi, troviamo la quadra che ci piace e quando è il momento facciamo uscire il disco. Solo che poi è uscito un anno e un po’ dopo. Ci abbiamo messo poco. Forse anche per lo spirito che avevamo… era un discorso di libertà: siamo liberi di fare come cazzo ci pare. E allora vai… ci piace questo pezzo? Sì ci piace. E allora vai, prossimo…
E con questo slancio in poco tempo abbiamo scritto le canzoni e ci siamo messi all’opera per poi registrare il disco.

Avete già fatto delle date: come sono state? il pubblico come ha recepito il nuovo disco?
Aimone – È stata una roba abbastanza sconvolgente. Nella nostra storia come band è sempre successo che noi iniziassimo a suonare un nuovo disco – quindi nuovi concerti dove lo presentavamo – e magari col tempo a chi veniva a vederci quel disco iniziava a piacere di più e lo cantava. In queste tre date ci siamo schiantati con questa nuova situazione che non ci era mai successa: che i pezzi nuovi già le persone li cantano. Ai concerti sono già carichi i pezzi nuovi, cosa che non ci aspettavamo mai ed è abbastanza sconvolgente per noi. Quindi siamo ben speranti nel futuro, siamo carichi.

Ad aprirvi ci saranno i Gomma, di cui si sta parlando parecchio in questi ultimi mesi. Voi avete già fatto un po’ di strada in più. Come li vedete?
Aimone – A me piacciono molto! In apertura suoneranno loro e i Labradors. Sono due band che abbiamo scelto e voluto perché, secondo noi, sono fichissimi entrambi. Tra l’altro per i Gomma avevo organizzato io una serata a Perugia un po’ di settimane fa e dal vivo sono una spada, quindi siamo contentissimi della scelta.
Segue anche un principio di spinta: quando abbiamo iniziato noi ci hanno preso gli Zen Circus e ci hanno detto di suonare con loro su un palco. Dobbiamo fare la stessa cosa con le band che riteniamo fiche e spero questo lo facciano tutti gli altri, tutte le band, che tutti quelli che in un certo giro musicale si concentrino su questo, perché non è una cosa secondaria, anzi è fondamentale. Se gli Zen non ci avessero detto: «venite a suonare con noi», se i Ministri non ci avessero portati all’Alcatraz per la prima volta ad aprire il loro concerto, noi sicuramente non saremmo qui, perché non avremmo imparato, non avremmo visto come si sta sul palco, non avremmo sperimentato tante cose che sono fondamentali…
Alessio – Non avremmo avuto l’opportunità di farci vedere dai loro pubblici.
Aimone – Anche questo. Poi, ovviamente, c’è anche un discorso di promozione della band, ma è soprattutto di esperienza: band più grandi che ti permettono di fare esperienze in un certo periodo del tuo percorso sono fondamentali, ti fanno capire dove puoi migliorare.

Soprattutto in questo periodo, finalmente, i gruppi un po’ più underground italiani si stanno facendo largo. Queste ultime annate come le vedete rispetto al riscontro con un pubblico che sta diventando sempre più grande?
Alessio –
Ne parlavamo prima a cena con Ufo degli Zen e ci diceva come – abbiamo riscontrato anche noi questa cosa – sta andando un po’ bene a tutti ultimamente. Anche la parola “sold out” è molto abusata, anche inflazionata, perché ci sono tante persone che vanno ai concerti.
Aimone –
È vero che su questo discorso si inserisce un’altra cosa: ad alcune band che stanno in un certo giro sta andando meglio, però non ci sono tante band nuove che vengono seguite. Il discorso sta un po’ a metà: magari per band già seguite dall’anno scorso, o anche prima – come è stato per noi –, sta migliorando; per alcune band emergenti questa cosa non succede. La mia paura è magari che si ampli il pubblico per band che già ne hanno uno, quanto che se ne formi uno che va a vedere cose nuove. Il senso musicale è anche questo: quante persone sono interessate alla nuova musica, da quello che sta uscendo in questo anni? Alla fine, noi siamo una band che suona da otto anni. Sembra che siamo qui da poco, ma sono otto anni. Gli Zen da una vita, i Ministri… tutto questo gruppo di gente che si conosce perché si è vista sui palchi in questi dieci anni.
Alessio –
Da una parte, magari c’è l’affezione per gruppi che sono sulla strada già da un po’ di anni – tipo noi, anche – e dall’altra non c’è quella a vederne di nuovi, però magari la gente si affeziona ad un locale, alla sua programmazione, non tanto per chi c’è, ma perché col tempo i locali si sono rinnovati e sono riusciti a portare gente tutte le settimane. Quindi magari capita che ti imbatti in un gruppo per caso. Non avevi avuto quell’istinto, ma sei lì a quella serata casuale e ti innamori di un gruppo.
Aimone –
Poi, ragionandoci su, alcune band forti che stanno uscendo ci sono. Penso a Motta, che è esploso quest’anno perché ha fatto un disco meraviglioso, perché ha un live stupendo – vedere Motta dal vivo è una cosa che consiglio a chiunque –, però anche lui stava nel giro con noi da una vita. È strano, non so. Dovremmo analizzarla in termini numerici: quante band nuove rispetto a quante suonano da sempre in giro.

Parlavate anche di quelli che già sono nel giro da tempo, in particolare Zen Circus e Ministri, che stasera portate sul palco con voi. Qual è il rapporto tra voi band?
Aimone –
Diciamo che più che portarli su noi sono loro che vengono a farci un saluto. La nostra idea è stata questa: mentre l’anno scorso questo concerto era la chiusura di un cerchio, di un anno incredibile, pieno di date – ne abbiamo fatte novanta –, eravamo arrivati al coronamento di questo percorso, siamo cresciuti, c’era sempre più gente ad ascoltarci… quest’anno l’idea di Alcatraz, di questo locale così grande che raccoglie così tante persone era: perché siamo di nuovo qua? perché col passare degli anni siamo di nuovo qui a suonare?
Il perché è chiaro: ci sono state delle band che ci hanno dato una mano e che nella nostra storia ci hanno permesso di fare questo passaggio. E allora chiamiamole a fare un pezzo con noi e, dato che sono persone meravigliose, sono venuti giù a farci un saluto.
Poi è proprio un ambiente di amici, con loro è il tipico esempio in cui hai una passione – non ci conoscevamo prima, venivamo da città diverse e ci siamo conosciuti sui palchi – e nel tempo, stando insieme sui palchi, siamo diventati amici. E questa cosa qua nel tempo è diventata importante, un’amicizia vera, un’amicizia che tu hai col tuo compagno di banco, non so. È partita dalla musica. Loro sono gli amici che ci siamo fatti nel corso di questi anni.

Ad esempio, Appino vi ha dato una bella mano nei dischi precedenti. In Forse non è la felicità c’è stata un po’ la sua mano, o anche di altri, o è tutta farina del vostro sacco?
Aimone –
In realtà con Appino abbiamo fatto soltanto il primo, dopodiché ci siamo chiusi un po’ in clausura – perché siamo abbastanza campanilisti, forse (ride) – in questa casa di fronte al lago da soli – noi quattro e il nostro fonico storico, che è Andrea Marmorini e che è il nostro produttore assieme a Jacopo Gigliotti, il nostro bassista. Questa formula di libertà espressiva, anche se certe volte va un pochino meno dietro a quella che potrebbe essere una qualità sonora eccetera eccetera, l’abbiamo fatta nostra. È il nostro modo di registrare e vogliamo continuare così.
Jacopo –
Così riusciamo a trovare l’espressione migliore, probabilmente. Una di cui ci sentiamo soddisfatti. E alla fine di questo disco ci siamo trovati pienamente soddisfatti di quello che stavamo facendo.
Aimone –
Poi ascolti i successivi e senti sempre che c’è qualcosa che non va bene. Sarà per sempre così e semplicemente noi cercheremo di migliorare di volta in volta. Però questa è la forma che ci soddisfa di più, che ci fa uscire da uno studio meno stressati. Noi usciamo dallo studio che felici, dopo un mese in cui siamo stati insieme, dove ne abbiamo viste di cotte e di crude.
Alessio –
Spesso quando ci approcciamo ad uno studio vero, ci prende un’ansia come quella di stasera, quella pressione da concerto. Sei davanti a tecnici di studio che ti guardano, che ti giudicano, che «oddio, ho sbagliato! abbiamo prenotato lo studio per tot giorni»… Invece lì sei libero, siamo sicuri di dare il 100% di quello che possiamo dare.
Aimone –
Poi magari, è chiaro, mancheranno alcune specifiche tecniche, ma… sticazzi! Questo è il concetto, quello che deve passare è la musica, ma soprattutto la musica al nostro livello, quello che siamo noi. Alla fine, noi facciamo musica rock. Quello che deve passare è quello che hai in testa, è l’idea. Deve essere rabbia: e allora rabbia sia; deve essere tristezza: che tristezza sia… però comunicare. Questo è il concetto di base: comunicare quello che hai in testa, perché se hai un’idea forte è importante tramandare quella, mettere sul disco quella cosa là.
Alessandro –
E quando vedi che non ci stai riuscendo sai che puoi prenderti la libertà di dire: «okay, fermi tutti. Andiamo avanti, facciamo un’altra cosa. Non sta venendo come vorrei. Concentriamoci e andiamo avanti: nessuno ci corre dietro.»

Che criteri usate nello stabilire se una canzone arriva effettivamente a comunicare quello che avete in mente?
Aimone –
Il criterio è il nostro. è il “movimento emozionale”…
Alessandro –
Intestinale…
Aimone –
(ride) Intestinale non è male. È la nostra testa, che sono quattro teste diverse, ma che alla fine si fondono in un’unica testa dove mettiamo tutte le nostre… non so come spiegare. Diciamo che l’unico vero filtro siamo noi.
Alessio –
Spesso arriviamo a registrare i pezzi che sappiamo che non ci soddisfano e fino all’ultimo stiamo lì a ragionare per come cambiarli. Poi arriviamo alla registrazione e diciamo «no, così non si può fare… fermiamoci un attimo a ragionare… tu vai di sopra, ragiona su altre parole, su dei testi…»
Aimone –
Ma succede sempre, ad ogni registrazione, che io inizio a cantare e faccio cagare! Inizio a cantare e gli altri mi chiedono che cosa sto facendo. «Vai a correre, Aimò! Corri da qualche parte». Allora io mi metto a correre, ritorno dopo un po’ stanco – intanto loro registrano cori, percussioni – e poi ci riproviamo. Sentiamo la voce, ma è ancora terribile… non lo voglio fare uscire un pezzo così, mi farebbe schifo. Ecco! Questo è un filtro importante: non ascolterei questo pezzo. E se questo succede ad uno di noi cinque – compreso Andrea – non andiamo avanti.

Parlando del vostro ultimo “figlioletto”, è sicuramente un disco che vuole colpire fin dal primo contatto che si ha con esso. Come mai avete deciso di “appendere” un uomo sulla copertina?
Aimone –
(sorride) Non è appeso, non lo sai se è appeso o sta saltando.
Però sul retro c’è la corda…
Aimone –
Lo slancio era proprio questo. Stavamo ragionando su questo: sul concetto di felicità, perché se ne ragiona molto sul disco. È un disco un po’ nostalgico, ma che ragiona molto rispetto a se stessi e al proprio approccio rispetto a situazioni contingenti che accadono. Sotto questo punto di vista siamo partiti proprio dal discorso che forse non è la felicità. Allora che cos’è la felicità? E a questo punto abbiamo detto che, se questo è il ragionamento, la domanda che ci poniamo e per cui diamo questo titolo, anche l’artwork deve rispecchiare questo concetto. Quindi, davanti c’è qualcuno che sta saltando? o che è appeso? Dietro diamo un’altra opinione della cosa, però è colui che lo guarda che sceglie la verità.
È un po’ come sui pezzi, a noi capita spesso che scriviamo un pezzo dove parla di una certa cosa che tutti e cinque conosciamo chiaramente e che per noi abbia un significato che è unico. È chiaro, ci parliamo tutto il giorno, siamo sempre insieme… poi arrivano persone che vengono ai concerti, qualcuno che ascolta il disco da solo, che ci dà delle interpretazioni riguardo ai pezzi che sono estremamente personali, ma proprio per questo sono vere tanto quanto le nostre, magari totalmente diverse. C’è sempre, in questo disco è successo tante volte nonostante siamo alla quarta data.
Questa roba è bella e volevamo portarla avanti anche da un punto di vista dell’artwork. Tu mi hai chiesto perché abbiamo appeso qualcuno, ma quella è l’impostazione che tu gli hai dato, questa è la sensibilità che tu hai messo di fronte al disco ed è importante, è sostanziale. Non è tanto importante quanto noi lo vediamo, come noi lo vediamo, in che modo lo stiamo percependo perché è chiaro che noi abbiamo un nostro filtro, ma tu hai il tuo. E il tuo è importante tanto quando il nostro.
Alessio –
Sembra un po’ tipo quei disegni che si usano in psicologia… c’è chi ci vede il pesce, chi la donna nuda.

Adesso voi saltereste o vi appendereste?
Aimone –
Adesso noi siamo tutti appesi (ridono).
Alessandro – In questo momento salticchiamo ogni tanto, eh…

A livello di suono ricorda l’immediatezza di Hybris, però si vede che c’è un lavoro maggiore dietro. Mi sbaglio?
Aimone –
Questa cosa dell’immediatezza ce la dici per primo, molta gente ci dice che un album che è più da riascoltare. Personalmente, questo è forse il disco che abbiamo fatto – è stato molto coscienzioso, abbiamo studiato ogni singola cosa – in cui l’istintività e la purezza sono state al centro di tutto. L’abbiamo registrato come Hybris. Con Hybris era la prima volta che registravamo in quel posto, la prima volta che ci trovavamo a confronto solo con noi stessi. Abbiamo cercato di mantenere la stessa impostazione per questo disco, però ovviamente cercando di aumentare lo standard sonoro e tutto il resto.
Alessandro – Anche negli arrangiamenti c’era una cura maggiore.
Aimone –
Su tutto, perché avevamo più tempo – era raddoppiato rispetto a Hybris – e perché da allora sono passati un po’ di anni, quindi qualcosa si è imparato nel tempo. Anche solo chiedendo a qualcuno… sempre un microfonino meglio, un amplificatore settato un pochino più preciso… nel tempo anche queste cose fanno la differenza da un disco ad un altro.

Tentando di fare un confronto: Alaska potrebbe considerarsi quasi a tutti gli effetti un concept. In Forse non è la felicità ci sono dei momenti in cui sembra si vada sempre di più all’interno di certe tematiche. Cosa avevate a cuore di raccontare in questo disco?
Aimone –
La maggior parte dei testi la scrivo io, poi – come su tutto, decidiamo insieme – se un testo ci piace lo facciamo, sennò si va avanti. Da questo punto di vista do una risposta che è un po’ personale.
Per come lo percepisco io, Forse non è la felicità è veramente la descrizione limpida di alcuni momenti, anche distaccati tra di loro – quasi bipolari in certi momenti – che mi sono accaduti, quindi è un disco estremamente variopinto. Rispetto ad Alaska, che magari è un mattone, un monolite, che sta lì in tre mesi e sta chiuso in quei tre mesi, questo ha molto più respiro in termini proprio di vita, di esperienze vissute…
Alessio –
Di cose che sono cambiate nel frattempo… una coincidenza di momenti in cui ti veniva l’idea per scrivere un testo, le situazioni che accadevano in quell’istante…
Aimone – E alcune – anche nello stesso pezzo – sono situazioni a distanza di tanti mesi. Un pezzo come Montana è stato scritto una parte in un mese e un’altra quattro mesi dopo, che è una cosa folle, non ci era mai capitata. L’abbiamo implementata dopo perché ci sentivamo così e quindi anche il testo è frutto di un altro periodo. È chiaro che una visione d’insieme c’è sempre, forse anche per via di un distorsore continuo che ci piace molto avere sulle chitarre, di un’impostazione che mantiene la ruvidezza del rock’n’roll; dall’altra parte perché, come succede spesso, quello che fa riflettere nella vita sono contingenze magari un pochino amare, con un sottofondo un pochino nostalgico, malinconico, triste, però rimane sempre in quel mondo là. Un pochino più riflessivo. Forse perché umanamente capita di ragionare su certe cose, capita di strutturare dei testi, di iniziare a pensare al testo in certi momenti e non in altri.

Prima parlavi di bipolarità. C’è una sorta di altalena tra canzoni come Giorni di gloria, Tenera età da una parte e dall’altra Fiumi di corpi…
Aimone –
Esatto: speranza e decadenza allo stesso tempo. Ma è così: esattamente senza filtri, esattamente quello che volevamo dire in quell’istante. Perché il nostro modo di far musica è questo: non c’è mai venuto in mente di descrivere qualcosa che non sia importante per noi, perché ci sembrerebbe di dire bugie, di descrivere qualcosa che non è forte, che non è potente. Per noi la musica ha una funzione importante, terapeutica, che ci protegge e che ci “nobilita”, quindi tutto ciò che è correlato alla musica deve essere importante.
Per questo diciamo una cosa opposta all’altra nel giro di due canzoni differenti, perché è quello che in quel momento stava succedendo. È istintività, è purezza, è verità espressiva…

Qual è lo scopo di cui non potreste fare a meno e senza il quale la musica non ha raggiunto un obiettivo?
Aimone –
Ci domandiamo sempre se tutti e quattro siamo coinvolti allo stesso modo nella canzone.

Anche l’ascoltatore deve arrivare a questo?
Aimone –
Non è importante. È un po’ egoistica e cafona come cosa, però effettivamente l’importante siamo noi. Siamo quest’unità folle e pazza che ci siamo dati e che mantiene la sua unicità. Vogliamo veramente che il pezzo sia sentito da tutti e quattro nello stesso modo. Se ci si ritrova qualcun altro per noi è una bomba, abbiamo vinto perché vuol dire che stavamo parlando di qualcosa che era per noi quattro, ma che può servire a qualcuno. E quando questo succede è bellissimo.
Alessio –
Non sei solo.
Aimone –
È uscire dal nostro scudo in favore di qualcun altro. Poi, per quanto mi riguarda, uno scopo importante è non essere troppo chiaro.
Alessandro –
Non mettersi completamente a nudo…
Aimone –
Esatto. Io voglio che noi quattro lo sappiamo e che noi quattro siamo insieme perché siete i miei amici e voglio vivere questa cosa coi miei migliori amici. Allo stesso tempo non voglio che tutto quello che noi stiamo vivendo sia esattamente la stessa cosa che tu puoi percepire, perché se è così chiaro, così diretto, allora ti sto raccontando una storia. Non sto muovendo niente su qualcun altro, non sto evocando i tuoi pensieri. Il fatto che tu prima dicevi «io lo sento così», quella è una roba bella perché tutto si basa sul fatto che non sono stato chiaro.
Alessio –
Altrimenti non ti ha spinto a pensare, ad evocare, ad immaginarti qualcosa piuttosto che spiattellarti tutto.
Aimone –
È la differenza con una filastrocca per bambini: spiega le cose, ti dice che il lupo ha mangiato Cappuccetto, fine. Invece qui l’idea è: il lupo potrebbe mangiare Cappuccetto Rosso. Poi il finale te lo vedi te.
Alessio
(ad Aimone) – Non potevi fare al differenza fra una filastrocca e un romanzo?
Jacopo
(sempre ad Aimone) – Poi è una fiaba, mica un filastrocca.
Aimone
(ride) – Che palle! Forse non voglio più collaborare con loro.
Jacopo – Stasera esordisci da solista: Aimone Romizi & The Fast Animals and Slow Kids.
Aimone –
Il mio disco si chiamerà Io a nudo.
Alessandro –
Fanculo l’ermetismo.
Aimone –
Le fiabe di Romy!

Tornando all’altalena tra nostalgia e voglia di non fermarvi: nella vostra carriera a cosa guardate con nostalgia e di cosa non potete fare a meno e vi fa continuare?
Alessandro –
Il coinvolgimento di noi quattro.
Aimone –
Esatto. Ragazzi, siamo veramente un gruppo di coglioni. Però il fatto che io so che non posso crollare perché ci sono tre persone con me, insieme nella stessa barca, pronti a farmela pesare (ride)… stiamo ballando su quel cazzo di filo su uno strapiombo tutti insieme e il fatto che siamo insieme a farlo è chiaramente una cosa che ci muove molto, che ci dice “vai, si va avanti”, perché se crollo io crollano gli altri. E gli altri fanno lo stesso, quindi alla fine non crolla nessuno. Il senso di appartenenza a qualcosa – loro mi prendono per il culo per questa cosa – che è personale e che ti protegge da tutto, dalla realtà, dalle quotidianità… questa è la nostra isola che può essere felice o infelice, ma è la nostra isola. E ce la gestiamo come cazzo ci pare! Questo è un aspetto che ci tira sempre avanti.
Da un punto di vista di nostalgia, io sono sono nostalgico di tutto. Sono nostalgico del primo concerto, del concerto più brutto, di quello più bello. Anche se il concerto più bello ce l’avrò tra due anni, comunque sono già nostalgico… Sono già nostalgico del concerto di stasera, per quanto mi riguarda.
Alessio
(ride) – Per non parlare del soundcheck…
Aimone –
Da questo punto di vista, molto è emotività. Quello che abbiamo lasciato dietro è semplicemente indietro, sta tutto là. E io tutto quello che è passato lo immagino dorato, non so per quale motivo. C’è un velo d’oro sopra, ma chiaramente è stupido come ragionamento, quindi non saprei dirti rispetto ad una nostalgia del passato. A me sembra tutto nostalgico, qualsiasi cosa abbiamo fatto mi sembra incredibile vista adesso. Magari perché siamo molto soddisfatti in questi istanti: stiamo per suonare all’Alcatraz, la nostra musica è funzionata, siamo andati avanti nel tempo… quindi magari è normale che anche le sconfitte del passato le vedi positivamente.
Jacopo –
Le vedi come storie da raccontare.
Aimone –
Magari se continuavamo in quell’arcobaleno di merda in cui abbiamo vissuto per svariati anni probabilmente oggi il ragionamento sarebbe diverso, non saremmo nostalgici.

Siete nostalgici della vostra Perugia? Ne fate un motto ogni volta che salite sul palco…
Aimone –
Che città… nostalgici di Perugia sempre.
Alessandro –
Anche quando stiamo là.
Aimone –
Sì, anche a Perugia siamo nostalgici di Perugia. Della Perugia di qualche anno fa.
Alessio
(scherza) – Quant’era vivo il centro una volta…
Aimone
(ride) – Non nel senso di nostalgia, ma alla nostra città siamo molto legati. Per tanti motivi, ma ci stiamo bene, non so perché. è provincialismo spinto e cafone, ma è così.

Lì c’è un pubblico che vi segue che, probabilmente è quello con cui siete cresciuti…
Aimone –
È a metà: adesso si è creato un po’ di atteggiamento di riverenza anche ai concerti a Perugia – cosa che prima, ovviamente, col cazzo che c’era. Però rimane il fatto che ti guardi intorno quando stai suonando a casa e vedi i tuoi amici di una vita, quelli che ti hanno visto suonare lì per terra nel bar schifoso, nel pub terribile, a casa dell’amico dell’amico dell’amico… Quando sei a casa sei a casa. Hai gli amici davanti ed è una bomba, perché si percepisce la bontà della cosa. Ci vogliono bene perché sono amici nostri, non perché stiamo suonando chissà cosa. E quando degli amici ti dimostrano che ti vogliono bene, allora ovviamente è un momento bellissimo.

In Ignoranza, se da una parte “non saremo liberi”, dall’altra “voi quattro idioti” non mi sembra la diate così per vinta…
Aimone –
È proprio là il discorso. Il ragionamento è: crea la tua ribellione. Paradossalmente ognuno vive queste vite all’interno della propria quotidianità che ci schiavizza. Viviti la tua ribellione.
Nel nostro caso, la ribellione è questa: suonare e sentirci liberi, alzare il volume e vaffanculo. Dimenticarsi di tutto. Ognuno troverà la propria, ovviamente esortiamo da questo punto di vista ad una ribellione personale.

Quanto di ironia c’è in quella canzone?
Aimone – Forse non è proprio ironia. è una via di mezzo tra ironia e delusione. Ogni tanto pensiamo che la ribellione sia morta e ogni tanto vediamo qualcuno che si sta ribellando, ma non in termini fricchettoni, tipo “ribellatevi dal potere”. Il concetto è ribellarsi da schemi personali, da convinzioni personali, da “ogni giorno io mi alzo e faccio venti flessioni”… ma vaffanculo! Dalle piccolezze, dalle piccole cose che ci circondano. È molto personale.

“Forse non è la felicità ciò che voglio, ma un percorso per raggiungerla”: avete già un’idea di dove il vostro percorso vi porterà?
Aimone –
Mai avuta in vita nostra, mai avuto idea del percorso. Sappiamo che c’è. È assolutamente indeterminato dove stiamo andando, quello che stiamo facendo. Per quanto ci riguarda, qualunque cosa che ci accada è incredibile, soprattutto in questo momento: stiamo per suonare all’Alcatraz pieno di gente… come te lo spiegavi? L’anno scorso… o anche semplicemente qualche mese fa, quando stavamo in sala prove ci si è allagata tutta. Pieno di fango e merda, gli strumenti dappertutto…
Alessio –
Per quanto ci riguarda è difficile impostare un percorso e cercare di seguirlo. L’anno scorso non avremmo mai detto che il nostro obiettivo per l’anno successivo sarebbe stato di nuovo l’Alcatraz pieno di gente. è successo. Ci siamo messi a suonare ed è uscito il disco, dopo un anno ci siamo rimessi in moto, oggi siamo qua, domani torniamo a casa.
Aimone – Ma soprattutto il concetto è: non esiste nessuna meta, esiste soltanto la camminatina, il trekking da un posto all’altro. Non c’è la meta. Il nostro percorso non ha una direzione, è totalmente fuori controllo, ma anche per le persone che ci circondano. È fuori controllo per chiunque, figurati per noi stessi. Camminiamo. Allacciarsi le scarpe, per continuare le citazioni, e pedalare.

Salutiamo i ragazzi e ci apprestiamo ad uscire, dopo aver scattato un altro paio di foto. Valentina, che in realtà li ha scoperti da poco, sulla porta trova il coraggio di chiedergli il perché del nome. Per chi come lei non lo sapesse, la ragione la troverete cercando su Youtube il nome della band e aggiungendo la parola “Griffin”.
Torniamo nella bolgia, che i Labradors e poi i Gomma hanno già iniziato a scaldare con due esibizioni all’altezza del buon nome dell’Alcatraz, in attesa del turno dei ragazzi.
Non appena mettono piede sul palco è l’inizio di una festa, l’urlo della folla è incontenibile.
Pezzo dopo pezzo, dalle perle degli album precedenti agli ultimi arrivati, band e pubblico continuano ad aizzarsi a vicenda in uno scambio continuo, scherzoso, di incontenibile e disperata gioia che si conclude con la frase e la provocazione che quei quattro ragazzi – cinque contando la new entry per i live, Daniele Ghiandoni – hanno voluto marchiare a fuoco nella nostra memoria e nei nostri cuoi. La folla, tra sudore e lacrime continua ad urlarlo anche quando ormai hanno smesso di suonare e stanno lì sul palco, forse un po’ commossi, abbracciandosi fra di loro e lasciandosi abbracciare dal bene che duemila e più persone gli stanno riversando addosso adesso.

«Forse non è la felicità
Forse non è la felicità
Forse non è la felicità»

Cosa sarà realmente lo scopriremo. È quello che i FASK ci hanno voluto augurare ed è lo stesso che noi auguriamo a loro.

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Un pensiero riguardo “Quest’appartenenza che abbiamo trovato: due parole e forse più con i Fast Animals and Slow Kids

    […] da amici e fans. Ci avviciniamo a salutarlo e, dopo un attimo, ci riconosce ricordandosi della chiacchierata di quaranta minuti che avevamo avuto nei camerini dell’Alcatraz prima del loro trionfale concerto di marzo qui a […]

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