Articolo di Eleonora Montesanti

I C+C=Maxigross sono un collettivo multiforme attivo dal 2011 con base a Verona. In costante evoluzione e cambiamento hanno pubblicato fino ad oggi svariati album ed ep suonando in lungo e in largo per l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti. La formazione del collettivo cambia in base al tour e al progetto coinvolgendo artisti da tutto il mondo, così da poter generare ogni volta una nuova opportunità di scambio umano e musicale. Da poco è uscito il loro nuovo progetto, intitolato Nuova Speranza, ovvero un ep di tre pezzi in cui il gruppo usa per la prima volta la propria lingua madre – l’italiano – con lo scopo di valorizzare il loro messaggio di speranza universale.
Per l’occasione abbiamo scambiato una lunga (e bellissima, lasciatemelo dire) chiacchierata con Tobia, *qui di solito si indica il ruolo dell’artista nel gruppo, ma nei C+C=Maxigross non esistono veri ruoli prestabiliti*, che vi consigliamo di leggere a cuore e mente aperti.

Cari C+C=Maxigross, la cosa che più colpisce del vostro nuovo lavoro, Nuova Speranza, è la scelta del cantato in italiano. Qual è la ragione principale del vostro “ritorno” alla lingua madre?
Ciao cara! È stato un percorso molto lungo, difficile da spiegare in poche parole. Più che un “ritorno” è un “nuovo inizio”, visto che non avevamo mai cantato in italiano con questa convinzione e consapevolezza. Abbiamo cominciato tanti tanti anni fa con l’intento di parlare a più persone possibili, e il mondo ideale a cui ci riferivamo era quello dei nostri miti musicali. Che tendenzialmente (fino a poco tempo fa) erano principalmente anglo – americani. Quindi cantavamo in inglese e volevamo suonare in giro per il mondo. Si parla del 2010/2011. Poi pian piano la realtà si è delineata un pochino e ci siamo ritrovati a fare il 95% dei concerti in Italia, e quindi la maggior parte dei nostri interlocutori erano nostri madrelingua (nonostante i tour all’estero, le soddisfazioni e le collaborazioni internazionali continuassero eh…). Pian piano le cose iniziavano a starci strette, sentivamo una sorta di insoddisfazione latente nonostante le cose andassero avanti generalmente bene. Così con il tour di Fluttarn (nostro ultimo album del 2015) abbiamo iniziato una forte mutazione che c’ha portato a capire che molto semplicemente l’unica cosa che ci importava era esprimere un sentimento, un’emozione, un messaggio. E farlo con una lingua non nostra era un incredibile controsenso. Miles Cooper Seaton, nostro amico fratello collaboratore americano, ci ha aiutato e incoraggiato molto in questa scelta anzi, è stato a dir poco decisivo. Così nell’ultimo anno (il 2017) abbiamo cominciato a lavorare su brani nuovi, con una formazione nuova, nuovi suoni, nuovi strumenti, approcci, collaborazioni e ascolti diversi. Se è vero che i C+C dello scorso album non c’entrano assolutamente niente con “Nuova Speranza” è anche vero che sono la più sincera e onesta evoluzione di questo viaggio iniziato quasi dieci anni fa. Spero si capisca qualcosa!

La scelta dell’italiano comprende un gioco bellissimo tra significati e significanti in cui le parole diventano protagoniste. Non che nei vostri dischi precedenti non lo fossero, ma qui è indubbio che chi ascolta è più propenso a prestare attenzione. Possiamo quindi considerare la scelta dell’italiano come un’apertura nei confronti dei contenuti?
Hai centrato in pieno. I C+C nascono come “gioco” di me (Tobia), Pippo, e Ambro che, amici da anni, chiedemmo ad una mia amica, Carlotta, di suonare la batteria. Credo fosse il 2008. I primi brani erano puri esperimenti nel senso che ci ponevamo questa domanda (inconscia ovviamente): siamo in grado di scrivere un pezzo alla Beatles? Alla Beach Boys? Alla CSN&Y? Ci provammo e vennero fuori dei giochi, dei tentativi, in cui la canzone era solo un pretesto per conoscerci, divertirci, far divertire i nostri amici… I testi di conseguenza, soprattutto i primissimi, erano sgrammaticate filastrocche anglomaccheroniche involontariamente psichedeliche. Pian pianino dall’esigenza di scoprire se eravamo in grado di fare questo primo piccolissimo passo le cose hanno iniziato a muoversi, e noi a crescere. Per quello che prima dicevo che la strada per cantare in italiano è stata lunga. Il passaggio da testi che non significavano (quasi) nulla a un ep dedicato interamente ai migranti e al ricercare una speranza nuova nella vita di tutti i giorni non è stata quindi improvvisa. “Fluttarn” è sicuramente un disco che ritengo mostri che stavamo perdendo la bussola. Volevamo cantare di noi stessi, di cose vere e personali, ma non sapevamo come farlo. In primis eravamo in una fase di grande cambiamento interno (la formazione storica si stava sfaldando e stavamo chiudendo anche tutti i progetti collaterali come l’etichetta Vaggimal Records), stilisticamente non avevamo idea di dove stavamo andando e francamente non ci stavamo divertendo molto. Ora, a trent’anni, posso confermarti che si, al centro ci siamo noi che osserviamo il mondo, dentro e fuori di noi. Tutto il resto non c’entra. Non ci interessa più niente dello stile (basta vintage e revival etc), le scene (basta psichedelia texana come indie romanico) e le aspettative. La nostra unica aspettativa è parlare a cuore aperto, in primis per noi e i nostri amici (ampia categoria che comincia da chi viene ad ascoltarci ai nostri concerti, sia chiaro).

Un’altra peculiarità di Nuova Speranza è lo stile musicale, che profuma deliziosamente di ritmi e beat africani e che, proprio per questo, valorizza ciò che viene narrato. Come nasce questo amore per l’afrobeat?
Parlavamo di stile, ed eccoci qua! Indubbiamente negli ultimi anni la nostra coscienza (non solo musicale) ha aperto i suoi occhi verso una parte del mondo che quotidianamente è fraintesa, ignorata, sfruttata e svalutata. Chiamatela Africa, Sud del mondo, Oriente, Terzo Mondo, come volete voi. Per noi la questione è semplice: il Mondo è decisamente vario. Ed immenso. Non abbiamo intenzione di perdere anni preziosi della nostra vita (quindi della nostra musica) concentrandoci sul nostro ombelico, men che meno sulle leggi che detta la cultura predominante occidentale, ovvero USA e UK. Men che meno la musica italiana che arranca nel cercare di stare al passo coi trend dettati da quella cultura che se ne fotte in primis di chi colonizza.
Tornando a noi quindi si, assolutamente gli ultimi anni li abbiamo passati ad ascoltare tantissima nuova musica sperimentale, contemporanea, jazz, e proveniente dall’Africa. Che è come dire musica Europea, non si dice… Quindi per essere più precisi tanta musica nigeriana, ma non tanto l’Afro Beat (come Fela Kuti e Tony Allen, che amiamo alla follia) bensì la Juju Music di King Sunny Ade,Chief Ebenezer Obey, I. K. Dairo per dire i più famosi. Miles è un grande conoscitore di musica in generale e ci stimola quotidianamente con nuove sfide. La Juju Music è assolutamente di grande ispirazione perché mescola la tradizione nigeriana delle percussioni come la Talking Drum con la strumentazione moderna delle chitarre elettriche, la steel guitar e le tastiere creando dei pattern ritmici pazzeschi che si evolvono in brani lunghi venti e passa minuti (spesso questi dischi sono formati da due soli brani). È musica che usa stili diversi per crearne uno personale. Come quindi hanno fatto loro, lo stiamo cercando di fare anche noi. La grande differenza dei C+C di prima è che se per anni abbiamo cercato di emulare stili ed epoche passate (per quanto filtrate da uno stile personale) ora stiamo cercando semplicemente di essere noi stessi, di suonare la nostra musica, senza rispettare nessuno stile preciso.

Da buon collettivo multiforme quale siete, questa volta avete scelto tre voci per interpretare i tre brani che compongono Nuova speranza. Perché?
Perché molto semplicemente sono stati i primi tre brani italiani a cui abbiamo lavorato con questa nuova consapevolezza. E per inaugurare questo nuovo corso cosa c’è di meglio di portare tre cantanti diversi, a conferma che i C+C=Maxigross non sono una band con un leader, ma un’idea collettiva ?

Nuova speranza è un piccolo grande progetto composto da tre sole canzoni che, però, riescono a racchiudere un grande senso di completezza. Questa, in effetti, potrebbe già essere la risposta alla mia domanda, ma preferisco che me lo raccontiate voi: come mai avete scelto di far uscire un disco composto di soli tre pezzi?
Grazie mille, ci fa molto piacere. Oltre alla risposta della domanda precedente aggiungo che l’idea di questo ep è stata ispirata in primis da Miles (produttore artistico) che ci ha consigliato di registrare questi brani il prima possibile per poter fotografare un momento di cambiamento importante della band e dare così la possibilità a tutti, quindi anche i nuovi componenti della formazione attuale, di potersi guardare dall’esterno (un disco è anche questo) e di capire dove ci trovavamo per poter proseguire il nostro percorso con maggior convinzione. Ovviamente per farlo anche vedere ai nostri amici, nella maniera più semplice possibile. Pubblicando tre nuove canzoni per dire: ciao come va, noi bene grazie.

Il fil rouge che unisce i brani è la ricerca di un luogo – interiore – in cui ci si possa sentire sempre a casa, ovunque ci si trovi e qualsiasi cosa succeda attorno a noi. Voi pensate di averlo trovato?
In questo momento della nostra vita la nostra casa è la musica, l’amicizia e quindi l’amore. Senza uno di questi tre sentimenti ci troveremmo persi, e quindi senza casa. Naturalmente è una ricerca costante di un equilibrio impossibile, quindi non abbiamo trovato niente. Abbiamo solo capito, forse, che cosa vogliamo cercare in questo momento.

Tre brani, tre autori. Vi va di raccontarci in poche righe qual è stata la scintilla che ha dato vita ad ognuno dei brani (una storia, un’esperienza personale, un incontro, …)?
In poche righe mi permetto di parlare anche per gli altri, visto che abbiamo sviscerato abbastanza questi concetti assieme!
Nuova Speranza di Niccolò Cruciani – è stata ispirata dall’aver conosciuto un ragazzo nigeriano sulla strada di casa, a cui ha dato un passaggio. Il giovane stava tornando al centro d’accoglienza dove risiedeva, Costa Grande a Montecchio (VR), e ha raccontato a Niccolò il suo viaggio della salvezza, la difficoltà di ricominciare in una terra diversa, la volontà di farcela, grazie a una speranza che ognuno racchiude dentro di sé.
Averla di Giulio Deboni – è stata ispirata dal dialogo di Giulio con un amico musicista e birdwatcher veronese che gli ha trasmesso l’amore per la Natura e il rispetto di essa generando una riflessione sull’ambiente che ci circonda, sfruttato e dimenticato. Il fatto che le Averle (uccelli tipici delle nostre zone, chiamate in dialetto Sarsacol) manchino ormai da un sacco di zone dove si trovavano numerose (così dice proprio il testo della canzone) ne è un chiaro e triste segnale.
Torna a casa di Tobia Poltronieri – l’ho scritta due anni e mezzo fa ancora in inglese quando ho cominciato a chiedermi come fosse la vita dei migranti. Ovviamente non solo gli africani. Sono partito da Miles, il nostro amico americano, che lascia i tanto incensati Stati Uniti d’America per ricominciare la sua vita qui da noi. C’ha fatto pensare tantissimo. Prima di conoscere lui l’America era per noi la Terra Promessa della Musica che amavamo. Conoscere un musicista che scappava esattamente da quel mondo (Miles ha suonato per quindici anni a livello professionale nella band Akron/Family, riconosciuta tra le migliori della scena “indie” occidentale anni 2000) c’ha fatto ribaltare tutto quello in cui avevamo creduto fino ad allora. Nello stesso momento in cui conoscevamo Miles i rifugiati, prevalentemente africani, cominciavamo a vedersi sempre di più nella nostra città. Il cambiamento era cominciato definitivamente, non si tornava più indietro. La canzone si è così evoluta in due lunghi anni fino ad essere registrata la scorsa estate con un testo che si riappropria del concetto di “Casa” che i razzisti e leghisti (di cui a Verona possiamo ritenerci tristemente “esperti”) hanno un po’ storpiato.
La casa non è un luogo fisico e materiale dove possiamo rimandare a qualcuno, aiutandoli a casa loro. La casa è un concetto che può cambiare nel corso della vita, purtroppo o per fortuna, che sia perché hanno bombardato il tuo palazzo o perché hai capito che la tua nazione non ti merita e tu devi avere la possibilità di cercare una speranza nuova da qualche altra parte. Ops, scusa mi sono dilungato.

Quali sono i progetti futuri (imminenti e a lungo termine) del collettivo C+C=Maxigross?
Dopo la fine di questo tour durato tre mesi, registreremo il nuovo album, a marzo.

Qual è la vostra “Nuova speranza”?
Crediamo che la nostra Nuova Speranza sia quella che ti da la forza ogni mattina di svegliarti e dare un senso alla tua giornata, che giorno dopo giorno diventa la tua vita. Può cambiare ogni giorno, per alcuni può essere difficile, per altri più facile. C’è chi si sveglia la mattina e deve salutare i propri cari, superare il deserto, attraversare il mare dopo cinque tentativi e arrivare finalmente nella nostra nazione per incominciare da zero. Dove noi invece dobbiamo svegliarci e decidere che senso dare a questo progetto, per renderci contenti, per cambiare nel nostro piccolo la realtà che ci circonda. Noi siamo dei privilegiati, ogni giorno che passa ci accorgiamo di quanto siamo decisamente fortunati. Tutti i concetti espressi in questa intervista sono la nostra Nuova Speranza.
Grazie per le domande non scontate e il tempo dedicatoci!