Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Lino Brunetti

I Superorganism erano attesi in Italia già ad inizio giugno ma poi l’annullamento del Radar Festival, con tutto quello che ne è conseguito, ha fatto saltare anche loro. Dobbiamo quindi innanzitutto ringraziare il sempre efficiente team di Radar per essere riuscito a recuperarli ora per ben due date, Bologna e Milano.
Il Magnolia, sede designata della seconda, è bello pieno e i volti giovani in sala sono tantissimi. Cos’hanno questi Superorganism in più di altre band con una proposta simile, per attirare così tanta gente?

Impossibile dirlo con certezza. Certi meccanismi sono misteriosi, lo sappiamo bene. Eppure un paio di dati balzano all’occhio: innanzitutto la storia del gruppo, nato come collettivo multiculturale e multinazionale, da giovani musicisti che si sono conosciuti per caso su Internet e che hanno trovato nella giovanissima cantante giapponese Orono Noguchi (classe 2000) il loro punto focale. In secondo luogo, un immaginario forte e ben delineato, che prende dai videogiochi degli anni ’80, dallo sfavillio cromatico delle metropoli giapponesi e da divertenti animazioni che hanno degli animali come protagonisti. Da questo punto di vista, la balena che sin dal primissimo singolo ha iniziato a campeggiare un po’ dovunque, divenendo logo e simbolo del gruppo, fa capire molte cose di questa grande abilità nel gestire la propria immagine. Individuata proprio grazie alle sue caratteristiche di “superorganismo”, ad incarnare il carattere composito ed eterogeneo di questo collettivo, l’animale è divenuto in fretta la mascotte e il simbolo del gruppo, e ne proietta dunque l’immagine al di fuori, in quella che è a tutti gli effetti un’efficace operazione di marketing.

Da ultimo, la qualità delle canzoni. Sì, perché senza di queste non si va da nessuna parte ed i nostri hanno già dimostrato di saperci fare. Il loro omonimo esordio ha confermato l’ottimo livello dei primi singoli, mettendo insieme dieci canzoni che declinano il Pop da classifica in quella chiave adolescenziale ed elettronica tipica delle nuove generazioni che fanno musica col Laptop, ma di quella parte delle nuove generazioni che è in grado di farlo come Dio comanda.
Tutto questo per dire che magari non esploderanno ma che i numeri che stanno totalizzando finora dicono che siamo di fronte ad una concreta next big thing, non certo ad una bolla gonfiata dalla stampa.
Testarli dal vivo, a questo punto, era diventata un’assoluta necessità, dopo essermeli persi al Primavera, a causa delle solite, dannate sovrapposizioni.


Com’è stato, dunque? Sicuramente, coi pochi mezzi che hanno a disposizione (suonano in posti piccoli, non hanno certo un budget da grande produzione) sanno come tenere in pugno il pubblico ed allestire uno show come si deve.
Corposa la componente visiva, con uno schermo a fondo palco che proietta immagini per tutto il tempo, comunicando ininterrottamente la colorata ed ironica visione del mondo della band. In scena sono in sette: il gruppo di quattro elementi (Orono alla voce, Mark David “Emily” Turner al Synth, Timothy “Tucan” Shann alla batteria, Christopher “Harry” Young alla chitarra) e tre “coristi”, B., Ruby e Soul, che svolgono però anche un importantissimo ruolo a livello coreografico, catalizzando gran parte dell’attenzione e dettando i tempi dello show. Dietro le quinte, uscito solo per i bis, c’è Blair Everson, in arte Robert Strange, visual artist ed autentico coordinatore dello spettacolo.


I suoni non sono proprio il massimo ma il collettivo è compatto e l’insieme generale tutto sommato funziona. Orono è indubbiamente una ragazza carismatica, la sua aria ombrosa e fintamente distaccata, perennemente nascosta dagli occhiali da sole, contrasta con la sua bassa statura e con l’aspetto infantile, con un effetto veramente efficace. Diventerà una grande frontman se va avanti così, ne ha tutti i requisiti necessari.
Il set è brevissimo (45 minuti bis compresi) e si limita a riproporre tutti i dieci brani del disco, non uno di più non uno di meno, in un tripudio di colori, costumi sgargianti, coreografie buffe e globi luminosi. Tutto questo con il pubblico coinvolto ai massimi livelli, che salta, balla, batte le mani e canta tutti i ritornelli. “Ieri sera eravamo a Bologna – ha detto Orono – ma voi siete molto meglio di Bologna!”, commento probabilmente ruffiano ma che rende l’idea del clima della serata.
Se si confermeranno con un secondo disco dello stesso livello o superiore e metteranno quindi in scena uno spettacolo più lungo, nel prossimo futuro potremo davvero assistere a qualcosa di eccezionale. Per adesso va bene così.