Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Ci sono molte ragioni dietro il successo degli IDLES ma la principale è senza dubbio che sono una band autentica. Laddove “autentica” vuol dire essere in grado di esprimere se stessi e le cose che interessano senza filtri, senza immagini distorte. Li hanno definiti una band politica ma anche qui, che cos’è la politica? Se ci si allontana dai soliti stereotipi da appartenenza di classe e dalle battaglie ideologiche, alla fin fine, come dicono loro, tutta la realtà è “politica”. Perché nella misura in cui si è dentro la realtà, nella misura in cui si vive e si cerca di costruirci qualcosa, con la propria vita, questa è già politica e di conseguenza anche ciò che succede nel mondo non può non interessare.

Per cui, se davvero un certo tipo di coscienza sta risorgendo nel mondo musicale, non limitando a ridursi in una semplice e banale crociata anti Trump, rappresenta indubbiamente un fenomeno di cui bisogna essere contenti.
Per gli IDLES tutto questo costituisce una dimensione esistenziale, non è gente abituata ad interrogarsi troppo sul perché e il percome delle cose; loro fanno la loro musica, ci si divertono un mondo e da un anno a questa parte riescono anche pagarcisi l’affitto. Direi che chiedere di più sarebbe esagerato.
Sono emersi lentamente, lavorando duro, superando assieme i gravi problemi di alcolismo del cantante Joe Talbot, che hanno portato la band sull’orlo della distruzione. Hanno pubblicato “Brutalism” nel marzo del 2017 ci siamo accorti davvero di lui solo nell’anno in corso. La Brexit, Trump, un sempre più gridato allarme per un (presunto o meno non si è capito) ritorno del fascismo al potere, hanno in qualche modo fornito il contesto culturale più propenso a che la proposta dei cinque di Bristol potesse essere apprezzata a dovere.
È il ritorno delle chitarre e della coscienza politica, si dice da più parti. Non so se sia veramente un fenomeno globale, da guardare e sintetizzare, non ho tutti questi elementi. Di sicuro c’è che “Joy As An Act of Resistance”, arrivato ad ottobre, è salito al quinto posto delle classifiche britanniche. Stiamo pur sempre parlando di un parametro ormai in disuso per misurare il valore di un disco ma diciamolo: chi si sarebbe aspettato di vedere un lavoro del genere finire così in alto?
Nel frattempo la band arriva in Italia per la prima volta in veste da headliner, dopo aver girato i festival quest’estate con il nuovo disco già registrato ed in parte già proposto dal vivo.


Quando arrivo al Magnolia lo trovo pieno zeppo come da tempo non mi accadeva di vedere. C’era da aspettarselo: l’album è piaciuto tanto ed in questi mesi il gruppo è sulla bocca di tutti, con un hype che è andato progressivamente crescendo.
Aprono i John, anche loro britannici (di Crystal Palace, però), con un disco all’attivo, “God Speed in the National Limit”, uscito lo scorso anno. Sono in due, chitarrista e batterista, con quest’ultimo che si occupa anche delle voci. Il loro set è un assalto frontale senza compromessi, esattamente come la musica che propongono: brani violenti, dai riff grezzi ed incalzanti e delle vocal urlate, un’attitudine ed un’impostazione quasi Hardcore. Nonostante la scarsezza di mezzi, il loro suono è potentissimo e la mancanza di altri strumenti in pratica non si avverte. Un po’ come succede ai Japandroids, anche se il duo canadese possiede un’impronta melodica che a loro è totalmente estranea. Niente di nuovo sotto il sole e davvero niente di eclatante che possa essere ricordato. Se ne accorge anche il pubblico che, a parte un buon numero di persone sotto al palco, preferisce fumare una sigaretta fuori o bersi una birra al bar. Hanno comunque tirato fuori un set onesto, svolgendo benissimo il classico compito di riscaldamento in attesa degli headliner.
Quando gli IDLES salgono sul palco sono ormai tutti presenti e in sala non si respira. Purtroppo lo spazio al chiuso del Magnolia funziona bene a capienza ridotta ma in questa situazione risulta davvero poco vivibile.

Poco spazio per muoversi e palco piuttosto basso, difficile vedere bene (e per quanto riguarda loro, la componente visiva è fondamentale). Poco male comunque: la resa sonora è ottima ed il clima da bolgia infernale si rivela particolarmente adatto al tipo di concerto a cui stiamo per assistere.
Gli IDLES li avevo già visti a giugno al Primavera Sound, dove avevano messo a ferro e fuoco tutto con un live mostruoso in piena notte, che li aveva rivelati come una realtà solidissima anche da quel punto di vista.
Si comincia col riff penetrante e cadenzato di “Colossus”, che dà modo ai cinque di entrare, prendere posto e cominciare a martellare. Alla prima accelerazione, verso la fine del brano, il pubblico si scatena nel pogo e tempo alcuni istanti arriveranno i primi tentativi di crowd surfing, peraltro quasi subito imitati dal chitarrista Mark Bowen. Rispetto alla data spagnola, l’atmosfera è meno selvaggia ma per nulla addormentata: il pubblico è ben preparato, saluta con un boato i brani che riconosce e canta a squarciagola i ritornelli. Non sono certo venuti qui per caso e l’impressione è che questo sia il concerto di un gruppo che anche qui da noi si è conquistata una fan base di una certa consistenza.
Loro poi sono grandiosi. Suonano precisi e compatti ma allo stesso tempo sono istintivi, selvaggi, trasmettono al meglio quel carattere primordiale di cui è impregnata la loro musica; tanta violenza, sul palco, ma nessuna rabbia. Piuttosto, una gran voglia di stare insieme al loro pubblico e di spaccare culi a profusione. Alcuni brani vengono eseguiti uno dopo l’altro, altri sono introdotti da un rapido pensiero di Talbot teso a focalizzarne il tema di fondo. È un disco politico, “Joy As An Act of Resistance”, ma al di là del titolo, il messaggio positivo è dato dal fatto che più che lanciare invettive, tende a raccontare storie o ad utilizzare l’ironia per colpire i detrattori.

Nell’arco di un’ora e mezza vengono proposti gli episodi più importanti di entrambi i lavori: “Danny Nedelko” è senza dubbio quello più riuscito, a partire dal suo ritornello anthemico e dal testo che, ispirato all’omonimo frontman degli Heavy Lungs, di origini ucraine e molto amico di Talbot, è una delle cose più intelligenti e provocanti che possano essere dette in questo momento storico sul tema dell’immigrazione. Ancora, l’assalto frontale di “Mother”, un’accusa, questa sì, al sistema sanitario britannico, ma al tempo stesso anche un commosso ricordo del proprio genitore. Poi la divertente “I’m Scum”, il brutale mid tempo di “Divide & Conquer”, quella “1049 Gotho” che ha rappresentato una delle loro prime hit, efficace racconto dei problemi di depressione di un amico del frontman.
E potremmo continuare ancora: da “Samaritans” a “Great”, da “Love Song” a “Television”, fino ad arrivare alla tremenda mazzata di “Gram Rock”, ogni singolo pezzo è stato buttato in faccia con eleganza brutale e il pubblico, dal canto suo, non si è fatto pregare troppo per lasciarsi coinvolgere. Una simbiosi totale, sopra e sotto il palco, con un Joe Talbot mattatore assoluto, frontman dalla grandissima personalità (deve solo imparare a controllare un po’ meglio la voce perché verso la fine non ne aveva praticamente più) ma anche la coppia di chitarristi Mark Bowen e Lee Kiernan impeccabili coi loro strumenti ma pronti ad ogni istante a far macello. È un vero e proprio party, insomma, con continui botta e risposta tra band e audience e due ragazze che verso la fine spuntano dal nulla, ricevono gli strumenti dai due chitarristi e suonano il finale di un brano, mi pare fosse “Exeter”, assieme agli altri tre.
Si chiude tutto con “Rotweiller”, “una canzone antifascista”, come se non si aspettasse altro per far esplodere l’entusiasmo del Magnolia per l’ultima volta. Il finale di brano è fragoroso, ripetitivo, pieno di feedback, distorsioni e stacchi di batteria. Sono gli ultimi momenti di deflagrazione, poi improvvisamente l’ultima nota si interrompe secca, le luci si accendono, loro sono già andati via.
Teniamo d’occhio gli IDLES: parlano un linguaggio vecchio, forse, ma sanno parlare al nostro tempo con una credibilità che raramente abbiamo sentito in questi anni. E soprattutto, avrei già voglia di rivederli.

JOHN
JOHN