R E C E N S I O N E


Articolo di Thomas Maspes

Edda sa come farci godere. E non solo con le dita (“Guarda come sono fatta…fammi godere con le dita”). E sa anche come sorprenderci. Lo fa benissimo con questo suo nuovo disco, un’evoluzione di quel Graziosa Utopia uscito un paio d’anni orsono. Ci sorprende e ci dona piacere con il suo gusto sempre azzardato di saper cantare con quel timbro di voce beffardo e irriverente, che nella mia mente spesso associo a quello di una persona che ti sussurra all’orecchio frasi sconce per farti arrossire o per darti quella piccola scossa di piacere che poi attraversa tutto il tuo corpo. Ma per poter ottenere questo risultato ci vuole complicità. E allora Edda veste i suoi versi intrisi di una sessualità spinta e non convenzionale, con degli abiti dai colori sgargianti, abiti pop, “sgarzolini”, per l’appunto “fru fru” (lui dice che adorava mangiare dei biscotti così leggeri che venivano propriamente chiamati così).

Già nei primi tre brani Edda spinge l’acceleratore sia sul ritmo che sull’originalità dei testi e sembra essere molto a suo agio raccontando di incesti e amori omosessuali tra chitarre prese in prestito dagli Chic di Nile Rodgers e strutture ritmiche quasi electro. Italia gay dovrebbe andare in heavy rotation su tutte le radio italiane, forse avrebbe il potere di fronteggiare un po’ quest’onda di omofobia degradante che affligge questo paese (“Un’ora sola ti vorrei, vorrei l’Italia fosse tutta gay”). Dopo i primi tre esaltanti brani, Edda ci regala la sua canzone più personale, che prende direttamente il suo nome. I colori variano: dall’accecante luce del giorno si passa d’improvviso alla mestizia dell’imbrunire. Protagonista è la sua visione dell’amore, del potere anche distruttivo dell’amore e del sesso, che possono annientare ogni cosa (“una santa non potrebbe vivere con me”). La parte centrale del disco torna ad abbracciare il pop e la voglia di leggerezza (“preferirei saperti di un’altra, che giri i musei, che lecchi la fica, che bevi l’aranciata” – Vanità). In Samsara riesce addirittura a far convivere la dipendenza dal sesso e dalle droghe a personaggi quali San Francesco e Sant’Agostino, non tralasciando però di citare anche i sette nani!

E’ una scrittura giocosa la sua, che ama mischiare il sacro con il profano. Come avviene perfettamente nel brano che chiude il disco, Ovidio e Orazio, dove pare voler prendere in giro la sua formazione classica con un perentorio “Ovidio e Orazio mi avete rotto i coglioni, preferisco i santi almeno quelli lo fanno bene”. Questo in fondo è Edda. Prendere o lasciare. Lui non sarà mai un ruffiano, non cercherà di lisciarvi il pelo o di farsi piacere a tutti i costi. Lui è così: vero, diretto, senza troppe false sovrastrutture. Seguire la sua parabola artistica sempre in continua evoluzione fa ben sperare nel genere umano, nonostante l’avanzare inesorabile di questo nuovo medioevo in cui la nostra società sembra volersi apaticamente conformare.

Tracklist:

01. E se
02. The soldati
03. Italia gay
04. Edda
05. Vela bianca
06. Vanità
07. Samsara
08. Abat-jour
09. Ovidio e Orazio