I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Il nuotatore, uscito a febbraio, a sei anni di distanza da Aspettando i barbari, è il più bel disco dei Massimo Volume? Può darsi, nella misura in cui il gruppo bolognese ha sempre seguito un percorso di avvicinamento progressivo al cuore del proprio messaggio, alla perfetta sintesi tra urgenza comunicativa e padronanza dei propri mezzi espressivi. Soprattutto la lunga pausa che si sono presi all’indomani del controverso (quello sì) Club Privé, pare aver giovato parecchio. Nel momento della reunion, che ormai risale a dieci anni fa, il gruppo si è ritrovato coeso e affamato, senza nessuna intenzione di rievocare nostalgicamente il passato ma con una voglia pazza di scrivere un nuovo capitolo della propria storia.

La conseguenza è che i dischi prodotti dal 2010 in avanti, fatto salvo lo status che ha ormai assunto il trittico d’esordio composto da Stanze, Lungo i bordi e Da qui, possono essere tranquillamente considerati come i più maturi e consapevoli della loro carriera. Materiale per cui l’espressione “uno più bello dell’altro” andrebbe davvero presa alla lettera. Non fa eccezione Il nuotatore, che colma un vuoto che stava ormai durando troppo a lungo, che li vede ritornare in formazione a tre, dopo l’abbandono del secondo chitarrista Stefano Pilia, e che segna il loro ingresso nel roster della 42Records (Cosmo, Colapesce, Any Other) dopo che i due precedenti lavori erano usciti per La Tempesta.

Un disco breve, conciso ma ispirato come non mai, dove la compenetrazione tra musica e testi è ormai al livello della perfezione e dove spicca, tra le altre cose, un lavoro chitarristico che è davvero difficile definire a parole. Oltre, naturalmente, ad un Emidio Clementi più che mai ispirato nel raccontare storie e interrogare la vita. Insomma, non pronunciamo la parola “capolavoro” per il solito, sacrosanto, timore reverenziale della prospettiva storica. È però indubbio che, tra i dischi italiani del 2019, il sesto lavoro in studio dei Massimo Volume difficilmente potrà essere scalzato dalla prima posizione. Abbiamo parlato di tutto questo con Emidio Clementi, bassista, voce e paroliere della band, proprio all’indomani della data inaugurale del tour, nella loro Bologna. E come tutte le volte che lo si incontra, si vorrebbe poter continuare a parlare per ore.

So che ieri avete suonato a Bologna per la prima data del tour. È andata bene? Per il resto non ti chiedo nulla di più perché a breve vi vedrò a Milano e non voglio spoiler…

Siamo contenti. I suoni in realtà sono stati molto faticosi, se appena ti spostavi di cinque metri non si sentiva più nulla. Non è stato facile ma alla fine è andata bene, dai!

Hai letto la mia recensione quindi sai già che cosa penso di questo disco. Al di là della bellezza in sé, mi colpisce davvero come siate riusciti ad essere allo stesso tempo fedeli alla vostra identità, al vostro marchio di fabbrica ma anche a suonare moderni, al passo coi tempi. Perché si può dire tutto di queste nuove canzoni ma non certo che suonino datate…

È poi la domanda che ci siamo posti anche noi al momento della scrittura: abbiamo uno stile, diciamo “antico”, visto che è tanto tempo che suoniamo insieme. Dobbiamo conservarlo, perché è quello che sappiamo fare, però nello stesso tempo c’è una contemporaneità, una realtà di cui va tenuto conto. In questo senso è vero, è un disco chitarra-basso-batteria, però è vero che mai come stavolta le chitarre sono state trattate, perché non c’è elettronica però ci piaceva che le chitarre potessero sembrare anche delle tastiere. La stessa cosa però è avvenuta a livello di testi: l’avevo fatto nel disco di Sorge ma coi Massimo Volume non mi era mai capitato di lavorare in maniera esasperata con le rime. Prendila un po’ così questa cosa ma è come se avessimo tenuto conto di tutto il mondo dell’Hip Pop, pur senza voler arrivare fino a lì. Lo avevo già fatto con Sorge, appunto: rendersi conto che c’è una strada nuova, che la musica sta andando da un’altra parte e cercare di essere, pur preservando il proprio stile, il più attuali possibile. Che poi ti dico, quando incontro qualcuno che mi dice: “Ho ascoltato il vostro disco, mi ha fatto fare un bel tuffo nel passato!” ti giuro, preferirei mi avesse detto che gli ha fatto cagare (risate NDA)! Perché sai, quell’effetto nostalgia proprio no, dai! È esattamente quello contro cui cerchiamo di lottare, nel nostro essere contemporanei.

Sul fatto delle chitarre che sembrano tastiere, in effetti ti confesso che sono rimasto spiazzato: ho scoperto che erano chitarre filtrate solo quando ho letto il comunicato stampa ma a quel punto ero già forse al decimo ascolto…

Consolati che non sei l’unico ad essere stato ingannato! C’è altra gente che mi ha chiesto: “Ma quindi, queste tastiere?”

Andrea Pomini, che vi conosce molto bene, faceva giustamente notare su “Rumore” che, paradossalmente, nonostante l’attuale trio sia il nucleo della formazione storica, questo è il primo disco che registrate effettivamente con una formazione a tre…

Sì certo, è vero!

Ecco, ti confesso che sono rimasto davvero impressionato dalla vostra prova, in particolare da quella di Egle, che ha tirato fuori delle chitarre che sono davvero al limite del reale. Qual è stato il punto di partenza? Ve lo siete posti il problema di essere in tre e quindi di dover per forza tirare fuori il meglio di voi stessi? Perché io noto che questo è proprio un disco più tessuto, più “disegnato”, come se ciascuno avesse rifinito le sue parti nei minimi particolari…

In realtà vedi, questa riflessione che tu fai a posteriori noi non l’abbiamo mai fatta. Abbiamo cominciato a provare per il disco pensando: “Cominciamo noi, poi fra un po’ troveremo qualcuno che si adatti alla musica che facciamo!”. Poi però, andando avanti così, in un clima dove nessuno si sentiva più responsabilizzato del solito, ad un certo punto abbiamo capito che il disco era finito! Avevamo nove pezzi, c’erano altre idee che non siamo riusciti ad utilizzare per mancanza di tempo: vero che abbiamo avuto sei anni ma le cose sono andate per le lunghe e alla fine avevamo lo studio prenotato, non potevamo aspettare. Per cui il disco era finito. A ridosso della registrazione Egle ha tirato fuori altre chitarre perché a quel punto avevamo capito che l’avremmo fatto in tre per cui alla fine ci siamo guardati e ce lo siamo detti: “Cavolo, l’abbiamo fatto in tre!”. Non c’è stata quindi la consapevolezza di realizzarlo in quel modo, capisci?

Quindi, se vogliamo, questo suono più scarno, a tratti chirurgico, vi è uscito spontaneamente? Non è stato studiato?

In parte è così. Però vedi, io lo sento più scarno a tratti però è anche vero che io ora non saprei dirti quali sono le chitarre che Egle ha aggiunto dopo e quali quelle che c’erano sin dall’inizio. Proprio perché nel tempo è diventato tutto essenziale, donando alle canzoni una pasta più ricca di quello che era quando abbiamo cominciato.

C’è comunque un percorso più tortuoso a livello di melodia, le chitarre si evolvono, come se vi fosse una seconda storia, in sottotraccia rispetto a quella che tu racconti nel testo. C’è un lavoro chitarristico più marcato ma forse dipende anche dal fatto che Stefano era uno che andava più sulle atmosfere, sui rumori, no?

È vero, Stefano forse, ma anche per come ci eravamo suddivisi il lavoro fra noi, era meno strutturale di Egle, e quindi con due chitarre di Egle è finita che ci siamo trovati con più struttura.

Dal vivo però tornerete ad essere in quattro…

A me sarebbe anche piaciuto suonare in tre però questo avrebbe voluto dire rivedere tutto il repertorio vecchio e la cosa sarebbe stata alquanto faticosa… Ieri comunque Stefano è salito sul palco con noi, abbiamo fatto tre pezzi insieme…

Ma dai?

Sì è stato bello, direi anche commovente.

Quindi funzionano dal vivo, i nuovi pezzi?

Funzionano. Oddio, magari adesso è l’inizio per cui siamo ancora un po’ così però l’impressione è che siano più difficili degli altri, è un disco dove devi salire sul palco sobrio e concentrato per poterlo suonare bene (risate NDA)! Io col basso non faccio niente di particolare però ci sono un po’ di parti che sono in levare, in controtempo rispetto al testo… diciamo che qualche problema me lo creano, ecco…

Senti, si può dire che questo sia il disco in cui avete maturato l’intesa maggiore tra voi? Lo so che è strano dirlo dopo così tanti anni che suonate insieme ma io, davvero, non vi ho mai sentiti così affiatati, sembrate davvero una cosa sola…

Sai, di solito succede questo: uno ha un’idea di disco, di suono, si cerca di seguirla e poi il suono prende un po’ la sua strada, che non è proprio quella che avevi pensato però ti piace lo stesso e va bene così. A noi ultimamente non è successo. “Aspettando i barbari” era uscito molto freddo nei suoni però lì un po’ lo avevamo cercato, era un qualcosa che ci eravamo prefissati. Qui siamo partiti con un’idea di sensualità, che poi si è tradotto anche in calore, Egle ha lavorato più sulle melodie che sulle armonie; all’inizio è stato difficoltoso perché per trovare quella voce lì ci abbiamo messo un po’ però poi abbiamo seguito quella che era la nostra idea. Anche scartando molto materiale, rispetto ai nostri standard, proprio perché non andava in quella direzione: magari erano pezzi che funzionavano ma che si sarebbero staccati un po’ troppo dagli altri, quindi alla fine siamo stati su quello che ci eravamo detti.

E in questo modo avete fatto il disco più breve della vostra carriera. All’inizio, quando ho visto il minutaggio, non ti nascondo di essere rimasto un po’ deluso però poi alla fine mi sono reso conto che era perfetto, c’era dentro tutto quello di cui avevo bisogno…

Anche noi abbiamo più o meno reagito così. Quando lo abbiamo cronometrato ufficialmente ci siamo un po’ sorpresi perché in effetti non dura tanto. Però poi la riflessione è stata quella che hai fatto tu: occorre aggiungere altro? Mi era successa una cosa simile con “L’amante imperfetto” (l’ultimo romanzo di Clementi NDA): non credo raggiunga le 140 pagine, ricordo che a me sembrava corto ma il mio editore mi disse: “Guarda, per me potresti aggiungere anche altri capitoli e verrebbe pure fuori bene ma per quanto mi riguarda, il libro è finito. Dal punto di vista dello scopo che volevi raggiungere, di quello che doveva essere il centro della storia, ci siamo.” Anche sul disco avremmo potuto aggiungere due pezzi però c’era tutto già così, con quei nove brani; al di là del fatto che, anche se avessimo voluto, non avevamo più tempo. Valutarlo dal punto di vista della lunghezza, un po’ come si fa con certi romanzi, mi sembra inutile.

Riguardo alla tua voce, mi ha davvero colpito il livello a cui sei arrivato: col tempo hai imparato ad essere sempre più un tutt’uno con la musica, hai sviluppato una sorta di flow, così come accade nel rap, moduli i toni, le inflessioni, tra l’altro non gridi più o declami come facevi in passato. Ecco, direi che arrivati a questo punto mi sembrerebbe totalmente superato dire che i Massimo Volume sono quelli “che fanno i pezzi con sopra il parlato”…

Penso mi abbia aiutato il fatto che questa volta, contrariamente al passato, abbiamo lavorato prima sulla musica mentre invece di solito si andava di pari passo, io abbozzavo i testi man mano che nascevano i brani. Adesso mi sono trovato con nove tracce più o meno complete ed ho dovuto concentrare tutto il lavoro della voce e dei testi nell’ultimo periodo. E c’era davvero tanta roba da fare perché scrivere nove testi per me che sono lento è un bel casino (ride NDA)! Però in realtà questo ha dato continuità al lavoro: è stato un periodo in cui mi sono tenuto tutto per me e sono riuscito, oltre al lavoro sulle rime, a privilegiare lo scambio voce-musica in rapporto al senso del brano. L’obiettivo principale che mi sono prefissato è stato cioè di fare andare le parole assieme alla musica, di inserire i testi in modo tale che chi avesse ascoltato il disco fosse riuscito ad arrivare al significato del brano anche senza prestare attenzione alle parole, semplicemente guidato dalla musica. In precedenza il testo poteva essere un elemento di distrazione o anche di affaticamento, era come dover seguire due cose diverse. Pur senza svilire quello che abbiamo fatto in passato, qui mi sembra invece come dici tu, che le parole siano ben dentro la musica e di questo, davvero, sono molto orgoglioso!

E difatti in un brano come “Il nuotatore” le atmosfere di Cheever si sentono da subito, già dal riff introduttivo. Tra l’altro, come ho avuto modo di scrivere anche nella recensione, la tua versione riesce ad essere ancora più paurosa ed inquietante dell’originale…

Ti racconto un aneddoto, su questa: non ricordo bene quando e perché ma ad un certo punto mi è venuto in mente che sarebbe stata una bella idea far diventare una canzone questo racconto di Cheever, che è pieno di immagini, che ha tutto questo mondo di cocktail party e che in generale è uno scrittore che amo. Però, arrivato a metà, quando il basso va in levare ed il brano si apre, mi sono bloccato. La trama l’avevo già sviluppata tutta e non sapevo come finirlo, ero lì che mi chiedevo: “Che cazzo dico nella seconda parte?” (risate NDA). Allora ho coinvolto mia moglie. Le ho detto: “Guarda qui, ho messo in musica “Il nuotatore” però non riesco a finirla, che ne dici?”. E lei mi ha risposto: “Secondo me il problema non è che ti è finita la trama ma che non ha molto senso prendere il racconto di uno e farlo diventare una canzone!”. Ecco, non è che non mi fidi di mia moglie, eh! Però nel momento in cui mi ha detto questo, mi è venuto in mente che forse si trattava davvero di una buona idea (risate NDA)! A quel punto ho ripetuto un’altra volta una parte del testo ma arrivati lì mi sembrava giusto fare così.

Però hai infilato una conclusione interessante, che non è scritta espressamente nel racconto ma che in qualche modo ne completa il senso. Quando dici, non ricordo le parole esatte, che uno scosta il velo dalla realtà e quello che vede sotto è molto peggio di quel che si aspettava (“A volte immagino il mondo coperto da un velo che nessuno ha il coraggio di scostare per vedere cosa c’è dietro. Nemmeno io lo volevo ma poi s’è alzato il vento e quello che non osavo scoprire, ho capito che era peggio di quello che temevo.” NDA)… ecco, quella parte mi è piaciuta tantissimo e trovo che esprima alla perfezione anche un po’ quello che è il senso generale del disco, che ne rappresenti il filo conduttore…

Sì, lo è. Però io su questo vorrei dire una cosa: ho letto parecchie interpretazioni di questo racconto di Cheever dove si dice che sarebbe una critica alla società americana, borghese, perbenista, basata sulle apparenze, e cose così… ora, ci sta anche, per carità ma il problema è che Cheever, secondo me, rappresenta la realtà così com’è. Voglio dire, è tutta la realtà ad essere così! Per l’amor di Dio, c’è tanta ipocrisia nel mondo però è anche necessario, no? Io per primo, se sono con mia moglie e parliamo di altre persone, penso di dover essere libero di parlare di loro in maniera diversa rispetto a come ne parlerei se fossero lì davanti a me, non credi? La realtà stessa ti costringe ad un velo. Il mio analista dice sempre che una delle grandi passioni dell’uomo è l’ignoranza perché il non sapere è molto meglio del sapere. Ha ragione! Un eccesso di sincerità diventa molto traumatico, doloroso, inutilmente doloroso, perché se vai a scostare quel velo alla fine trovi quello. Mi viene in mente un romanzo di Veronesi dove ci sono due coppie che stanno a cena a casa di una delle due. Alla fine della serata la coppia ospite va via ma dimentica una cosa. Allora il padrone di casa, per richiamarli, alza la cornetta del citofono e si rende conto che dalle scale loro stanno già sparlando degli altri due. L’esistenza, alla fine è quella lì, forse non bisognerebbe mai alzare quella cornetta, però se uno ne ha voglia per una sua esigenza di conoscenza, deve però prepararsi al fatto che potrebbe essere molto traumatico…

C’è anche un racconto dello stesso Cheever che è così, no? Quello, mi pare si chiami “Una radio straordinaria”, dove lei ascolta all’apparecchio tutte le cattiverie che i vicini si dicono e ne diventa dipendente, non riesce più a staccarsi…

Esattamente.

Tornando a quello che dicevi prima, sono d’accordo con te, in generale le letture che si limitano alla prospettiva socio-politica mi piacciono poco, le ho sempre trovate limitanti: come quelli che spiegano “Cuore di tenebra” di Conrad dicendo semplicemente che si tratta di una critica al colonialismo europeo…

Esatto. Come anche in “Amica prudenza”, dove più di uno, sul verso “Ho imparato a naufragare anche senza navigare” mi ha detto: “Bello, ci hai messo dentro la politica, hai parlato dei migranti!”. Che poi per carità, uno lo fa apposta, scrive qualcosa che poi gli altri, in un modo o nell’altro, interpretano come vogliono. Però davvero, non ce la farei mai a fissarmi su un significato così limitato.

Più che altro, in quel verso di “Amica prudenza” ci ho visto dentro il George Gray di Spoon River, quello che dice che si è accorto di non aver mai vissuto, che la sua nave non ha mai lasciato il porto. Non è esattamente la stessa cosa ma il concetto è simile…

Non saprei perché Spoon River non lo conosco anche se ovviamente l’accostamento mi fa piacere. Certo, ho voluto dire che la prudenza alla fine non paga, anche se poi ci sono varie forme di prudenza, invecchiando uno ne trova anche di più e non è detto che siano per forza tutte negative.

Invece ne “La ditta dell’acqua minerale” concludi dicendo un’altra frase molto pesante, che potrebbe anch’essa sintetizzare tutto il disco: “Ma gli restò un’idea fissa nella testa, che ogni uomo è una bottiglia mezza vuota o quasi piena e che non si può giudicare senza fare i conti con quel liquido denso”.

Questa te la dico in maniera un po’ più leggera. Prendiamo la sessualità: uno è fedele alla propria donna e non è di quelli che si potrebbe definire un porco, uno che va con tutte, no? E va bene questa cosa, chiaro. Però poi magari è uno che ce ne ha poca di quella roba lì, per cui non fa poi una grande fatica ad essere casto, capisci? Se invece un altro ha dentro di sé una sessualità più spinta, allora in quel caso la castità dovrebbe valere di più perché lui davvero si priva di qualcosa, no? Allora quando uno dà un giudizio sugli altri, di solito è un giudizio che parte sempre da come è lui e quindi è già falsato. Uno dice: “Avrebbe dovuto fare così!” ma poi alla fine bisogna fare i conti con quella bottiglia, di quanto ci sia dentro di quel liquido, perché altrimenti non si è onesti. Guarda, mi spingo anche fino all’omicidio: orripilante, condannabile e tutto. Ma per uno che ha dentro di sé quell’orribile scintilla, è una cosa diversa da chi invece non ucciderebbe mai nessuno. Poi, ovvio, ci sono i giudizi morali e c’è la condanna, giustissimo, non lo metto mica in discussione, però bisogna valutare anche come uno è fatto. Non so, forse dico un’eresia, tu cosa ne pensi?

Beh, forse non è esattamente la stessa cosa ma io credo che il bene e il male siano propri di ogni uomo e che ciascuno sia libero di fare l’uno o l’altro, anche se probabilmente esistono sin dall’inizio certe predisposizioni. Senza dubbio la condanna moralistica del tipo: “Io non l’avrei mai fatto” non regge. Chi può dire con certezza cosa uno può fare o non fare? Mi colpisce sempre che, durante ogni guerra civile della storia, ci sono state persone insospettabili che hanno commesso atrocità assurde…

Certo, come in Jugoslavia ad esempio, persone come noi ma che evidentemente in determinate situazioni hanno tirato fuori una parte di loro che era sempre rimasta nascosta. Poi io questo zio di cui parlo nella canzone l’ho conosciuto e veramente, quando io e mio fratello facevamo le partite a carte, lui era lì che ci guardava con avidità, si capiva benissimo che aveva dentro qualcosa di particolare, un qualcosa per cui quel “non gioco più”, che poi effettivamente ha fatto, è davvero riuscito a smettere, gli costava davvero tanto.

Una cosa che ho trovato molto bella in quel brano è la positività della moglie, che ha davvero una posizione interessante. È incavolata con lui per quello che ha fatto ma non gliela fa pagare, lo sfida a lasciare da parte l’orgoglio e a tornare a lavorare lì da dipendente. È forse una delle poche figure davvero positive dei tuoi testi, non credi?

Me la ricordo così, zia Marcella, era la mia zia preferita, un tipo divertentissimo…

È la stessa di cui parli in un brano di Sorge, giusto?

Esatto, anche su “L’ultimo dio” ho raccontato le vacanze che facevo da loro… Erano una coppia molto affiatata, direi quasi complice, come se ne vedevano poche, all’epoca. Per cui mi è bastato semplicemente riportare alla mente i ricordi che avevo di loro…

Dimmi invece qualcosa su “Una voce a Orlando”: a parte il riferimento a “Gli uomini vuoti” di Eliot non è che ci abbia capito molto, direi che è l’unica che non sono riuscito ad inquadrare bene…  

Il punto di partenza è un video che ho visto su YouTube e il tema generale si riallaccia un po’ a quello che dicevi tu prima, del “Ma come ti saresti comportato tu in quella situazione?”. In realtà non è Orlando ma un altro attentato terroristico, quello a San Bernardino. E lì si vede questo poliziotto di colore, sono in un corridoio buio, si sentono dei colpi di pistola e si sente lui che dice quella frase che ho messo nel testo: “State indietro, che se parte un colpo me lo becco io”. Da qui ho fatto un po’ di riflessioni sull’idea che ho di me stesso, su quelle che sono le mie possibilità, fino ad arrivare al finale, che è forse il punto più criptico, dove dice che “lo scopriresti anche tu, alla luce, dove la mano è la mia”.  Che è poi un po’ la questione che ricorre in tutto il disco, di quella necessità di cui parla Nietzsche, di avere una maschera. Ho lavorato molto anche su una maschera di me stesso perché poi, come dicevamo prima, quando uno si trova in certe situazioni non sa mai come reagirà. Per cui uno ha sì la necessità di tenere una maschera però poi, con la persona che ti sta vicino, non riesci più di tanto ad indossarla.

Un altro pezzo che mi ha colpito molto è “Mia madre e la morte del generale San Jurio”. Direi che forse per la prima volta nella tua carriera hai scritto un qualcosa in forma di apologo…

Beh, è più che altro una grande parabola. Volevo creare un po’ di contraddizione: certo, la vanità fa schifo, questo qui a causa della vanità è morto, bisogna essere modesti, umili e tutte quelle cose lì. Però in realtà le persone umili dopo un po’ mi annoiano e mia madre, che è esattamente il contrario dell’umiltà, ha questo senso dello spettacolo e dello sfarzo che le piace molto e quindi mi sembrava una buona idea contrapporli per stemperare questa parabola sulla vanità, per farle dire: “Vabbeh, ma che doveva fare? Se doveva diventare il re della Spagna, era giusto che arrivasse come sarebbe dovuto arrivare un re!”.  Anche se poi alla fine gli è andata male…

Avete fatto una copertina particolare, piuttosto rassicurante, che è diversa dalle vostre solite ma che è anche in contrasto con i contenuti della title track…

All’inizio avevamo pensato di ispirarci al racconto: c’è un film, c’è pure un artista visivo, non ricordo se olandese o tedesco, che ha preso un attore e gli ha fatto fare il percorso attraverso le piscine compiuto dal protagonista. Però se avessimo fatto così, avremmo inchiodato l’immagine al senso che aveva già espresso Cheever. Allora nel vedere quella foto in cui non c’è nessuno che nuota ma che è chiaramente un rimando, con la spiaggia, i bagnanti, il mare che si vede solo in un angolino, ci sembrava che potesse ampliare il significato, allargarlo. E poi c’è quella levitas, quella mancanza di drammaticità che in un disco del genere serviva. Uscire con un album così, con una copertina in stile, sarebbe stato troppo. Poi c’è stato il bel lavoro di grafica che ha fatto Marcello Petruzzi, isolare dei personaggi… mi sembra che entri un po’ in maniera narrativa nel disco…

Ha sicuramente generato una bella attesa: ho letto un po’ di discussioni su Facebook, quando l’avete rivelata, erano tutti lì che facevano ipotesi sul significato e sulla possibile relazione con i testi…

È perché è piuttosto ambigua. E poi ricorda un po’ le illustrazioni di Scarry, no? C’è una mia figlia che una volta mi ha detto: “Guarda, quella lì sembra la zia Sandra!” (ride NDA)

Da ultimo, ti chiedo una cosa se vogliamo un po’ banale ma mi sembra che le circostanze storiche lo richiedano. Tra l’altro ne parlavo proprio ieri coi Tersø, che è una giovane band di vostri concittadini, davvero molto brava, che se hai tempo ti consiglio di ascoltare. Siamo in un periodo in cui c’è un sacco di roba valida in giro ma mi pare manchi un po’ di ricambio generazionale. Ho come l’impressione che ci si muova a scomparti, che i gruppi come il vostro siano roba per vecchi, mentre quelli più giovani siano rivolti solo ai ragazzini per cui se li ascolti, poi ti fanno sentire fuori posto (a me succede spesso). Non so, anche riferendomi a quello che mi dicevi all’inizio, che non volete essere considerati solo una band del passato, mi chiedevo se davvero ci possa essere la possibilità, con questo vostro disco, di far avvicinare mondi differenti…

Mah, guarda, sicuramente noi passiamo per roba da Ancien Regime però vengono a vederci anche tanti giovani. Anche noi, forse, in un certo senso, siamo trasversali. Probabilmente adesso sarò banale anch’io, forse più di te, però: negli anni ’60 e ’70 bisognava morire giovani e il rock era roba per ragazzini. Poi abbiamo visto della gente, dei musicisti invecchiare. Alcuni lo hanno fatto male, altri bene. Che so, Tom Waits, anche se è un po’ che non fa dischi, è arrivato quasi a 70 anni ed è in gran forma; Nick Cave, chi lo ha visto negli ultimi live ha detto che è stata una roba incredibile…

Confermo!

Per cui ecco, si sta affermando questo retaggio per cui il rock lo possono anche suonare i vecchi. Io stesso, ti giuro, non mi sono mai sentito così vecchio come dopo questo disco che poi alla fine, se fossi un allenatore di calcio, un politico, un pittore, a 52 anni sarei reputato giovanissimo (risate NDA)! Più passa il tempo, quindi, più questa cosa si stempererà. Ma del resto esistono i nonni Dark! Sai, se uno era un Dark negli anni ’80 e la figlia ha fatto un figlio… per cui vanno ai concerti con le unghie smaltate, farà anche strano ma sono dei nonni…

Ero a Londra l’anno scorso per i Cure, esistono davvero, lo so…

Che poi Robert Smith ha 60 anni, è più vecchio di me! Tra un po’ quindi diventerà normale: ci sarà un rock per ragazzini ed uno molto più maturo, che sarà in grado di dialogare con le nuove generazioni…

Ma davvero i giovani vengono ai vostri concerti?

Eccome! Anche ieri, ho firmato un autografo ad un ragazzino che avrà avuto 16 anni. E non tanto tempo fa ne ricordo un altro che mi aveva detto che per venire a vederci aveva detto ai genitori che stava a dormire da un suo compagno di classe. Certo, ovviamente la fascia d’età che ci segue maggiormente non è quella però ci sono anche loro, certo!