I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Andrea Furlan

“In questo camerino ci sono stati anche Kurt, Dave e Chris…”. Sono al Bloom di Mezzago assieme ai Virginiana Miller, siamo seduti nel piccolo stanzino che funge da backstage, le pareti interamente tappezzate di scritte e adesivi, testimonianza viva di trent’anni di amore per la musica dal vivo. Ci sono passati in tanti, da questo storico locale, ma è inevitabile che il primo pensiero vada ai Nirvana, che qui furono protagonisti di due concerti leggendari, uno nel 1989, ai tempi di “Bleach”, l’altro nel 1991, quando “Nevermind” era già uscito ma, almeno da noi, non aveva ancora fatto il botto. I presenti di quella sera non immaginavano certo di stare partecipando ad un qualcosa che ci saremmo ricordati per sempre e per noi che non c’eravamo, è piuttosto inevitabile lasciarsi andare al fascino eterno della storia… Solo per poco, però. Questa sera c’è da parlare di un disco, The Unreal McCoy, che segna il ritorno, dopo sei anni, di quella che è una delle band più importanti del panorama musicale italiano. Oggi i tempi sono cambiati, certe sonorità vengono liquidate come una faccenda per vecchi, come ironizza da tempo l’account Instagram di “Nonno Indie”. Il sestetto di Livorno non appare molto preoccupato da questi cambiamenti; semmai, ha risposto prendendo una decisione mica da ridere: si è messo a cantare in inglese. Proprio loro, che hanno in Simone Lenzi uno dei più grandi parolieri italiani e che sono stati tra i primissimi a far fare un passo avanti alla tradizione cantautorale di cui per troppo tempo siamo stati prigionieri. Col cambio di idioma è cambiata anche la musica, anche se non troppo: The Unreal McCoy è in parte un tributo alla tradizione stelle e strisce ma a conti fatti rimane un disco dei Virginiana Miller, fresco ed ispirato come era lecito aspettarsi. Ne abbiamo parlato con Simone Lenzi (voce), Daniele Catalucci (basso), Giulio Pomponi (tastiere) e Antonio Bardi (chitarra), qualche ora prima della data di Mezzago, la terza in assoluto di questo nuovo tour. Tra una battuta e l’altra (perché, da buoni toscani, le cazzate a raffica non sono mancate), siamo comunque riusciti a capire che la situazione della band è ottima e che questo ritorno potrebbe aprire una nuova fase decisamente molto interessante.

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È passato davvero tanto dall’ultimo disco e mi piacerebbe sapere dove siete stati nel frattempo, cosa vi ha tenuti così lontani…

Simone: Abbiamo fatto tutti un sacco di cose diverse. Io ho scritto un paio di libri, Daniele ha fatto una figlia, abbiamo pagato il mutuo…

Giulio: Io sono indietro di tre mesi (ride NDA)!

Simone: Ecco, vedi? Non proprio tutti (risate NDA)… Ad ogni modo, dopo Venga il regno abbiamo capito che avevamo espresso al meglio delle nostre possibilità tutto quello che avevamo da dire, se avessimo continuato sulla stessa strada ci saremmo ripetuti e l’avremmo probabilmente fatto con meno freschezza, con più mestiere e meno creatività, diciamo così. È dunque venuta fuori l’idea del disco in inglese, per lasciarci la libertà di esplorare un terreno completamente nuovo e quindi anche un immaginario totalmente diverso da quello che avevamo attraversato prima.

Com’è andata la scrittura dei pezzi? Avete lavorato in modo diverso rispetto alle altre volte?

Simone: La differenza è che ci abbiamo messo tanto anche se in realtà, una volta ingranato, le canzoni sono venute fuori piuttosto velocemente. È cambiato il modo di comporre, perché avendo io diverse cose da finire in quel periodo, gli altri sono andati molto più avanti con la musica di quanto non facessimo solitamente, quando i nostri sforzi si mischiavano da subito. Io questa volta sono arrivato dopo, col lavoro di composizione già avviato. La novità più grossa quindi è questa, che abbiamo lavorato sulla musica molto di più di prima, arrivando addirittura fino agli arrangiamenti, senza che io mettessi mano alle mie parti.

Daniele: Questo ci ha permesso di inventarci un ipotetico spazio vuoto, dove lasciare posto alla parte vocale che sarebbe arrivata. Questa cosa da un lato ci ha permesso di approfondire l’aspetto degli arrangiamenti, quindi ci siamo messi anche a registrare varie soluzioni, siamo andati più a fondo; dall’altro direi che abbiamo tirato fuori un lavoro che è forse il nostro più semplice, almeno dal punto di vista armonico. In un secondo momento abbiamo complicato le cose, come facciamo sempre ma lo abbiamo fatto in una maniera differente, proprio per stare al passo con la lingua inglese.

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In effetti si capisce come la decisione di cantare in inglese abbia condizionato l’impronta generale del lavoro. Questo è un disco molto “americano” anche nelle melodie e nel mood generale…

Simone: La verità è che, una volta presa la decisione di fare un disco in inglese, che raccontasse questa America immaginaria, è stato più facile far rientrare nella composizione musicale tutte quelle influenze che ognuno di noi ha sempre avuto ma che nella nostra produzione non erano mai entrate, non avevamo mai utilizzato. A me personalmente piace molto il Country, mi piace Bruce Springsteen ma sono tutte cose che era difficile utilizzare cantando in italiano perché il marchio della nostra musica è sempre stato questo ibrido, passami il termine, tra le cose provenienti dall’Inghilterra che avevamo ascoltato negli anni ’90 e la produzione cantautorale italiana. Stavolta invece abbiamo cercato di introdurre nuovi elementi nel nostro modo di lavorare, anche se, ovviamente, il tutto è stato fatto alla nostra maniera.

Una cosa che balza all’occhio è che musicalmente è un lavoro abbastanza solare, con tutte le dovute proporzioni ovviamente, e questo contrasta notevolmente con la cupezza dei testi, che sembrano uscire dai grandi romanzieri americani del ‘900, Hemingway, Faulkner…

Simone: O Steinbeck, ancora di più. Sì, è vero… non so, Daniele vuoi dire qualcosa tu?

Daniele: Mi viene in mente che rispetto all’alternanza disco scuro/disco chiaro, è un qualcosa che c’è sempre stata nel nostro sound. “Gelaterie sconsacrate”, dove io non c’ero ancora, era un disco chiaro, “Italiamobile” era scuro, “La verità sul tennis” chiaro, “Fuochi fatui d’artificio” scuro, “Il primo Lunedì del mondo” chiaro, “Venga il regno” scuro… questo dunque doveva essere quello chiaro e infatti… (risate NDA)

Giulio: Il prossimo dunque sarà un disco… nero!

Antonio: Nickeviano…

Simone: In tedesco!

Giulio: Come i Rammstein (risate NDA)!

Non sto qui a chiederti, Simone, come mai hai deciso di cantare in inglese perché tu stesso l’hai spiegato in diverse interviste e non voglio farti ripetere. Un po’ però ci sono rimasto male perché io ti considero uno dei migliori parolieri che abbiamo in Italia, probabilmente il migliore…

Simone: Ti ringrazio

E quindi, vedere uno che usa la lingua ad un tale livello di profondità…

Simone: Come una zoccola da 200 dollari (risate NDA)!

Oddio, era un doppio senso che neanche nei miei momenti peggiori… comunque, vedere un autore con una padronanza linguistica come la tua, che abbandona l’italiano per utilizzare l’inglese, mi ha molto spiazzato. Com’è stato scrivere in una lingua non tua? L’hai trovato difficile?

Simone: In realtà no. Anzi, ti dirò che per me è stata una bella sfida, è stato anche molto gratificante scrivere in inglese. Da una parte ovviamente è difficile, perché non sono madrelingua ma dall’altra c’è anche un’enorme semplificazione: se fai rock è indubbiamente più semplice scrivere in inglese, proprio perché la metrica e la sintassi sono più lineari; da questo punto di vista, direi che non mi sono sentito in difficoltà. Anzi, devo dire che è stato anche molto divertente! C’è poi un’altra cosa: il rapporto che hai con la tua lingua madre è anche un po’ il rapporto col mondo che ti circonda. Se questo non ti comunica più tanta passione, forse fai meglio a guardare da un’altra parte. Lo sdegno, la rabbia, l’odio, non sono mai sentimenti su cui si può costruire un’espressione artistica efficace, perché ci vuole sempre un po’ di distanza, no? Siccome in questo momento rispetto all’Italia, per come è diventata, non riesco a provare nient’altro che quei sentimenti lì, forse allora è stato meglio parlare d’altro in un’altra lingua…

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C’è un brano in particolare che a vostro parere rappresenta meglio il vostro nuovo corso, che fotografa più di altri quello che siete adesso?

Antonio: Per noi è sempre molto difficile giudicare le canzoni perché ognuno di noi ha le sue due o tre preferite, che non sono magari necessariamente quelle più rappresentative ma che sono quelle che in quel momento hanno qualcosa che ti piace, che ti colpisce di più, che ti diverti di più a suonare. Noi non abbiamo dai nostri stessi pezzi quella distanza di cui parlava Simone, è difficile per noi descriverli così bene… su questa cosa però mi piacerebbe dire una cosa: per fare questo disco ci ha aiutato una nostra amica americana che vive in Italia; l’ha ascoltato, ci ha dato il suo giudizio e ci è venuta incontro in alcuni aspetti, soprattutto per la pronuncia di alcune parole. Quando lo abbiamo suonato per la prima volta dal vivo, a Livorno, le abbiamo chiesto di venire a presentarlo e ha detto una cosa molto bella che secondo me ci rende giustizia. Ha citato un modo di dire di suona nonna che fa: “È un altro che ci deve reggere lo specchio”. C’entra secondo me con quello che diceva prima Simone: per vedere le cose bene ci vuole una certa distanza, ti vedi bene nello specchio se è un altro che te lo tiene, quindi occorre qualcuno diverso da te che ti aiuti a vedere meglio certe cose che hai vicino e che non vedresti così bene. Ce l’hanno detto anche altri americani: “È bello quello che fate perché si sente che non siete americani ma si capisce anche che avete un’idea dell’America che deriva dall’arte e dalla letteratura e che è bella perché è vostra, viene da voi che siete diversi da noi”… allora direi che siamo contenti di aver fatto questa scelta, soprattutto per questo motivo.

Io vi posso dire che mi ha stupito molto “Albuquerque”, il pezzo conclusivo: a livello di atmosfere e sonorità è decisamente atipico, anche rispetto agli altri episodi del disco…

Daniele: Musicalmente è un brano uscito dalla casualità più totale. Si è partiti da un suono di Antonio, poi è venuto fuori tutto il pezzo che in realtà non è un pezzo, è più un’atmosfera, una bolla, una nuvola, una tempesta di sabbia, qualcosa di desertico. Per noi è stato divertentissimo farlo perché poi dal vivo non viene mai uguale…

Simone: Infatti! Sicuramente anche stasera lo faremo in modo diverso! È sempre stato così, però: in tutti i dischi cerchiamo di arrivare in studio con un pezzo che non è finito, che in qualche modo ti devi inventare lì per lì. Questo è anche utile psicologicamente perché mantiene alta la tensione della lavorazione, altrimenti andresti lì ed il lavoro in studio sarebbe una roba meccanica; diversamente, avendo questo pungolo di una cosa che devi completare in un lasso di tempo stabilito, ti mette addosso una tensione che inevitabilmente si ripercuote anche sul resto del lavoro.

Daniele: Un’altra particolarità interessante che ha è che non l’abbiamo mai suonata insieme! Il disco è stato mixato, masterizzato, senza che noi l’avessimo mai suonata in sala prove. Lo so che è poco romantica come cosa ma è andata così! Abbiamo aggiunto diverse tracce, una sull’altra, fino ad ottenere il risultato finale. È un esperimento che avevo letto in un libro di Pastorius. Diceva che il primo brano del suo primo disco solista l’aveva fatto così: andava col suo studio mobile a registrare vari musicisti e poi ha messo insieme tutto. Nel nostro piccolo, è venuta fuori una situazione molto simile al mondo Jazz, anche se forse a dire così è più un’offesa per il Jazz (risate NDA)! Comunque è curioso perché la prima volta che l’abbiamo suonata è stato due mesi fa, mentre il disco è stato mixato un anno fa.

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E invece che mi dite di “Christmas 1933”?

Simone: Ecco, Antonio non l’ha detto ma la sua preferita è quella (risate NDA)!

Non trovate che sia un po’ il contraltare della precedente? Potrebbe essere considerata un po’ come l’altra faccia del disco…

Simone: Si, sono d’accordo. A me piace molto anche per il ritornello, che ha un’atmosfera che con c’entra nulla con quello che dico nel testo però mi ricorda molto i Supertramp. E siccome loro sono uno di quei gruppi che hai nel tuo bagaglio di ascolti…

Giulio: Un Guilty Pleasure… (risate NDA)

Simone: Io da giovane impazzivo letteralmente per loro, mi piacevano tantissimo!

Giulio: Ma per non essere emarginato dai tuoi amici Indie non potevi dirlo a nessuno (risate NDA)!

Simone: Gli amici Indie, o almeno la stragrande maggioranza di loro, neanche se vendessero entrambe le mani riuscirebbero a scrivere una canzone anche lontanamente paragonabile ad una qualsiasi di “Breakfast in America” (risate NDA) …

Antonio: Io posso aggiungere che nel momento in cui suoniamo qualcosa e la storia che Simone ci ha messo sopra ci piace, ci convince, anche la musica cambia, è normale che sia così. Per cui questa storia dell’ubriacone che finalmente festeggia la fine del proibizionismo è perfetta per l’atmosfera di quel pezzo, è per questo che è la mia preferita; poi magari tra un po’ cambierà ma al momento è quella…

Quindi il riferimento esplicito deriva da questo?

Simone: Esatto, nel dicembre 1933 è finito il proibizionismo. Infatti pensa a quel Natale lì, che cosa dev’essere stato.. (risate NDA)

Parlando del titolo, vi confesso che non conoscevo l’espressione idiomatica da cui l’avete ricavato. Pensa che avevo fatto tutta una serie di ipotesi tra cui c’era anche il McCoy di Star Trek…

(Risate NDA)

Simone: sono un grandissimo amante di Star Trek ma in effetti non c’entra un cazzo (risate NDA)!

Immagino a questo punto che la scelta di intitolarlo così abbia a che fare col carattere fittizio dell’America che raccontate, no?

Simone: È un gioco di parole che abbiamo trovato perfetto per illustrare il progetto. “The Real McCoy” in americano vuol dire proprio: “Ecco, questa è la cosa vera, questo è il punto, questa è la cosa autentica, originale”. E siccome noi abbiamo fatto un Fake, “The Unreal McCoy” è proprio questo, il falso del vero e il vero del falso. Con un’espressione idiomatica, cambiandola, giocandoci sopra, abbiamo cercato di esemplificare il concetto.

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In questo tour suonerete tutto il disco, dall’inizio alla fine. Forse mi sbaglio ma credo sia la prima volta che fate una cosa del genere…

Daniele: Avevamo suonato tutto “Gelaterie sconsacrate” in occasione del ventennale…

Simone: Però è vero, è la prima volta che lo facciamo con un nuovo disco.

Mi piacerebbe sapere il perché di questa scelta…

Simone: Era in qualche modo obbligata. Trattandosi di una cosa così diversa da tutto quel che abbiamo fatto, è chiaro che sarebbe diventato una specie di Juke box impazzito, se ci fossimo messi ad alternare pezzi in italiano e in inglese, sarebbe diventato molto incoerente. Abbiamo così deciso di suonare tutto il disco nuovo, con anche una cover “americana”, che rientra nel contesto, e poi di fare una seconda parte dove invece facciamo i pezzi vecchi, una sorta di piccolo best of. È curioso perché anche Marco Gorini, il nostro fonico, nel fare i suoni ha fatto dei cambi di set dalla prima parte alla seconda perché diceva che è molto diverso…

Daniele: Soprattutto sulla voce, perché cambiando il modo di cantare cambiano anche le frequenze.

E come vi sembra stia venendo? Avete scoperto qualche aspetto nuovo che nella versione in studio non risaltava?

Simone: Alla fine dipende molto dai palchi. Questa in realtà è solo la terza data quindi non abbiamo ancora una visione completa. Posso però dirti che a Livorno, dove lo abbiamo fatto per la prima volta, all’Aurora, siamo riusciti ad essere ancora più comunicativi rispetto al disco…

Daniele: Ci hanno detto così, infatti.

Simone: Ci sono a volte quelle situazioni dove c’è come la “tempesta perfetta”, un’interazione vincente tra i suoni del palco e la risposta del pubblico. Il concerto di Firenze è andato bene ma noi sul palco ci sentivamo peggio della volta precedente. Ci sono quindi anche delle considerazioni tecniche che influiscono, volenti o nolenti.

Antonio: Diciamo che il lato americano ci impone di essere concentrati, per tutto il godimento che poi ne verrà. Quando arriviamo alla seconda parte io ho proprio un rilassamento!

Giulio: Sono pezzi che conosciamo bene, la scaletta è già fatta in base a come si alternano tra di loro. Quella americana sta funzionando bene però è un tentativo che è solo alla terza volta…

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Siete in giro da un sacco di tempo, avete visto evolversi il panorama della musica italiana, che oggi è radicalmente diverso. Per esempio, io vi ho visto per la prima volta al Mi Ami del 2010 ed eravate in una posizione piuttosto alta nella line up. Oggi probabilmente…

Simone: Oggi non ci chiamerebbero mai, certo!

Daniele: Beh, magari se facessero il Miami… (risate NDA)

Simone: La risposta è no, non ci interessa collocarci da nessuna parte. Anche geograficamente, noi veniamo da una piccola città di provincia dell’alto Tirreno chiamata Livorno e anche per questi motivi geografici siamo sempre stati abbastanza fuori dagli “streams”, sia “main” che “indie”. Diciamo che nutriamo per il mainstream lo stesso sentimento che proviamo nei confronti dell’Indie: ci piace qualcosa dell’uno e dell’altro, qualcosa non ci piace…

Daniele: Non ci siamo mai sentiti veramente parte di una scena. Certo, abbiamo degli amici cari con cui è più piacevole scambiarsi opinioni, come ad esempio i Perturbazione…

Simone: O i Baustelle, anche.

Daniele: È però più una questione personale, di rapporti, non artistica…

Anche perché siete parecchio diversi da entrambe le band…

Simone: Appunto. Non facciamo parte di nessuna scena ma questo si vede anche nel rapporto col nostro piccolo pubblico, no? (Si rivolge agli altri NDA)

Daniele: Cosa intendi (risate NDA)?

Nel senso che abbraccia persone che ascoltano cose molto diverse tra di loro?

Simone: Sì esatto, quello! È un rapporto anche un po’ malato… (risate NDA)

Daniele: Poi sono anche un po’ di tutte le età, no?

Simone: Sì, è molto trasversale, è una situazione che ci piace. E poi non dimentichiamoci mai che, come dicono gli americani: “Wonder boys last for a season, old farts last forever.” (risate NDA)

Sono d’accordo. Anch’io in effetti ho questa impressione: non che siate delle vecchie scoregge, ovviamente… (risate NDA)

Simone: Si può anche tradurre come “Vecchi tromboni”, comunque… (risate NDA)

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Ho un po’ questa sensazione, dicevo, che siate da sempre un punto fermo. Il vostro ritorno, personalmente, mi ha fatto molto piacere, è stato un po’ come riabbracciare un vecchio amico. Cambiano le mode, io ascolto anche tanta roba di ciò che oggi va per la maggiore, ma poi ci siete voi e quando fate un nuovo disco è sempre una cosa bellissima… quindi ve la butto lì: cosa succederà in futuro? Spero che non dovrà passare così tanto tempo ancora…

Simone: Penso di no, dovremmo fare più in fretta, la prossima volta.

Antonio: Deve ancora succedere qualcosa però, per avere un’idea chiara, io al momento non ho la più pallida idea di che cosa possa succedere…

Anche perché immagino che starete in giro ancora un po’, che farete altre date, oltre a quelle già programmate…

Simone: Qualche data la faremo, tenendo ovviamente conto degli spazi giusti, della nostra età… (risate NDA)

Daniele: È giusto il discorso che hai fatto prima, negli ultimi quattro anni il panorama musicale è cambiato tantissimo, per cui anche l’idea di fare un disco in inglese, di andarsi a cercare degli spazi diversi… è un qualcosa che fanno un po’ tutti, pensa ad esempio a Max Collini. Bisogna un po’ andarseli a cercare, gli spazi giusti per quello che si fa. Se i tempi e le circostanze cambiano, vuol dire che dobbiamo cambiare anche noi…

Giulio: Io vorrei fare un giro all’estero…

Infatti ve l’avrei chiesto…

Simone: Sarebbe bello e infatti ci stiamo lavorando, forse il prossimo anno riusciremo a farlo.

Antonio: Che so, Città del Vaticano

Giulio: San Marino…

Daniele: Lussemburgo…

Antonio: Montecarlo…

Voi scherzate ma in Lussemburgo la gente a suonare ci va: Paolo Benvegnù, ad esempio, ci è stato, qualche anno fa…

Simone: Ma sai che abbiamo una fan base in Lussemburgo? Quando uscì “Venga il regno”, fu primo su ITunes in quel paese… (risate NDA) fu una delle più grandi soddisfazioni della nostra carriera…

Daniele: Più del David? (I Virginiana Miller vinsero un David di Donatello nel 2013 per la canzone “Tutti i santi giorni”, colonna sonora dell’omonimo film di Virzì NDA)

Simone: Più del David, sì!

Antonio: E perché non facciamo il “Paradisi fiscali tour”? (Risate NDA)

Lascio i nostri alle loro fantasiose ipotesi e alla cena pre show che li aspetta a breve. Questa sera si incomincerà tardi, dopo le 23 e anche se è sabato, non si può non ribadire che questa abitudine, prima finirà, prima sarà per tutti.

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Non c’è tanta gente, nel locale, complice la pioggia battente e, probabilmente, anche la location non troppo centrale per chi viene da fuori Milano. Detto questo, i presenti salutano con un applauso scrosciante l’introduzione registrata di Simone Lenzi che, seduto su una poltrona, lascia che sia la sua stessa voce ad introdurre al mondo dell’irreale McCoy. Come anticipato, la prima parte del concerto è interamente dedicata al nuovo disco, che viene però eseguito in un ordine diverso rispetto a quello della tracklist originale. A dispetto di qualche piccolo problema tecnico, la resa complessiva è buona, anche se è evidente che serva ancora un periodo di rodaggio per poter prendere confidenza coi brani. Rimane che episodi come “Old Baller”, “Toast the Asteroid” (in un arrangiamento inedito che è ad andato ad evocare la springsteeniana “Growin’ Up”) o una “Lovesong” intrisa di distorsioni sin dall’inizio, fanno la loro porca figura, confermando il livello eccelso dell’album.

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È arrivata pure una “The Ghost of Tom Joad” scurissima, che più che dal canzoniere di Springsteen pareva uscita da quello di Nick Cave. È l’ideale introduzione ad “Albuquerque”, dilatata e desertica fino all’eccesso, uno di quei momenti in cui la band, con Simone prematuramente dietro le quinte, ha avuto il piacere di prendersi il proprio spazio.

Dopo un breve intermezzo, la seconda parte del concerto è più agile e confortevole, presentando una selezione di repertorio che, a parte una suggestiva versione piano e voce di “Parenti lontani”, non vede particolari sorprese. È sempre comunque un piacere ascoltare “Due”, “Anni di piombo”, “Dispetto”, “La risposta”, “Acque sicure”, “La verità sul tennis” e “Uri Geller”, che sono tutte autentiche pietre miliari dell’Indie italiano. Come anticipato in sede di intervista, effettivamente cambia anche il suono: le chitarre sono più incalzanti, la sezione ritmica più compatta, la band appare totalmente a proprio agio e sciorina una prestazione tiratissima e meravigliosa.

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C’è ancora un tributo all’America, quella vera, con una “Hey Hey My My” che questa sera non può non far venire in mente anche Kurt Cobain.  E si chiude, come ormai da tradizione, con “L’estate è finita”, lunga, ipnotica e dal finale dilatato, per permettere ancora una volta agli strumenti di salire in cattedra.

Concerto bellissimo, trascorso in un’atmosfera piacevole e a tratti divertente, con Simone che non ha risparmiato battute e scambi scherzosi col pubblico.

È ancora presto per dire se sia stata una scommessa vinta, quella di cantare in inglese, ma a giudicare da queste prime battute saremmo portati a rispondere di sì. Non perdeteveli se passeranno dalle vostre parti.

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