L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Ambrogio Brambilla

Everything Not Saved Will Be Lost part 1, quinto disco della carriera dei Foals, è uscito un mese e mezzo fa e questa di Milano è l’unica data italiana, prima occasione di testare dal vivo le nuove canzoni in attesa di una possibile replica estiva e, soprattutto, della pubblicazione della seconda parte, attesa per l’autunno.
Per il momento siamo soddisfatti: la band inglese sembra tornata all’ispirazione fresca degli inizi, con un lavoro che recupera le coordinate stilistiche dell’esordio Antidotes, mescolandole con l’immediatezza Pop di Inhaler.
Il Fabrique è pienissimo, molto vicino al sold out, come del resto già accaduto tre anni fa in occasione del tour precedente. Questo è un gruppo le cui quotazioni sono in costante ascesa e che soprattutto qui da noi ha sempre goduto di grande fortuna ma è anche curioso segnalare la presenza di numerosi stranieri: fosse gente in Erasmus, in vacanza o appositamente venuta per seguire il proprio gruppo preferito, resta il fatto che si è respirato un clima parecchio internazionale. .

Inapertura ci sono gli Yak: la band di Wolverhampton (e infatti c’era pure qualcuno tra il pubblico che indossava la maglietta della locale squadra di calcio), fresca autrice di Pursuit of Momentary Happiness, suona per mezz’ora il suo Indie Rock nervoso, cadenzato e a tratti frenetico, dimostrando una buona tenuta di palco ed una discreta potenza sonora, con le chitarre protagoniste come da copione. Repertorio in realtà abbastanza anonimo, senza particolari sussulti ma comunque piacevoli da vedere.


I Foals salgono sul palco poco dopo, a locale ormai del tutto imballato ed è un vero e proprio urlo entusiastico che accoglie l’ingresso dei cinque, forti del nuovo entrato al basso, l’Everything Everything Jeremy Pritchard. Si parte con la nuova On the Luna, che sfocia immediatamente in Mountain at My Gates, che a giudicare dalle reazioni dei fan, pare già divenuta un classico. È un inizio pieno di groove, dove gli irresistibili giri di tastiera si innestano su una sezione ritmica compatta e particolarmente efficace soprattutto quando sono due le batterie a suonare sul palco (le percussioni hanno comunque sempre un ruolo di primo piano). Per il resto, è Yannis Philippakis il protagonista indiscusso, vera e propria anima della band e centro propulsivo di quel che accade on stage.


La scaletta è piuttosto prevedibile, direi quasi telefonata: ai brani del nuovo disco, che in generale mostrano un’ottima resa (soprattutto quelli più tirati, dove le proverbiali geometrie chitarristiche dei nostri si fondono con elementi elettronici, vedi Exits, Cyrups, White Onions, In Degrees), si alternano i soliti classici, senza troppe fantasie da ripescaggio. Abbiamo così i singoloni di successo come My Number, Inhaler (durante la quale Yannis si fa la sua consueta passeggiata in mezzo al pubblico) o Spanish Sahara, sempre molto intensa e coinvolgente, nel suo incedere in crescendo.


Non mancano brani della prima ora come Red Socks Pugie, Olympic Airways e Black Gold, che sono poi quelli dove il gruppo dà il meglio di sé, tra incastri Math Rock e strutture vagamente progressive.
Chiude tutto una potentissima What Went Down, con Yannis immerso come di consueto nelle prime file e una brillante One Step, Twice, che dà modo ai nostri di sfoggiare la propria bravura strumentale.
Niente di particolare da segnalare, in questi 90 minuti abbondanti: è stato il solito concerto dei Foals. Tecnicamente ineccepibile, perfettamente in equilibrio tra partiture ricercate, melodie ruffiane e impatto sonoro, lo show del sestetto di Oxford colpisce sempre nel segno ma dà anche l’impressione di essere studiato e costruito a tavolino, che quindi anche la furia selvaggia che a tratti sprigionano non sia il segno di una liberazione istintiva. Non è detto che sia un male, comunque. Piacciono sempre tantissimo quindi direi che un po’ di ragioni dalla loro parte le hanno.