L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Claire Powell

Sono passati sei anni dall’ultimo concerto di Bon Iver nel nostro paese e l’attesa era comprensibilmente tanta. Vero che le quotazioni di Justin Vernon erano forse leggermente scese tra gli amanti dell’Indie Folk più oltranzista, dopo che l’uscita di 22, A Million ne aveva rivelato un aspetto molto più sperimentale e destrutturato di quanto fosse lecito aspettarsi. Allo stesso tempo, però, si era trattato di una mossa quasi annunciata: la linearità dell’approccio alla scrittura non è mai stata troppo tipica del musicista del Wisconsin e i suoi diversi progetti paralleli (Vulcano Choir, recentemente Big Red Machine), unitamente ai featuring su brani di artisti apparentemente lontani dal suo modo di sentire (vedi James Blake o Bruce Hornsby) ne fanno un artista molto più poliedrico di quanto fosse lecito aspettarsi dando un ascolto solo al primo lavoro a nome Bon Iver (che non a caso è il più amato dal pubblico generalista ma, almeno a mio parere, quello meno interessante musicalmente).

Il tour di 22, A Million, non aveva mai toccato l’Italia: c’era stato un breve giro di date europee nel 2017, annullate quasi tutte per ragioni ancora oggi misteriose, poi solo qualche concerto sporadico, senza comunque mai tenere conto del nostro paese. Ecco perché, a due anni abbondanti dall’uscita del disco, un concerto da noi arriva gradito per poter immergersi nella resa live di questi pezzi, prima che l’imminente i,i, annunciato per il 30 agosto, ne prenda il posto.
Il Castello Scaligero di Villafranca è una splendida location. Leggermente fuori mano, per noi milanesi viziati che siamo abituati ad avere tutto sotto casa, garantisce comunque quel fascino tipicamente italico del concerto in un luogo suggestivo e di importanza storica, particolare che chi viene a suonare da noi normalmente apprezza molto. Non a caso, nel corso del set, Justin si fermerà più di una volta a ringraziare per averlo invitato lì, sottolineando proprio la bellezza del posto.
La serata è sold out da mesi, fatto più unico che raro per un artista non prettamente mainstream, in una località lontana dai grandi centri. Ragione in più per affermare che l’attesa era tanta e, soprattutto, che le sperimentazioni dell’ultimo lavoro non gli hanno per niente alienato il pubblico.

A livello logistico, comunque, scorre tutto liscio: qui ci ero già stato ma è la prima volta che l’affluenza è così massiccia. Confesso che temevo un po’, soprattutto dopo aver sentito le lamentele relative al Rock the Castle dello scorso anno, ma alla fine devo ammettere che la situazione è stata più che vivibile: si stava comprensibilmente strettini ma il palco bello alto garantiva una visuale quasi perfetta da ogni posizione.
Si inizia alle 21.15 spaccate, come da programma, ed è Perth ad aprire il concerto, come spesso accaduto in queste ultime date.
Sul palco oltre a Justin, che si occupa principalmente della chitarra, oltre che di sporadici interventi al Synth, ci sono i compagni di sempre, che poi sono anche quelli che hanno registrato con lui il disco di prossima pubblicazione: Sean Carey e Matt McCaughan alla batteria (quest’ultimo si occupa anche delle tastiere), Michael Lewis al basso e al sassofono (non c’è più Colin Stetson ma ci accontentiamo) e Andrew Fitzpatrick alla chitarra e al Synth.
La prima cosa che si nota, osservandoli in azione, è che dal vivo Bon Iver è una band vera e propria. Non che su disco fosse poi molto diverso, intendiamoci, ma soprattutto nelle ultime prove, la sensazione di cut and paste in studio la si avvertiva a più riprese, più che altro per il grande utilizzo dell’elettronica.



Sul palco l’approccio è invece molto più lineare, quasi tradizionale: a parte l’uso massiccio del vocoder (ma ormai si sa che gli piace tantissimo), che trova ovviamente il suo apice in 715 – CREEKS, composizione unicamente vocale, a prendersi la scena sono soprattutto chitarra, basso e batteria, unitamente a Synth e a tastiere varie, sempre però utilizzate in maniera sobria e tradizionale.
Ne consegue un concerto dove quasi tutti i brani risultano riarrangiati (compresi alcuni di 22, A Million come 33 GOD e 8 (circle), da cui peraltro si è capito come il songwriting di Mr. Vernon, al di là del vestito da dare di volta in volta alle canzoni, non sia mai cambiato più di tanto) e con un approccio prevalentemente rock, garantito dalla doppia batteria su gran parte dei pezzi e da chitarre sempre molto presenti, che non disdegnano crescendo ed esplosioni di distorsione come nel finale di Creature Fear o in brani come Blood Bank, proposte in maniera più robusta rispetto agli originali.



La resa sonora poi aiuta perché questa sera davvero non c’è nulla di cui lamentarsi, ogni strumento è nitido e l’insieme viene valorizzato in pieno, soprattutto la batteria, con un suono di rullante davvero tagliente. La voce poi è eccezionale: al di là dell’uso continuo di effetti, è impossibile non notare come dietro vi sia una tecnica ed un controllo invidiabili, soprattutto per quanto riguarda l’uso del falsetto, stile che da sempre predilige.
A differenza di quando l’ho visto coi Big Red Machine, dove quasi tutto il concerto è stato composto da anticipazioni di brani nuovi, qui “i,i” viene solo timidamente accennato con l’ottima “Hey, Ma”, uno dei quattro brani già pubblicati, ma per il resto la setlist è tutta un grande Greatest Hits, con i momenti più importanti del suo repertorio doverosamente rappresentati.
Lo spettacolo è diviso in due set da circa 50 minuti l’uno, con un intervallo di un quarto d’ora nel mezzo. Non la soluzione migliore, direi, perché dopo l’altissimo livello della prima parte, con l’adrenalina del pubblico ancora a mille, la tensione è sfumata un po’.



Aggiungiamo che il contenuto delle due sezioni è stato pressoché identico, con brani provenienti da tutta la discografia senza un particolare criterio tematico, per cui sinceramente non ho visto il senso di una scelta simile.
Ad ogni modo, quando Justin torna sul palco da solo in compagnia della sua chitarra e attacca “Skinny Love”, un boato fortissimo si alza al cielo, il singalong parte istantaneo (e con esso, gli ormai maledettissimi telefonini, spero vi si spacchino tutti, un giorno) e la bellezza dell’atmosfera pare subito ripristinata. Se nella prima parte avevamo ascoltato esecuzioni pregevoli di “Heavenly Father”, “Towers”, “Blood Bank” e “—45—“ (quest’ultima particolarmente affascinante, col sax a doppiare perfettamente la voce) è nel finale che arrivano forse le cose migliori, dal punto di vista della resa live: a cominciare da una “Holocene” romantica e delicatissima, anch’essa punteggiata dal sassofono (non è stato usato tantissimo ma quando è comparso ha sempre fatto la differenza), oppure la classicissima “Flume”, reintrodotta in scaletta solo nelle ultime date ed eseguita in maniera splendida, con un’interpretazione vocale tra le migliori della serata. O ancora, la lunga e a tratti rarefatta “The Wolves”, dove è stato bello vedere la band comparire poco a poco, riempiendola e facendola esplodere nel finale, dove le due batterie e le chitarre sono apparse assolute protagoniste.



L’ultimo pezzo non poteva essere che “For Emma”, romantica ballata degli esordi, tra le più amate dal pubblico e che, a dispetto di tutti i discorsi che si possono fare sull’evoluzione e sulla maturazione (ho già detto di preferire di gran lunga l’ultimo Bon Iver al primo), ascoltata dal vivo rimane una cosa straordinaria, annoverata senza dubbio tra i momenti concertistici dell’anno.
Potrebbe essere finita qui, anche perché gli ultimi concerti li hanno chiusi in questo modo. I saluti sono infatti abbastanza lunghi, la gratitudine che traspare dai volti assolutamente evidente e disarmante. Tempo due minuti, però, ed ecco i cinque ricomparire per una veloce “22”, uno dei brani più rappresentativi dell’ultimo album, che in effetti pareva strano non venisse eseguito.
Questa volta si va a casa sul serio. È stato un gran concerto, dove ci è stata messa davanti, senza possibilità di equivoci, la grandezza di un musicista e autore che sarebbe davvero riduttivo definire “Alt Folk”. Justin Vernon è ormai uno degli esponenti più significativi del “rock” del nuovo millennio e Bon Iver la sua creatura più riuscita e affascinante. Il 30 agosto uscirà il suo quarto disco e le anticipazioni che ne abbiamo avute dicono che ci sarà di che essere soddisfatti. A quel punto, sarebbe auspicabile poterlo vedere di nuovo a stretto giro, magari nello spazio chiuso di un club, magari già quest’inverno…