R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Si dice che nessuno torni mai da un viaggio come è partito, niente di più vero: il viaggio ci plasma e ci cambia, arricchendoci di esperienze nuove mano a mano che ripercorriamo strade già battute da altri.
Se avete voglia di fare un viaggio di questo tipo prendete in mano l’ultimo lavoro di KIWANUKA, dal titolo omonimo, scritto in maiuscolo, quasi a voler sbattere in faccia il suo nome a quanti lo invitavano a cambiarlo perché poco commerciale, pubblicato lo scorso 1 novembre per l’etichetta Polydor/Universal; mettetevi comodi e non prendete altri impegni per i prossimi 51 minuti: non sono ammesse distrazioni, la tracklist terrà occupati tutti i vostri sensi.

Artista, a mio parere, tra i più talentuosi dell’ultimo decennio, i primi due album, Home Again e Love & Hate, li avevo consumati a forza di ascoltarli tanto che aspettavo KIWANUKA con la stessa frenesia con cui un tossico aspetta la sua dose.
Non illudetevi di poter fare una “sveltina” con la sua musica, non è roba da streaming veloce usa e getta, ad ogni passaggio scoprirete una sfumatura nuova, uno strumento che prima vi era sfuggito, vivrete sensazioni ed emozioni da elaborare con calma.

Partiamo dalla copertina, con l’artista vestito da capo tribù, forse un omaggio alle sue origini, londinese classe 1987, ma di famiglia ugandese, confermato nella prima traccia dell’album, You Ain’t The Problem, un’esplosione di colori e ritmi che ricorda tanto l’afromusic quanto la Motown; se nei primi due dischi, del 2012 e del 2016, Michael sembrava alla ricerca di una propria identità, come se avesse intrapreso un percorso psicoterapeutico, in KIWANUKA, prodotto abilmente da Danger Mouse e Inflo, ha finalmente trovato il suo posto e il suo scopo sulla terra, quello di fare da anello di congiunzione tra passato e presente.

Non solo un bellissimo ritorno ai suoni analogici degli anni sessanta e settanta, ma anche una riscoperta di valori e temi, quelli della lotta al razzismo, dell’uguaglianza, della pace, dell’amore fraterno, in un periodo in cui ne abbiamo bisogno come del pane.
Accantonata la collaborazione estiva con Tom Misch, nel pezzo danzereccio Money, che strizzava un occhio all’epoca d’oro della casa discografica di Detroit, nell’ultimo lavoro sono presenti 14 brani inediti di una bellezza più unica che rara, nasce così spontaneo il paragone con i grandi interpreti soul del passato, da Otis Redding a Marvin Gaye, da Curtis Mayfield a Bill Whiters e Stevie Wonder, dato che compone e interpreta come pochi attualmente sanno fare: voce profonda, chitarrista di una classe superiore, capace di assoli lunghissimi e psichedelici alla David Gilmour, un uso magistrale dei cori che danno un tocco drammatico alle melodie, come in This Kind of Love, e poi ancora violini, pianoforti, violoncelli e chitarre acustiche, quasi ossessionanti in Hero, omaggio a Fred Hampton, il leader delle Black Panther ucciso nel 1969, a soli ventuno anni, dalla polizia.

Il tema dei diritti civili fa da filo conduttore in tutto l’album, tornando prepotentemente in Another Human Being, dove possiamo ascoltare in sottofondo la registrazione di una manifestazione di protesta interrotta da un colpo di pistola, e in Interlude Loving The People, in cui si sente la voce dell’attivista americano John Lewis.
Insomma un sodalizio, quello con Inflo e Danger Mouse, che funziona eccome, grazie anche all’immenso archivio di samples dei due produttori che ben si presta a rendere contemporanei i suoni del passato dandogli nuova vita, il resto lo fanno i testi, poetici e riflessivi allo stesso tempo, per un lavoro che complessivamente riscalda il cuore anche in una fredda giornata di novembre.

Voto: 10/10, finora album dell’anno.

Non resta che aspettare il 7 dicembre per gustarsi dal vivo il nuovo astro nascente della musica inglese, appuntamento imperdibile al Fabrique di Milano.

Tracklist album:

01. You Ain’t the Problem
02. Rolling
03. I’ve Been Dazed
04. Piano Joint (This Kind of Love) (Intro)
05. Piano Joint (This Kind of Love)
06. Another Human Being
07. Living In Denial
08. Hero (Intro)
09. Hero
10. Hard to Say Goodbye
11. Final Days
12. Interlude (Loving the People)
13. Solid Ground
14. Light