I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Tamburino

Ho appena messo fuori dal frigo birra e altre cose da bere quando suonano al citofono. È arrivato.
Vado ad aprire e sorrido pensando che Carlo Corallo, uno dei rookie dello storytelling italiano, indicato da Murubutu come una delle promesse del genere, con il primo album appena sfornato, è la stessa persona con cui ho passato le ricreazioni a parlare di musica al liceo classico Umberto I di Ragusa, pomeriggi a base di giochi di ruolo in un garage polveroso e serate nei pub che ci hanno visto crescere e che ci ritrovano ogni volta che torniamo da Milano per le vacanze.
Mentre sto lì a divertirmi e sentirmi un po’ un vecchio con questi pensieri, Carlo è alla porta. Ci salutiamo, lo faccio entrare e gli riempio il bicchiere mentre ci buttiamo sui divani di casa mia e iniziamo a chiacchierare di come vanno l’università e le nostre vite, prima di arrivare al motivo dell’invito e iniziare.

Carlo, racconta di te. Chi sei, dove ti formi, come sei cresciuto musicalmente?
Sono in primis uno studente di legge all’università, ormai prossimo alla laurea. Poi sono uno scrittore rap, ma più vicino ai temi tipici del cantautorato. Scrivo anche testi per altri.
Mi sono formato a Ragusa fino a diciannove anni, per cui mi porto dietro un’influenza tipicamente siciliana con tutti gli elementi che ne derivano. Questa formazione si è “cristallizzata” a Milano, dove ho avuto input totalmente diversi: quelli di una metropoli, di una città in cui tutto funziona anche troppo velocemente.
Una cosa che mi porto dalla Sicilia è il saper prendermi tempo per tante cose, portarmi appresso la calma per poi combinarla con l’esigenza creativa e gli impulsi che dà la metropoli, fondendoli per cercare un equilibrio che desse una visione “totale” di quello che può essere le vita quotidiana in Italia, visto che la maggior parte dei miei temi riguarda la vita di tutti i giorni e non va a toccare la scrittura tipica del rap, quasi sempre agli estremi della vita.

Nel tuo disco, Can’tautorato, c’è un’idea chiara del genere a cui guardi. Se dovessi nominare – per citare una tua precedente collaborazione – i tuoi “maestri”, sia per quanto riguarda il tuo stile musicale, di scrittura dei testi, che umano, chi indicheresti?
Ho ascoltato i generi più vari, per cui ho riferimenti sia per quanto riguarda il sound che la scrittura.
Se parliamo di scrittura, i rapper a cui mi sono ispirato di più in Italia forse sono Rancore, Murubutu, Dargen d’Amico, Ghemon. Se parliamo degli artisti tuttora in attività, che hanno prodotto dischi da poco, mi piacciono molto Willy Peyote e Dutch Nazari; anche Mecna, nonostante ora abbia cambiato totalmente genere e faccia qualcosa di diverso.
Guardando all’America ci sono le mie maggiori influenze dal punto di vista tecnico: Kendrick Lamar e J Cole, due artisti che secondo me hanno rivoluzionato totalmente l’hip hop in questo ultimo decennio mescolandolo perfettamente con il jazz, una cosa che avveniva all’inizio, con la prima ondata della old school. In qualche modo hanno riportato in voga questa usanza, rendendola attuale con suoni più “modaioli”, ma mai troppo commerciali.
Possiamo dire che il mio modo di esprimermi, la mia scrittura è stata molto influenzata dalle mie letture. Citerei sicuramente Salinger, Kazuo Ishiguro, Murakami – nei suoi racconti mette sempre un personaggio che faccia da medium, che colleghi la vera realtà ad un mondo di finzione, che è quello che provo a fare io nella mia scrittura. La metafora pone sempre un elemento come medium e quindi ha la stessa funzione.
Anche Sepulveda e altri scrittori, che mi hanno affascinato nel modo di descrivere paesaggi, animali, persone, modi di fare e sicuramente Sepulveda è tra questi. Anche Herman Hesse.
Per quanto riguarda l’impegno sociale, la morale, sicuramente mi hanno ispirato Orwell, Kerouac – che ha comunque qualcosa di politico -, Roth e altri personaggi che passano tutta la loro abilità di scrittura sul tema politico, sociale. Kerouac però lo fa in un modo più spensierato, marginale, per cui quando da ragazzino leggevo Sulla strada mi sentivo coccolato da questo racconto, invogliato a leggerne ancora e questo è un suo punto di forza, nonostante molte volte si tenda a snobbare gli autori più “semplici”. Sempre ammettendo che l’aspetto narrativo sia un determinato livello.

Prima parlavi di realtà e finzione. Fino a che punto usi questo equilibrio per raccontare di te?
Bisogna fare una separazione tra testi in terza persona e in prima persona. Il pezzo in terza persona è lo storytelling per definizione. Per esempio I sogni e le prostitute è un chiaro storytelling in terza persona, così come Piacere miope.
Tutto ciò che è invece in prima persona diventa un flusso di coscienza, un flusso di pensieri che ti riguardano più personalmente, altrimenti non ci sarebbe quasi motivo di raccontarli in prima persona, anche se in passato ho provato a fare uno storytelling in prima persona che non riguardasse me, mettendomi nei panni di una donna: Il Tradimento.
Quando si racconta in prima persona è tutto più difficile, perché ti prendi la responsabilità di quel gesto, è più vicino a te mentre se lo fai compiere ad un personaggio che sembra lontano, della fantasia, sei più tranquillo se magari è qualcosa che normalmente ti vergogneresti ad esprimere.
Per quanto riguarda la mia formazione e l’equilibrio tra realtà e finzione, solo in Can’tautorato ho provato a prendere più spunto dai cantautori italiani. Ci sono diverse citazioni all’interno del disco a partire da Amari un po’, che riprende Amarsi un po’ di Battisti, o De Andrè ne I sogni e le prostitute, parlando della “bocca di rosa” a cui un cliente violento “leva il rosa di bocca” e così via. I cantautori hanno sempre applicato questa sorta di metafore, di elemento come medium, basti pensare appunto a De Andrè, che ne faceva larghissimo uso. Le frasi che vengono riportate da tutti sono quasi sempre basate su una metafora, come quella dei diamanti e dei fiori.

Rimanendo in tema di responsabilità, ora che ti affacci alla “scena” del rap, dello storytelling italiano, avverti una missione personale al suo interno oppure ti senti più spinto da un’urgenza personale più che sociale, culturale o di altro tipo?
Da adolescente volevo essere parte di un movimento, volevo indirizzare qualcun altro, ma crescendo ho iniziato a pensare all’uomo partendo da un punto di vista razionale più che ideale.
Anche il fatto di vivere in una società in cui l’influenza cattolica è così forte ci ha dato una sorta di punto di partenza implicito, di cui nemmeno ci accorgiamo. Paragoniamo ogni azione, ogni evento, a quella che farebbe un uomo diligente in una determinata situazione e anche la legge funziona così.
Penso che la creatività non debba essere limitata o recintata, per cui quando devi scrivere, se vuoi fotografare la realtà non devi partire dall’uomo perfetto, ma dall’uomo razionale, quello più vero. Ogni persona ha dei difetti o ha fatto qualcosa di sbagliato, il contrario è impossibile. Questa crescita mi ha portato a pensare alla mia esigenza creativa parlando anche di fatti “diseducativi” non a livello di messaggio, ma per la semplice descrizione di questi. Può essere diseducativo rispetto ai dogmi su cui si basa la vita di ciascuno, o nel senso che mini alla tranquillità della vita. Per esempio ne Il tradimento renderebbe molto più sereni prendere la vita sui dogmi che ci sono già, sui punti fermi della società, e invece va a toccare dei punti molto delicati, come quando dico “quando un partner mente all’altro è tradimento / mentre quando lo stesso mente all’amante è matrimonio”. Questo secondo me è giocare coi punti fermi della società, renderli malleabili. Mi rendo conto di quanto possa essere diseducativo, ma la mia esigenza creativa voleva dire quello. L’importante è non essere mai diseducativi senza alcuna velleità artistica, dicendo per esempio “io spacco, io scopo, io fumo più di te”. Quella è solo autocelebrazione e non porta un punto di vista diverso, quindi il fatto di essere diseducativi va giustificato solo quando ha una funzione artistica.

Tu come ti concepisci rispetto allo stereotipo da macho hip hop?
Sono molto lontano da quel tipo di autocelebrazione, anche perché (ride) ho poco da autocelebrare. Non mi sono mai ritenuto eccessivo in quello che ho fatto, ho sempre pensato di fare una vita normale come tutte le altre persone che vedo e per “normale” intendo un range che va dal non essere eccessivamente ricchi di donne, di averi, di droghe, fino ad un minimo anch’esso eccessivo.
Un ragazzo europeo, per forza di cose, farà una vita diversa da quella di un afroamericano di Compton o del Bronx, per cui molto spesso trovo forzata la funzione che viene data al rap italiano di descrivere ambienti dimenticati, trascurati anche dalla società che, pur essendo una funzione utile, deve comunque rispettare la realtà. La stessa cosa è successa con Gomorra: ha fotografato la situazione di Scampia, ma l’effetto che ha avuto è stato quello di non piacere alla gente del posto. Sono stati fatti documentari e interviste ai residenti e in molti hanno detto che la realtà non fosse solo quella. Nel racconto del tessuto urbano, della società “periferica”, quella che soffre di più l’essere trascurata dal resto della società, ci vuole molta attenzione. Non si può romanzare fino ad arrivare alla copia di un’altra parte del mondo che è totalmente diversa. Non si può mai copiare una parte del mondo dove la vendita delle armi è permessa ovunque, dove la criminalità, la povertà sono molto superiori.
Quindi no, non condivido questo machismo hip hop in nessun senso, sia all’estremo della ricchezza che all’estremo della povertà, e cerco di descrivere la vita di un ragazzo europeo, sempre senza esagerare.

Tornando alla musica e al tuo stile, vorrei soffermarmi su quella che sembra essere la protagonista assoluta della tua produzione: la parola. Qual è il valore che dai alla parola? Qual è il lavoro che sta dietro alla parola che usi?
La parola è alla base della mia musica. Mi piace in qualunque genere musicale: quando il testo è bello sono più invogliato ad ascoltare una canzone. Molte volte preferisco canzoni con un testo bellissimo, ma con un suono non troppo articolato.
È uno spazio che può estendersi sempre.
Molta gente sostiene che sia già stato detto tutto, sia stato fatto tutto, però in un modo o nell’altro si trova sempre qualche nuovo link mentale tra due concetti che dia vita a qualcosa di nuovo.
La parola è sempre quel qualcosa che rende più vicino l’ascoltatore: il suono può passare dalle sue orecchie e uscirne in un secondo a prescindere da quale sia, tant’è che la canzone preferita di quasi ciascuno è una canzone con le parole.
In qualche modo senti un dialogo con una certa canzone, un certo artista.
Amo moltissimo anche la musica classica, anche quella soltanto strumentale, non essendo un musicista, nelle mie produzioni mi sono appassionato allo strumento-parola, forse per un impulso innato. Secondo me certe cose sono innate, come determinati sportivi, poi vanno esercitate. Ci vuole allenamento, uno studio incredibile, un ascolto di tantissima altra musica, di tantissimi artisti che ti hanno preceduto, però l’abilità nell’uso della parola è qualcosa di innato. Ci sono moltissimi rapper italiani con più o meno cultura che, nonostante rappino da tantissimi anni, non hanno mai quello spunto per scrivere qualcosa di emozionante. Anzi, credo che molte volte il conscious rap – quello che dovrebbe portare maggiormente contenuti – diventi quasi una caricatura di se stesso.
In uno dei miei primi brani dicevo che un poeta ordinario parla solo dello speciale, mentre un poeta speciale sa enfatizzare l’ordinario. Credo ancora in questa cosa: è troppo facile parlare di stelle, di arcobaleni, di cuori, però poi la poesia vera si fa creando lo stesso tipo di emozione parlando di oggetti, di cose che vedi tutti i giorni. Bisogna essere quasi dei MacGyver della poesia: prendere qualcosa dalla spazzatura e crearci un contesto poetico attorno. Secondo me è questa la massima prova di abilità per uno scrittore.
L’esercizio è importantissimo, soprattutto lo studio della parola – che si affina meglio leggendo piuttosto che ascoltando gli altri rapper – e della metrica, basata più propriamente sul rap, nel mio genere.
Molte volte l’abilità nella parola è snobbata: è un classico sentirsi domandare che strumento suoni, quando ormai bisognerebbe comprendere che l’uso della parola in un determinato modo equivale all’uso di uno strumento, perché effettivamente la parola articolata in determinati tecnicismi diventa tale.
Poi di sicuro non mi metto ogni giorno a studiare la metrica con le cuffie. Probabilmente sono paragonabile a quei calciatori che hanno i piedi buoni, che fanno la giocata che cambia la partita e poi si bevono una birra e si accendono la sigaretta.
Mi lascio andare per lunghi periodi e scrivo solo quando sono ispirato, non ho la fissa di essere pronto ogni giorno a scrivere qualcosa di nuovo, anche perché se la musica diventasse un obbligo di produzione giornaliera non ci sarebbe più differenza tra quella e gli escrementi.

Dopo Dei Comuni e gli altri singoli: Can’tautorato. Quali pensi siano le sue radici e quali obiettivi si pone come disco e all’interno del tuo percorso?
Parte sicuramente dall’importanza della parola, come abbiamo già detto, ma anche dal desiderio di fare da ponte tra cantautorato e rap.
Il rap autocelebrativo ha annoiato e soprattutto l’obiettivo a cui punta è quello che il rap possa diventare un genere anche per gli adulti. I fruitori del rap in Italia sono bambini e gli artisti più esposti fanno di tutto per essere sempre più apprezzati da questi anziché andare nel verso opposto perché l’esigenza creativa è sempre segnata dall’influenza economica. Credo che bisognerebbe avere una presa di coscienza – che già esiste con Murubutu, Dargen D’Amico – e capire che il rap deve parlare a tutti e deve avere dignità. Se ti piace davvero quello che fai, se è la tua passione, vuoi che quella cosa abbia dignità, non che sia intrattenimento per bambini, per chi non ha piena conoscenza delle cose del mondo.
Il mio obiettivo è quindi di parlare ad un pubblico adulto, ovvero a chiunque sia interessato a quello che faccio e capisca o provi a capire.
Le radici, come ti dicevo sono quelle del rap e del cantautorato, ma soprattutto della loro unione nella parola e del contenuto che non deve svalutarsi. Sto notando che nella musica italiana degli ultimi anni la parola è molto sottovalutata. Ci sono dei sottogeneri che vanno e vengono – come la storia insegna -, per esempio la trap, e contribuiscono in qualche modo a svalutare la parola. Non sono sicuramente da disprezzare per partito preso, però dei generi che fanno dei loro punti fermi l’autocelebrazione non fanno sicuramente bene alla parola. Viene il dubbio che, rappresentando perfettamente l’epoca che viviamo, non sia proprio un fatto sociale quello della svalutazione della parola. Il fatto di avere a disposizione tutto il sapere in pillola e sempre a portata di mano, senza andare in fondo alle cose, ci spinge ad essere meno stimolati e a non voler scrivere noi di qualcosa. Non credo che i bambini oggi vogliano diventare scrittori, ma forse nemmeno dei calciatori; si punta a ben altri obiettivi.
Vedo un mondo dove tutto è velocissimo, dove l’informazione arriva a tutti – e questo è un bene – in cui anche un bambino piccolissimo può essere informato su qualunque cosa perché non ci sono più barriere del sapere che invece c’erano per i nostri genitori e nonni, quando i parenti ti insegnavano le cose. Anche la scuola, attraverso degli step. Tuo padre ti parlava delle droghe, del sesso, da adolescente, non da bambino; mentre ormai l’informazione a portata di mano così veloce e fruibile confonde un po’ le cose. Si può arrivare a sapere tanto di cose che ad una determinata età non competono e questo confonde un po’ le idee, pur essendo buona un’informazione sempre maggiore. Bisognerebbe scavare a fondo nelle cose e avere una propria testa nel prendersi delle responsabilità anche sbagliando. Ormai è più difficile anche sbagliare.
Soprattutto il fatto di ricevere tutti le stesse informazioni, con la stessa “faccia” di quella cosa è un adagiarsi sul pensiero di massa, sulle mode, su quello che pensa la massa senza avere mai la testa per fare qualcosa di diverso – che è ciò che fa evolvere la società. Questo, come tutti i fenomeni di massa, mi fa paura.
Poi si riflette nella musica: in Italia ha preso piede il reggaeton, una musica molto semplice con un testo superficiale per non pensare, ed è un termometro culturale. Questa cosa mi spaventa molto perché l’Italia, che ha un vocabolario così importante e viene da una tradizione a livello culturale così alta, mi sembra abbandonata a questi generi.

Tornando nello specifico a Can’tautorato, il giorno dopo l’uscita del disco ti ho chiesto come lo recepissi e mi hai risposto che avevi bisogno di qualche giorno per ascoltarlo e pensarci. Ora che idea ti sei fatto, come lo recepisci ora che è un frutto arrivato a maturazione?
Lo percepisco come un disco finito, che dura il giusto. Fino all’ultimo volevamo mettere la decima traccia per raggiungere il numero tondo, ma ascoltando varie volte Un gabbiano mi accorgevo che la durata giusta per il disco fosse questa. Dopo un pezzo che dura sei minuti non doveva esserci più nulla, né tanto meno prima: se tu arrivi da tutte quelle parole poi sei “sazio” e non hai la voglia di ascoltare un brano così lungo.
Tengo particolarmente a quel brano, quindi volevo che non venisse snobbato dalla gente. Non so se ancora i dischi vengano ascoltati dalla prima all’ultima traccia, ma sicuramente arrivi alla fine pieno di concetti, di input. Sei bombardato da parole, da immagini e arriva questa “mattonata” di sei minuti, dove si parla di tantissime cose, per cui abbiamo fatto bene a mantenere nove tracce.
Ho delle paranoie personali su determinati brani: ho sempre pensato che quelli che a me piacciono meno sono quelli che il pubblico apprezza di più ed è stato effettivamente così. Ci sono delle cose, dei dettagli che solo noi artisti vediamo quando registriamo e sentiamo i pezzi, però, per assurdo, è sempre così. Ritenevo più minimali e meno contorti Piacere miope e Jessy e James, che stando ai feedback sono stati i due pezzi più apprezzati dal pubblico, che comunque è cresciuto molto con l’uscita del disco, per cui sono veramente molto soddisfatto dall’apprezzamento del pubblico e dalla reazione che c’è stata.
Se devo dirti i pezzi che ho percepito come più riusciti, sono sicuramente I sogni e le prostitute e Un gabbiano, a cui sono più legato perché è stato come avere una tela bianca in cui dire quello che volevo senza limiti di tempo, di vocabolario e di linguaggio. È stata una delle cose che più mi ha appagato, anche se non avrò avuto il dono della sintesi per me è un brano davvero speciale.
Poi ci sono altri brani di cui non credo sia stato colto tutto. Per esempio, Un letto a livello metrico e di scrittura è una canzone che è quasi uno sfoggio di tecnica, perché diventa quasi una jam session jazz in cui il sassofono si muove dove vuole e la parola lo segue improvvisando. Sembra quasi un esercizio di slam poetry, però è un pezzo rap e mi piace un sacco perché nei brani così devi costruirti la metrica e il tempo con il suono delle parole a differenza di un pezzo come Piacere miope, con la batteria che scandisce il tempo e tu devi solo seguirla. I più attenti e appassionati al genere avranno capito che Un letto è un grande sforzo tecnico.

Hai citato un po’ tutti i pezzi per un motivo o per un altro tranne uno, messo lì al centro dell’album e sembra proprio non entrarci nulla con il resto: Una canzone di successo, con Matteo Maffuccin [Zero Assoluto]. Si capisce che ti muovi in equilibrio tra una riflessione e un’ironia che hai sempre avuto. Come nasce l’idea di un brano così?
Questo pezzo è dentro perché, qualora fosse mancato, il disco sarebbe stato così triste (ride) da provocare pianti e suicidi tra gli ascoltatori.
Serviva un momento di pausa come al cinema, un momento per respirare e riprendere fiato. Per asciugarsi le lacrime (ride ancora).
All’inizio doveva essere una parodia di quelle clip che caricano sui canali YouTube dei talent show, dove il concorrente magari prima racconta delle sue tragedie, delle difficoltà che ha passato nella vita, e dopo l’esibizione – spesso mediocre – il pubblico fa una standing ovation, parte la musica motivazionale. Ci dava molto l’idea che tutto fosse così finto e già scritto che volevamo fare questa parodia e volevamo parodizzare anche le reazioni dei giudici, che quasi sempre si ripetono come il “mi sei arrivato”, la classica frase che vuol dire tutto e niente.
Ho coinvolto Matteo perché principalmente siamo molto amici e perché, avendo venduto tantissimi dischi con gli Zero Assoluto, ha un po’ fatto quella vita da cantante di successo. Quindi chi meglio di lui, tra le mie conoscenze, poteva aiutarmi in questa esperienza?
Oltretutto ha una grande cultura musicale e artistica che va molto oltre quello che poi rappresentava a livello musicale, per cui era perfettamente in grado sia di capire quanta cultura mettere nella musica di un artista underground, sia nel caso della “superficie” per capire tutti gli eventi e conoscere quelle tematiche – anche un po’ prese in giro durante il brano – che vive un cantante di successo. Così come le sue ispirazioni o il confronto con la critica, che molto spesso tende ad essere volutamente in cerca di qualcosa di ricercato – scusando il gioco di parole – e il cantante pop non sa che fare. Fa il suo e molto spesso il critico va a cercare dove sa che non troverà niente di quello che si aspetta.

Parlando delle altre collaborazioni del disco, Dj T-Robb…
Dj T-Robb è uno dei più grandi in Italia, nonché quello che accompagna in tour di Murubutu. Anche lui è un amico, ho avuto modo di conoscerlo prima del disco ed è stato sia rapidissimo – mi ha mandato gli scratch dopo un giorno o due -, sia abile nel capire quello che avevo in mente: campionare questo spezzone di una televendita di Giorgio Mastrota e tagliarlo per creare questo effetto un po’ comico, anche perché nel brano vengono citate le televendite dei materassi e quindi andava fatto questo “tributo”.

…e poi c’è Dile…
Secondo me una grandissima voce. Lui viene dal mondo di questo indie pop che in Italia si è molto diffuso con Gazzelle e personaggi del genere.
Mi piace molto la sua voce, siamo amici e mi serviva un ritornello cantato con una voce non drammatica, ma un po’ “sporca”, graffiante, quindi mi è sembrato quello più adatto. Ha cantato il ritornello di Jesse e James pur non essendo un fan dei Pokemon – infatti ho dovuto spiegargli la citazione del ritornello, il classico motto del Team Rocket quando si presentava ad Ash, il protagonista, per poi finire puntualmente sconfitti.

Abbiamo parlato delle tue collaborazioni, di Matteo Maffucci che è un tuo compagno di etichetta. Tornando al discorso su luoghi di partenza e di arrivo, su Milano la sua velocità. Entrando un po’ di più nel tuo mondo, come hai vissuto l’ingresso in One Sht Agency, l’amicizia con Murubutu? Come vedi questo primo affacciarsi al mondo della musica?
Sicuramente inizi a fare esperienze che prima potevi solo immaginare, di suonare in diverse città di Italia – che già considero un privilegio, perché vuol dire che la gente viene ad ascoltare la mia produzione intellettuale. Questo prima non era possibile, si verificava molto più di rado in Sicilia dentro realtà “locali”.
Un’altra nota che ho potuto individuare è quella dell’esperienza del live preso individualmente, ovvero cosa succede prima di un live, cosa succede dopo, cosa succede nei locali con gli organizzatori. Si potrebbe paragonare all’esperienza di una partita in trasferta per chi inizia a giocare a calcio in maniera professionale: ci sono tanti piccoli dettagli che prima non immagini, pensando solo a te sul palco, e invece inizi a capire che c’è tanta preparazione dietro.
In particolare, l’esperienza con One Shot mi ha fatto capire che nulla è dato al caso. Loro sono molto attenti all’aspetto web, social eccetera e mi hanno fatto capire che c’è tanto lavoro anche dietro dei personaggi che si manifestano solo sul web, che magari per molti sono superficiali, ma solo riuscire a creare un’economia. Un seguito sul web molto spesso non è tutto basato sul caso: c’è una grande preparazione; ho imparato ad affrontare in maniera professionale la musica, con degli orari, dei tempi, delle scadenze, confrontandomi anche con strumenti professionali e professionisti del settore. Mi è servita molto, mi ha fatto fare un upgrade.
L’esperienza con Murubutu, invece, mi ha fatto capire che questo tipo di musica ha preso vita in Italia, è uscito dalle macerie dell’underground e ha motivo di esistere. Ho visto con i miei occhi che c’è gente effettivamente appassionata al senso delle canzoni, ad emozionarsi, e non vuole percepire il rap solo come “vado in discoteca perché il trapper mi fa saltare e ballare, mi fa sentire potente”. La gente, anche ragazzi molto piccoli, vuole ancora emozionarsi. Questo mio pensiero “romantico” forse si stava spegnendo piano piano sentendo le produzioni modernissime della musica italiana, mentre l’esperienza live con Murubutu mi ha fatto ricredere, mi ha fatto capire che c’è vita in questa musica.

Internamente al disco, pensi si possa seguire, tra citazioni e riferimenti a musicisti che ti hanno ispirato, letterati, cultura nerd, territoriali, una sorta di fil rouge, di coordinate interne? Quale può essere?
Sono le informazioni che ha assimilato un ragazzo nato negli anni ’90, prima della totale diffusione dei telefoni cellulari, però ancora abbastanza giovane quando si sono diffusi da imparare a padroneggiarli. Questo fa sì che io possa sia padroneggiare l’oggetto elettronico, sia farne a meno e coltivare altri interessi che possono essere i libri, la natura stessa, il cinema, qualcosa di totalmente lontano da ogni mezzo tecnologico, i videogiochi e la nerd cultura – che poi non è totalmente digitalizzata, si parla di giochi di ruolo, di tantissime altre attività che si fanno non digitalmente.
Se invece si vuole individuare un fil rouge che leghi ogni brano, è quello del rap visto come una fonte di tematiche che definisco normali. Il mio EP precedente si chiamava Dei comuni, non so perché ho questa mania di normalizzare, razionalizzare un po’ tutto. Forse perché rende le cose più simili a me: un ragazzo comune.
Un esempio lampante è Jesse e James. È stato molto difficile portare alla vita reale i caratteri e le vite di due personaggi di una serie animata e quindi vivono secondo gli stereotipi del cattivo. Quando li porti nella realtà devono confrontarsi con quella che chiamo “gravità” anche emozionale della vita. Per esempio, sono diventati due derattizzatori, un riferimento a Pikachu, definito il Pokémon topo nella sua primissima scheda del Pokedex; ma anche il capo che accarezza il persiano [Persian è il nome di un altro Pokemon, nda]. Quel brano è anche molto personale, perché nella seconda strofa parlo del gatto che viene investito, che è una cosa che un po’ ho vissuto. Mi sono chiesto fino a quanto possa essere drammatizzata luna cosa del genere. Se ti vedono col broncio ti chiedono di solito se ti è morto il gatto, proprio perché la morte di un animale domestico è qualcosa che si supera in breve. Ho vissuto la storia del gatto investito e l’ho collegato alla storia di Jesse e James che agivano con Meowth, questo gatto parlante.
Questo è un esempio di fil rouge nel disco, ovvero prendere tantissimi elementi da mondi fantastici, oppure – come Murakami – , usare il gatto come medium per parlare di altro: prendere elementi che normalmente non fanno parte della descrizione della vita attraverso il rap e renderli un presupposto per parlare della vita.

In conclusione, hai già in mente quali saranno i prossimi step, i prossimi obiettivi?
Ancora non ci ho pensato, mi godo il disco. Sicuramente vorrò produrre un EP entro il 2020. Sono di quelli che seguono la teoria di battere il ferro finché è caldo.
Non mi dimenticherò certo di questo disco, di cui forse farò un’edizione deluxe come fanno tutti, magari in concomitanza con la stampa delle copie fisice e aggiungendo qualche brano extra.
Queste saranno le produzioni più vicine nel futuro, più avanti credo che farò uscire qualcosa di nuovo in cui la parola è sempre protagonista, magari con un sound diverso. Mi piace variare sempre il sound tra un progetto e un altro.
Ultimamente mi sto appassionando al flamenco, quindi chissà, magari farò un ep in cui le parole saranno impreziosite da strumentali che citano quel mondo e quel sound. Potrei chiamarlo Flow-menco.

E nel resto della tua vita, con la puzza di laurea addosso?
Nel resto della mia vita mi basta laurearmi, dedicarmi un po’ alla scrittura, e al riposo – che manca da tempo -, a me stesso. Poi magari continuare gli studi specializzandomi o facendo un master, oppure affacciandomi al mondo del lavoro tenendo largo spazio per la musica che è stata limitata fino ad ora dalla mia vita da persona “comune”.

Senza che ce ne accorgessimo abbiamo passato un’ora a parlare, mentre si sta facendo ora di cena. Scendo con lui e gli do un passaggio in macchina, felice che quello che temevo si trasformasse in un interrogatorio si sia rivelata una bella chiacchierata come tante altre che abbiamo fatto e faremo.