I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

L’ultima casa accogliente, nuova emozione discografica degli Zen Circus, uscita a novembre scorso. Nove brani inediti, la registrazione avrebbe dovuto essere fatta negli USA, per la pandemia il viaggio è stato rinviato. Nell’album c’è il corpo, il tempio in cui ripararsi, c’è una nuova ritmica in cui orientarsi. A rispondere alle nostre domande con le sue bacchette c’è Karim Qqru, il batterista dei The Zen Circus, con cui è veramente sempre piacevole chiacchierare, buona lettura.

Ciao ragazzi, bentornati di cuore e felice di farvi una nuova intervista! Un album che celebra l’accoglienza del corpo come un tempio, si parte dai polmoni, veniamo al mondo con un inspiro e lo lasciamo con un espiro, Catrame parte subito parlando di tumore, dal citare la prima disgregazione del corpo col concetto malattia. Credo sia la prima volta che ci sia un filo rosso così evidente che lega i vostri brani in un album, è così?
Ciao, è sempre un piacere 🙂 Sì, hai ragione, questo fil-rouge è oggettivo e tocca in modo massiccio il grosso dei brani dell’album. Il tratto curioso è che non è stata una decisione presa in modo cosciente, quanto più un rendersi conto di questa coesione tematica a giochi già fatti, con l’inchiostro seccato da tempo sui fogli. Il tema del corpo come prigione/tempio o simbolo della caducità della vita (ma visto anche come la proiezione di due corpi che si fondono, scopando o facendo l’amore) era presente in maniera così forte nei testi da portarci a mettere la dicotomia corpo/ultima casa accogliente come asse portante del disco.

C’è un altro aspetto generale che mi sembra di aver colto dal disco, il senso del tempo, legato al cambiamento, alla crescita. Appesi alla luna è una canzone che aspettavo da tempo da voi, dopo tante visioni incentrate su sé, qui emerge finalmente una nuova visione, l’annullamento dell’io “Ah, guarda quanta gente, perché mai dovresti esser tu importante?” Mi sembra un bel passo avanti, me ne parlate?
Lo scorrere del tempo e la sua ineluttabilità è una delle nostre ossessioni. Il testo di Appesi alla luna nasce durante un viaggio solitario e malinconico di Andrea a Lisbona e si incentra su un concetto di solitudine più esteso e cosmico, slegato dalle problematiche di una classica relazione a due o dalla dipendenza nei confronti di qualcuno. È una solitudine vista dall’alto, universale, definitiva. Teniamo molto a questa canzone, ed il suo essere diventata per il nostro pubblico una sorta di instant classic della nostra discografia ci ha reso davvero molto felici.

Musicalmente l’impianto sonoro pare seguire un vostro consolidato modo di far musica, il cambiamento è nella maggiore pulizia negli arrangiamenti, un senso delle ritmiche molto marcato e diversi rimandi ad uno stile anni 70. Dopo tanti anni insieme emerge il vostro essere sempre molto coesi, come vivete i rinnovamenti personali e musicali ed il prendere ossigeno per portare sempre linfa nuova al gruppo?
L’ultima casa accogliente a livello strumentale è il disco più a “briglia sciolta” della nostra storia, sicuramente il meno quadrato ed il più “progressivo” e dilatato a livello ritmico ed armonico… ma anche il più suonato: no editing, nessuna quantizzazione e nessuno strumento messo in griglia. Più passa il tempo e più abbiamo voglia di suonare insieme, studiare, provare arrangiamenti e divertirci in studio di registrazione; viviamo benissimo lo scrivere ed il registrare musica, forse questo è il nostro ossigeno.

Bestia rara credo sia l’episodio musicale che più si stacca dal resto, una narrazione diretta e brutale ricorda un po’ il neorealismo di “Amore Tossico” film di Caligari. Di chi è la voce femminile all’interno del brano?
La voce è tratta da Storia di Filomena e Antonio, un bellissimo documentario di Antonello Branca (girato nel 1976) che pone la lente di ingrandimento su una fetta del proletariato e del sottoproletariato meneghino durante quel fenomeno sociale devastante che fu l’esplosione dell’eroina nella seconda metà degli anni 70. Il regista usa la tossicodipendenza come mezzo per raccontare la storia di due esistenze sperdute nella grande città, ma anche l’emigrazione, il patriarcato ed il sessismo vissuti da Filomena nella prima parte della sua esistenza. Credo che Claudio Caligari conoscesse il lavoro di Branca, sicuramente uno dei documentaristi col piglio più “verista” e “neorealista” presenti in Italia.

“Non” è l’aspetto corpo emozioni, c’è il dramma delle cicatrici dei dolori ancora presenti con forza, ma c’è uno spazio di luce, il potere del corpo che diventa salvifico se incontra un altro corpo; assieme a “L’ultima casa accogliente ” le leggo come un’evoluzione di “Catene”, dall’amore immaginato all’amore che si inizia a riconoscere, è corretta come lettura?
Non è sicuramente uno dei testi più “privati” ed emotivi di Andrea (e, opinione personale, uno dei suoi più belli). Può sembrare una canzone che narra la relazione, i rapporti e l’amore (cosa che succede ne L’ultima casa accogliente) ma, in realtà, racchiude un’autoanalisi spietata e dolorosa.

La mia preferita al momento è Cattivo ha il sound di una colonna sonora, (ci trovo un impianto “classico” e dei riverberi dei grupponi anni 70) mi parlate della struttura musicale di questo brano?
Cattivo è uno dei brani che ha avuto la lavorazione più lunga. Già dall’intensa pre-produzione di due settimane svoltasi a febbraio, dove lo abbiamo fatto passare attraverso vari arrangiamenti, soluzioni ritmiche ed interpretazioni. Per un periodo ha rischiato di finire fuori dal lotto dei brani da registrare, ma, durante il lockdown (che ci ha permesso di suonare i pezzi in casa ad libitum) abbiamo trovato la “chiave di volta” e la canzone ha preso una via nuova, con un’amalgama tra strofa, bridge e ritornello basata su un rimbalzo costante tra ottavi e sedicesimi.

È il vostro undicesimo album, qual è la canzone più scura e quale la più chiara nell’ambito di tutta la vostra carriera?
La canzone più chiara, leggera e “sbarazzina” è sicuramente Il mondo come lo vorrei. Trovare quella più scura è una missione più ardua, a causa della vasta scelta non riesco ad identificarne una sola: nel mazzo ci finiscono Fino a spaccarti due o tre denti, Albero di Tiglio, Andrà tutto bene, Catene e Non.

Photo © Magliocchetti