R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Band di difficile inquadramento i Melvins, nati nel 1983 ad Aberdeen, come gruppo hardcore punk, evoluto poi in sludge metal; la loro continua voglia di sperimentazione e il marcato senso dell’umorismo ne ha fatto un punto di riferimento negli anni ’90 per gruppi grunge come i Nirvana e i Soundgarden, soprattutto per l’accordatura in Drop D della chitarra di cui Osborne è stato un pioniere. Leggenda narra che sia stato proprio lui a presentare Dave Grohl a Cobain dopo lo scioglimento degli Scream. Mai entrati nell’Olimpo mainstream, sono considerati quasi una band di nicchia, sebbene tra le più prolifiche della storia con tantissimi live alle spalle e oltre quaranta album, tra quelli dal vivo, in studio e compilation varie. Nel mezzo continui cambi di line up e progetti paralleli. Working with God, pubblicato lo scorso febbraio con la casa discografica del compagno di merende Patton, ci riporta alla formazione del 1983 con King Buzzo Osborne alla voce e chitarra, Dale Crover al basso e Mike Dillard alla batteria: tredici tracce in tutto che confermano la vena dissacrante del gruppo statunitense, noto per i testi coloriti (per non dire farciti di volgarità varie). Con la delicatezza e la grazia di un ippopotamo aprono l’album alla loro maniera, fregandosene di tutto, con una versione rimaneggiata di un vecchio classico dei Beach Boys, I Get Around, che, per l’occasione, diventa I Fuck Around e proseguono in quella direzione per il resto dei minuti, anche con l’irriverente glamrock di Fuck You, non proprio da Accademia della Crusca…

Un suono bello distorto, quello che li contraddistingue da quasi 40 anni e che ha fatto affibbiare loro l’etichetta di “versione lenta dei Black Sabbath“: non a caso Buzzo, come Tony Iommi, si conferma un grande riff master, sia in Negative No No, che nel più veloce Bouncing Rick, brano costruito attorno a granitici power chord e assoli sporchi di chitarra. L’album scorre che è una bellezza, Caddy Daddy è godimento puro per le orecchie di noi amanti delle sei corde dai suoni cupi e distorti. La grinta è sempre quella degli esordi, provate ad ascoltare Boy Mike, con un basso che ti pulsa in pancia manco avessi un aneurisma pronto a scoppiare, la batteria che fa tremare le pareti di casa come un treno in corsa e una chitarra ritmica che ti pettina i capelli (se non li hai come Buzzo). Questi signori ancora oggi farebbero mangiare il fumo a nomi ben più altisonanti, eppure nella loro carriera non sono mai scesi a compromessi anche quando ha significato gettare nel cesso contratti con tanti, ma veramente tanti zero.
Amplificatori che pestano di brutto in Hot Fish con un sound da sega circolare in un capannone di periferia, e ritmi decisamente più sostenuti in Hund: se avete una bella chioma fluente è il pezzo giusto per scatenarsi con l’headbanging e il pogo selvaggio. Chiude Good Night Sweetheart, gioco inquietante di voci, come nei migliori film horror prima che compaia il serial killer assetato di sangue.
In una scala da 1 a 10 darei 11 a Working with God: viviamo tempi strani, cari lettori, e se dovessi portare con me su un’ipotetica arca di Noè un Lp, porterei proprio questo, se non altro come antidepressivo…

Tracklist:
01. I Fuck Around
02. Negative No No
03. Bouncing Rick
04. Caddy Daddy
05. 1 Brian, The Horse Faced-Goon
06. 1 Brian, The Horse Faced-Goon
07. Boy Mike
08. 1 Fuck You
09. Fuck You
10. The Great Good Place
11. Hot Fish
12. Hund
13. Good Night Sweetheart