I N T E R V I S T A


Articolo e immagini di Claudia Losini

Incontro Hugo Race prima del live al Blah Blah di Torino, il 26 maggio. Lui, insieme ai Fatalists, sta concludendo in questi giorni il tour che l’ha portato, dopo 2 anni, a girare l’Italia. Si avvicina con caffè e una fetta di crostata, ci sediamo e cominciamo a chiacchierare di come sia andato il concerto della sera precedente a Milano, con un pubblico molto caloroso. Parliamo dell’Italia, delle piccole differenze che si possono notare tra il pubblico proveniente dalle varie regioni e città, e del fatto che ogni luogo abbia una sua caratteristica da rivendicare e con cui abbellirsi. Mi racconta dell’Australia, delle sue distanze enormi e delle relative complessità nell’organizzare i tour che si svolgono nelle principali città, arrivando poi al ritmo lento, naturale, siciliano.
Ho sempre avuto una deferenza nei confronti degli artisti di alto livello e calibro, ma Hugo mi mette a mio agio, è una persona allo stesso tempo affascinante, umile e accomodante. Comincio con il chiedergli come mai abbia proprio deciso di trasferirsi in Sicilia, tra tutti i luoghi…

Mi sono spostato dall’Australia nell’89, prima a Londra poi a Berlino e da lì ho fatto numerosi viaggi in Italia. Il primo è stato in una fattoria in Toscana ed è stato bellissimo, me ne sono innamorato. Sono tornato a Berlino ma poco dopo sono tornato per periodi sempre più lunghi, sia in Toscana che a Bologna, ho conosciuto nuovi amici a Catania e mi sono trasferito lì per registrare qualche progetto. Ho visto la Sicilia, la sua bellezza, la sua magia e mi sono fermato per alcuni anni. Necessitavo di un punto di appoggio, non l’ho scelto per cambiare vita, essendo sempre comunque in giro per il mondo. Anche a Berlino era così, avevo bisogno di un punto di riferimento. Ora faccio la spola tra Australia e Italia, ho una base a Firenze.
La Sicilia è una terra particolare, ha una luce, un profumo e una magia fortissimi, un senso di antichità che è rimasto immutato e, ogni volta, si ha la forte sensazione di tornare indietro nel tempo. Il mio sogno sarebbe girare il mondo per le produzioni e poi tornare in Sicilia, alla mia base.

Quando ho ascoltato Once upon a time in Italy ho avuto una sensazione molto strana, è come se nella creazione delle canzoni avessi unito panorami desertici americani, immagini western, colonne sonore di Morricone e Sicilia, tutto insieme. Si percepisce il calore, si ha la sensazione di essere in un luogo assolato ad ascoltare storie in un bar. Cosa ti ha ispirato nella scrittura?
Questi due anni di pandemia sono stati molto difficili, mi mancava l’ispirazione, il che è un fatto molto strano per me. Però volevo fare un disco con i Fatalists: ho sperimentato molto e, poco a poco è uscita questa visione cinematografica, nella quale ci vedo non solo la Sicilia, ma anche la Puglia, la Calabria, Roma e le nebbiose città del nord. Probabilmente la mancanza di libertà ha amplificato le immagini che avevo già di questi luoghi. Il disco è nato da visioni e ho dovuto costruire la struttura narrativa e musicale su di esse: è stato più complesso perché non ero fisicamente in sala insieme agli altri ragazzi. Alcuni dicono che questo album, in confronto ad altri con i Fatalist, sia musicalmente più semplice e penso sia perché ho scritto non tanto con l’occhio del cantautore quanto con quello del regista, dove ogni canzone diventa un capitolo della narrazione. Ovviamente non si parla solo di Italia in quanto luogo fisico, l’Italia qui è una metafora di una cultura pre pandemica, di un modo di vivere che avevamo prima di questi due anni. Per esempio la canzone Mafia è il racconto di una sequenza di sogni paranoici che ho avuto durante il lockdown e queste scene, come per esempio l’immagine del furto di identità del telefonino, mi ricordavano la sensazione di ricatto, di costrizione dovuta a qualcuno o qualcosa che non conosci e non capisci, quasi se vivessi in un luogo permeato dalla mafia. La mafia diventa quindi una metafora di quella precisa sensazione.

E Once upon a time in Italy, Il brano?
Quella è una canzone apparentemente scritta per raccontare un amore tra un uomo e una donna, ma è più un amore per una cultura, per uno spacetime italiano in senso romantico. È un romanticismo che fa convivere la grandiosità e la maestosità con il decadimento e lo scorrere del tempo.

Una sensazione che ho provato andando in Sicilia, la convivenza tra bellezza e decadenza. A tal proposito, rimanendo in in questa terra, hai scritto anche una canzone che si chiama San Leone, che è un paesino proprio vicino ad Agrigento. Quello che racconti mi è piaciuto molto, la storia di questo giocatore di carte sembra narrata dagli anziani del paese e tramandata negli anni.
Io avevo una casa in campagna fuori Agrigento, che ci era stata consigliata per me e la mia famiglia dall’”amico di un amico di un amico”, eravamo soliti andare lì e ospitavamo spesso giocatori di carte. La trama ovviamente è una mia invenzione, come la fuga e la storia in sé, ma l’ispirazione arriva da quel luogo, che mi ha provocato queste visioni un po’ surreali. La Sicilia e il sud in generale ha un che di magico, si può assistere a scene che in altri casi si possono solo immaginare. Tutte le scene che ho raccolto, prese a sé stanti non hanno un significato particolare, sono all’apparenza solo piccoli sogni, ma lo hanno acquistato nel momento in cui ho avuto modo di unirle insieme, con una visione più ampia per la creazione del disco. È stato un processo lungo di modellazione e costruzione della forma canzone partendo da singoli fotogrammi, ma è stato anche grazie al tempo a disposizione che, io e i Fatalists, abbiamo avuto modo migliorare e perfezionare il suono e i testi. Ho avuto il lusso di potermi dedicare interamente al disco, nato per passare il tempo durante il lockdown e come modo di uscire dalla mancanza di ispirazione e di spirito creativo che permeava quel periodo.

In effetti in tanti hanno subito questo contraccolpo di perdita di creatività e ispirazione, quasi come se fosse tutto spento e sbiadito.
Assolutamente, perché, soprattutto noi artisti, siamo stati costretti a domandarci quale fosse la reale utilità di ciò che facciamo, senza un obiettivo temporale, un goal da perseguire. Ci si chiede sempre che senso ha il nostro lavoro, per chi e perché lo facciamo, durante il lockdown questa sensazione si è amplificata, si percepiva un senso di inutilità generale, perché stavamo tutti attraversando un periodo nuovo e sconosciuto, senza sapere quando e come sarebbe finito. Ma la verità è che in questi momento l’arte diventa più significativa che mai, è in queste situazioni che bisogna lottare contro le tendenze negative della mente. Ora tutto sta pian piano migliorando, io sono arrivato in Italia il 1 aprile e si sentiva ancora la pesantezza psicologica sulle persone, in strada, l’incertezza. In questi due mesi ho visto un cambiamento anche di attitudine nelle persone, c’è più gioia, si ha la sensazione di tornare a una vita normale. Mi sento un osservatore di un momento molto importante e particolare della vita della gente che sta intorno a me.

A tal proposito, per due anni in Italia c’è stato un grande dibattito sulla grave perdita che ha subito la musica dal vivo, uno dei settori più colpiti. Adesso, che stiamo pian piano tornando alla normalità, come reagiscono le persone che vengono ai live? Hanno più voglia di sfogarsi e ritrovarsi sotto al palco?
Sì, sicuramente, ma ho sentito anche tanta esitazione, perché tutti noi abbiamo vissuto questa delusione: ci si aspetta un cambiamento che non arriva, oppure si esce e ci si ammala, quindi è un costante senso di insicurezza. Ma ho notato durante i nostri concerti che c’è un istante in cui le persone cambiano, si rilassano, magari ci vogliono 40 minuti ma poi si capisce che può essere ancora come ai vecchi tempi, che la condivisione della musica con gli artisti e con gli amici è un momento prezioso, ci si ricorda del grande valore che ha e di quanto ci sia mancato. È una cosa molto bella, sono molto felice di poter vivere questi momenti: le persone in Australia prima che partissi mi chiedevano perché lo stessi facendo, se non avevo timori, visto che avrei visto tantissime persone in questo periodo. Io sono molto istintivo, prendo le decisioni a modo mio, basandomi sul fiuto e avevo la sensazione che sarebbe stato il momento giusto e che tutto sarebbe andato per il meglio: questi sono i nostri ultimi concerti, domenica terminiamo il tour ed è andato tutto benissimo. Se fossi stato timoroso o restio non l’avrei fatto, ma ogni tanto ci vuole un po’ di coraggio per seguire la propria intuizione, andare avanti e dire “vaffanculo, fuck off everything”, la vita altrimenti sarebbe troppo noiosa.

Qualche ora dopo mi trovo ad ascoltare Hugo Race suonare, circondata da vecchie conoscenze e nuovi amici conosciuti proprio sotto il palco. E, dopo 40 minuti circa, posso dirvi che Hugo aveva ragione: tutti ci siamo rilassati. È come prima, è meglio di prima. Brindiamo alla vita e fuck off everything!