R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Pervenuto già ad otto uscite discografiche in veste di titolare il giovine (appena trentaduenne) solista norvegese, si attesta quale cultore d’eccellenza del tradizionale violino multicorde Hardanger (già accreditato da una stratificata, plurisecolare letteratura e che tra gli alfieri oggi può vantare sperimentati talenti quali Nils Økland o Benedicte Maurseth).
La nuova esperienza in solo s’annuncia di speciale interesse, nel presente caso fruendo delle peculiare fisionomia ambientale del Mausoleo Emanuel Vigeland di Oslo – non unico in ciò se ne abbiamo già rilevato l’opzione ad opera anche di confratelli quali Frode Haltli, Maja S.K. Ratkje o Ingar Zach (in solo o con il quartetto Dans les Arbres) – esaltando i caratteri della registrazione con curiosi quanto funzionali artefatti quali il rumore dei passi o più impetuosa effettistica fisica.
Ma diremmo che la “materia musicale” venga esposta (ed onorata) quasi in medias res con un attacco deciso, atto a disvelare con pienezza la timbrica argentea e la caleidoscopica gamma sonora del versatile strumento, le cui trame e sottotrame acustiche sono letteralmente magnificate dalle riverberazioni d’ambiente, di possanza a tratti quasi magica.

Aeriforme moto ondoso per l’introduttiva Ly, già pienamente graziata dai tratti suddetti e nella cui intensa quanto rasserenante estensione siamo colti dalla curiosa sensazione di un transito labirintico all’inverso, cioè di una liberazione dei moti dell’animo.
Perfino una frusciante ambienza e vigorosi colpi sul pavimento contribuisco alla cornice sonora per la concisa ma intensa Fall, abitata da un pizzicato sapido e intenso. L’eolica sonorità di contorno sconfina a legante tra una successione di brevi passaggi, quali l’ipnotica e sfuggente Skuggespel, quasi un ansante volo da colibrì, o l’ardita e scultorea Framand, dalle frenesie percussive e metallescenti, di nuovo introdotte da imperiose sortite di effettistica corporea, quindi uno stemperarsi delle tensioni nella fisionomia certamente più acquea della sensibile Speglingar.
Un delicato e raccolto macramé, descrittivo delle dimensioni del bianco nell’introvertita e spontanea Bestemor Bremen; primigenio stupore condensa il senso della vertigine in Palmyra; incantatoria ancestralità in Til eit Astrup-bilete, nelle cui grezze trame si potrà cogliere un’atipica dimensione cullante. Quiete abissale nell’oceanica contemplazione in Gravsong, succeduta da un ultimo passaggio non troppo differente in spirito (Ettertid), ma connotato da textures di ulteriore sottigliezza e spiritato impressionismo, lasciando in coda una sorta di cliff-hanger che non sazia del tutto un ascolto reso avido dal grande fascino della diversificata e poco prevedibile performance.
Negli ingredienti del presente lavoro non enfatizzeremmo più di tanto il peso idiomatico delle matrici folk, pur dichiarate e riconoscibili ma certamente trascese a favore di un’espressione libera e ben svincolata dal canone (e, rimanendo sul talento solistico del Nostro, dirotteremmo in tal senso sul coevo album Slåttesong, ove lo Hardanger solo accompagna la vocalità di Margit Myhr, duale collaborazione in cui i solisti norvegesi enunciano – e palesano – un franco tributo a materiali (e retaggi) tradizionali. (E, pur non avendo stretta attinenza con nessuna delle due registrazioni, s’autorizzerà una riflessione a latere (quantunque un po’ sterile) sulle ben differenti modalità con cui in molti ed attuali casi venga tuttora vissuto e gestito, nelle forme sia popolaresche che aperte al pop, buona parte del nostro folklore).

Qualche ulteriore spunto potrebbe sortire da uno studio sulla scelta del titolo, derivante dal locale termine “nova” che indica la cima di una montagna o gli angoli che legano insieme le case di legno in cui si vive nell’estremo Nord, ma designa anche piccole entità luminose  brevemente visibili nel cielo notturno, note in antiche culture come quella cinese. Secondo Apneseth: “è un titolo che copre i diversi aspetti dell’album: il suono della stanza conferisce al tutto un carattere quasi cosmico, la sensazione di essere levitati o in un’altra sfera; per me è prima di tutto un simbolo dell’essere umano”.
E puntualizzando sulle specificità della scelta dell’instumentarium: “Il violino Hardanger è tradizionalmente uno strumento solistico; per me, una delle cose più affascinanti dello strumento è la sua capacità di riempire un’intera stanza di suono da sola. Anche se negli ultimi anni ho lavorato in un universo elettroacustico, non ho mai abbandonato l’approccio acustico allo Hardanger, e ora sentivo che era giunto il momento di fare di nuovo qualcosa da solo”.

La maturità attinta dal musicista viene capitalizzata entro un luminoso spirito di condivisione e non poco da connotazioni “magiche”, che correttamente intese e fruite riuscirebbero salutari per il potenziale immaginativo e l’ecologia della mente; e proprio un dialettico e creativo rapporto con la “luce” dell’interiorità sembra da collocare tra i moventi di un coinvolgente programma, attraversato da eleganza naturale – quantunque “naturalezza dell’eleganza” suonerebbe più consono ed efficace.

Erlend Apneseth: Hardanger

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Tracklist:
01. Ly (5:36)
02. Fall (2:08)
03. Skuggespel (2:57)
04. Framand (1:22)
05. Speglingar (3:09)
06. Bestemor Bremen (1:05)
07. Palmyra (2:16)
08. Til eit Astrup-bilete (2:31)
09. Gravsong (2:50)
10. Ettertid (3:48)