A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Inizia con un incontro presso il Circolo dei Lettori, nel castello di Novara, il secondo weekend di Novara Jazz – XX edizione, con la presentazione del libro di Jeroen De Valk dedicato a Chet Baker (Ed. EDT). Il volume curato da Francesco Martinelli, presente all’incontro/dialogo con Gianni Lucini, sembra dire parole definitive su una figura del jazz molto nota e molto amata anche in Italia, anche per il suo prolungato soggiorno nel nostro paese e non privo di qualche disavventura (come i 18 mesi passati in carcere per uso di sostanze stupefacenti). Ma, come ricordato da Martinelli, la figura di Chet come prototipo dell’artista maledetto è piuttosto lontana dalla realtà. Un festival anche fatto, quindi, non solo di “jazz suonato” e tuttavia la musica incombe e sul “main stage” del cortile del Broletto irrompe la Erios Junior Jazz Orchestra-Act 1, con i Boogiesti Anonimi.

Segue poi il concerto principale, ovvero EABS meets Jaubi, progetto nato dall’incontro di due gruppi, uno polacco e uno pakistano, che hanno prodotto quest’anno un originale lavoro dal titolo significativo: In Search of Better Tomorrow. Spesso ho fatto ricorso alla famosa definizione della bellezza di Isidore Ducasse, conte di Lautrémont, “Bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire con un ombrello su un tavolo da anatomico”, per cercare di dare l’idea del fascino del jazz e, la formula della bellezza proposta dal grande poeta, sembra qui quantomai necessaria. Va tuttavia notato che, benché provenienti da culture assai diverse, le sonorità degli EABS e di Jaubi sembrano prendere origine da una volontà comune, quella di andare oltre qualsiasi barriera per trasformare le differenze da difficoltà in opportunità. A me pare però che a “volteggiar nell’aere” siano più le sonorità pakistane sostenute dall’inimitabile suono del sarangi (sorta di chitarra a 12 corde) di Zhoaib Hassan Khan e a far girare l’ago della bussola verso l’Occidente siano soprattutto le magnetiche bordate del sax di Olaf Węgier. Completano la formazione Marek Pędziwiatr al piano e tastiere, Marcin Rak alla batteria, Pawel Stachowiak al basso, Jakub Kurek alla tromba e, dall’altra parte (quella pakistana) Kashif Ali Dhani, alla tabla e voce.

Indubbiamente i ritmi esotici hanno un impatto predominante su sonorità per noi più consuete, ma di fatto il concerto è un’amalgama quasi perfetto di tante suggestioni che noi continuiamo a chiamare jazz come punto di riferimento generale, uno “spiritual jazz” dagli originalissimi connotati. Per restare in ambito di topografie reali, anche il nuovo orientamento del palco (nord/sud) rispetto alle precedenti edizioni, sembra una scelta azzeccata e meno dispersiva per chi ascolta, tutto ciò realizzato grazie ad uno staff, e non sono i soliti ringraziamenti di rito, che riesce nell’impresa quasi miracolosa, di allestire set e poi spostarli da un punto all’altro della città a velocità supersonica, considerando il programma molto serrato del festival con decine e decine di musicisti in luoghi quasi tutti diversi tra loro. In chiusura di serata il dj set di Gas che ha animato la festa con i suoi dischi in vinile. Raccogliamo quindi le forze e prepariamoci ad un nuovo, intensissimo lungo week end.

Il venerdì inizia al Museo di Storia Naturale Faraggiana Ferrandi. Grazie al “Bando creatività contemporanea”, su un’idea di Corrado Beldì, arriva a Novara nel giardino di Palazzo Faraggiana un’opera di Francesco Simeti, dal titolo “Congetture” ispirata a un quadro dell’esploratore Guido Boggiani che ritrae il “Pan di Zucchero”. Simeti ha realizzato  un enorme fondale su pannelli che copre una parte del muro ammalorato della parete sud del giardino del palazzo, con motivi vegetali e animali di notevole suggestione, in consonanza con quanto contiene il museo. L’opera è stata presentata dagli organizzatori di NovaraJazz, da Davide Quadrio direttore del MAO di Torino, e dal curatore Marco Tagliafierro. Ma cosa c’entra tutto questo con il Jazz? C’entra, poiché il Festival porta con sé più di una manifestazione collaterale come presentazioni di libri, mercatini dei vinili ecc. o, appunto, opere d’arte. Il museo è da tempo al centro dell’interesse degli organizzatori che ne hanno già fatto la location per set jazzistici, ma anche per presentazioni di libri sull’argomento, un vecchio pallino di Corrado Beldì che vorrebbe trasformare il museo in un vero polo pluriculturale.

A dargli ragione c’è oggi la straordinaria performance di un vibrafonista come Pasquale Mirra che di geografie (musicali e mentali) se ne intende parecchio e infatti la sua suite-viaggio con variazioni su temi dati, entusiasma e non poco il folto pubblico presente. Non si può disgiungere la sua capacità di compositore da quella di sperimentatore, il che fa sì che il vibrafono diventi una band intera con il giusto equilibrio, cosa non semplice, tra strumento e oggettistica, tra i quali lascia di stucco la possibilità ritmica di un sacchetto di tappi di plastica magistralmente percossi. Compositore sopraffino e improvvisatore raffinato, Mirra è grande un creatore di geometrie musicali variate, ma sempre equilibrate.

Dopo il consueto concerto delle diciannove, sul palco del Broletto ecco l’ora della imponente Flat Earth Society Orchestra, quattordici elementi che, più che un concerto jazz, sembrano mettere insieme una immaginifica colonna sonora. Guidati dal loro fondatore Peter Vermeersch si sono molto divertiti a spiazzare il pubblico con continui cambi di registro e di ambienti musicali, dove il jazz entrava ed usciva come da una porta girevole di un hotel. Ma insieme al jazz entravano ed uscivano rock, classica, contemporanea ed altri generi e sottogeneri, appena suggeriti o ironicamente interpretati. Magnifico il brano “de costruito” che parte con la voce piena dell’orchestra e finisce con una sola nota ripetuta (quasi) all’infinito, una sorta di “reductio ad unum” di un tema musicale. Non tanto una lezione musicale con Vermeersch nella veste di docente, bensì una lezione in musica scanzonata e divertente. Il secondo concerto della serata porta sul palco un interessante techno-trio ovvero TUN Torino Unlimited Noise. Musica techno-logica non troppo disturbante, viste le premesse insite nel nome del gruppo che, invece, crea atmosfere sospese punteggiate da inserti del sax di Gianni Denitto. Si finisce con la festa degli universitari con il consueto Dj-set, ma quella è tutta un’altra musica…

Foto © Emanuele Meschini


One response to “NovaraJazz – Edizione XX – Chet Baker, EABS meets Jaubi, Francesco Simeti, Pasquale Mirra, Flat Earth Society e TUN”

  1. […] il palcoscenico ideale per installazioni site specific, come già è stato per l’opera di Francesco Simeti nel giugno scorso in occasione del NovaraJazz […]

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