R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

È veramente raro poter ascoltare una voce così bella come quella della cantante albanese Elina Duni. Una voce pura, luminosa, che sa adombrarsi quando è necessario e che non forza mai, non s’arrocca in gola a difesa delle vocali né la si sente mai sporgersi sopra le righe. Finalmente, direi, una voce naturale. Capita frequentemente di trovare cantanti che se in un primo momento abbagliano con i loro artifici tecnici, finiscono poi per diventare, a lungo termine, stucchevoli e fastidiosi. Invece la Duni si potrebbe ascoltarla ad libitum per ore intere, senza stancarsi mai. Come avevamo già rilevato commentando qui su Off Topic il precedente lavoro Lost Ships (2020), non potremmo definire la Duni come una vera e propria cantante jazz ma piuttosto un’artista che può esprimersi in diversi linguaggi e differenti stili, passando con noncuranza e semplicità dal jazz al folk e al pop. Prediligendo i toni malinconici, mirando ad un’efficienza sintropica che riesca a dare evidenza alla visibilità delle emozioni, rendendole tangibili e condivisibili, la Duni fa onore al senso dell’Arte riuscendo a comunicare i suoi sentimenti con disarmante semplicità. La persistente collaborazione con gli stessi musicisti che l’avevano in precedenza già affiancata nel lavoro del 2020, non ha fatto altro che rinforzare il senso d’intesa e l’inconscia interazione tra tutti gli elementi del gruppo. Possiamo veramente sottolineare, quindi, come il nuovo A Time to Remember – quinto disco edito per ECM e nona uscita come titolare navighi il suo tempo senza che la musica mostri segni d’invecchiamento, anzi, a voler ben vedere mi è sembrato che questo album sia salito di qualità e di non pochi gradini, rispetto al già buono Lost Ships. Il merito, oltre che alle già citate qualità canore della Duni, va anche alla scelta dei brani proposti, alcuni firmati dalla Duni stessa in coppia col chitarrista Rob Luft, altri suddivisi più o meno tra standard e traditional. Il tema attorno a cui ruota il nuovo album sembra essere quello della canzone, con un’attenzione particolare all’arrangiamento che si serve in gran parte di metodiche attingenti al linguaggio del jazz. Il vero nucleo di questa musica, quindi, non è tanto e solo la canzone in sé, quanto l’anello di congiunzione con il modo di proporla, cioè il legame tra motivo melodico e la modalità strumentale proposta, appunto prevalentemente in chiave folk-jazz.

C’è poi da considerare che le basi ispiranti di quest’opera si sono abbozzate durante una permanenza della Duni e di Luft in Egitto, nella penisola del Sinai, quindi con l’apporto suggestivo e panoramico del deserto e del Mar Rosso. Tutto questo ha probabilmente riempito la loro musica di immagini e figurazioni mentali che alle volte sembrano arrivarci telepaticamente, sull’onda emotiva delle melodie. La formazione di questo quartetto che vede la Duni al centro del sistema, prevede la chitarra di Rob Luft, il flicorno di Matthieu Michel e Fred Thomas al piano e alle percussioni.

Evasion è il primo brano che incontriamo sfogliando le pagine musicali di questo album. La lingua francese, con la sua fonesi così musicale di per sé, è il territorio testuale della canzone i cui versi sono della poetessa belga-israeliana Esther Granek, una donna che ha vissuto sulla propria pelle l’oltraggio razziale durante il nazismo e che ha conosciuto il campo di concentramento. Le parole di questa canzone alludono all’immensità del mare e del deserto, l’uno che si allarga nel mondo esterno, l’altro che si espande interiormente. A mezza strada tra tutto ciò resta “…la statua di carne e il cuore di legno” come allegoria della stessa Granek. Accompagnamento lineare di chitarra e poche note indicative del pianoforte bastano per sostenere il canto melodioso della Duni. Il soffio del flicorno accentua il senso del respiro e degli orizzonti, distendendosi in un assolo fluttuante dalle velature parecchio malinconiche. Hape Deren (=apri la porta) è un canto popolare albanese realizzato con un sostegno quasi minimo di strumenti, le percussioni e la chitarra in sottofondo e un flicorno suonato cosi sommessamente da sembrare un flauto traverso. Inutile dire che la voce soave che si riverbera nelle nostre orecchie è quasi una forma di igiene aurale e questa formazione è l’espressione più verace di come si possa far bella musica in forza di pochi elementi senza peraltro diventare minimalisti. Molto bello e aggraziato l’assolo di chitarra, con l’aiuto di Thomas che fa letteralmente cantare la sua macchina percussiva. A Time to Remember è composta dalla coppia, in arte e nella vita, Duni-Luft. La cantante passa con naturalezza dall’albanese alla lingua inglese in un brano di altissima qualità musicale. Qualche effetto elettronico molto discreto all’inizio, l’incrocio chitarra-piano e la melodia svolta in perfetta intonazione dalla Duni che in certi momenti mi ha fatto venire in mente il modo di articolare le sillabe di Tracey Thorn. In effetti la struttura della canzone non è così lontana dalla modalità quasi jazzistica che avevano i primi Everything But The Girl, quelli di Eden. Il flicorno mette la classica ciliegina sopra ad un brano scarno ed elegantissimo che sono pronto a giurare potrà facilmente entrare nel cuore di molti. Whispers of Water è anch’essa frutto dell’attività compositiva di Duni & Luft. Più articolato ma meno immediato rispetto al brano precedente, si basa su arpeggi insistiti di chitarra e di piano, quasi ad evidenziare immaginari riflessi interiorizzati in una sorta di tecnica meditativa supportata dall’ipnotico ripetersi degli strumenti. Un po’ troppo languido per i miei gusti e anche non di facile coinvolgimento, nelle intenzioni e nella resa. E Vogel è un altro traditional albanese dal tono più leggero, una canzone d’amore, d’attese e promesse future. Sempre la bella voce della Duni in evidenza in un brano dove volteggia tra i versi e che trascorre sfiorando le parole, alcune quasi mormorandole appena. Da segnalare l’assolo di Luft che già avevo descritto come talentuoso in Lost Ships. Ma sono stato un po’ di manica stretta: altro che solo talento, questo è un chitarrista eccellente e lo si evidenzia dai suoi interventi sempre cesellati al dettaglio. Torniamo nell’ambito delle composizioni Duni-Luft con Dawn, poco più che un abbozzo affidato prevalentemente all’improvvisato commento musicale e ai vocalizzi della cantante. Chitarra e percussioni, queste ultime bilanciate prevalentemente sui piatti, accompagnano un brano che ha nelle corde qualche impressione araba e che ricorda, nella dirittura del canto, il tunisino Dhafer Youssef.

First Song porta la firma di due grandi del jazz statunitense, il contrabbassista Charlie Haden e la cantante Abbey Licoln, una splendida voce e autrice, consorte del più famoso batterista Max Roach. Il testo intriso di delicate riflessioni esistenziali sembra cucito su misura per le doti della Duni e fu pubblicato originariamente nell’album della Lincoln The World is Falling Down del1990. La cantante americana ne aveva offerto in parte una versione drammatica con delle inflessioni spiritual e per altra parte un accompagnamento tra il blues e lo swing, insieme a una super formazione che comprendeva oltre alla stessa Lincoln, Charlie Haden, Clark Terry, Billy Higgins, Ron Carter, Jackie McLean ed altri nomi di rilievo. La Duni adatta il brano alle sue caratteristiche vocali offrendone un’inflessione più leggera, quasi pop e c’è la chitarra, al posto del piano, che sostituisce quest’ultimo strumento presente nella versione originale. Con Mora Testine (= ho afferrato la brocca dell’acqua) si torna al tema popolare, ripescando un canto tradizionale kosovaro. La chitarra imposta inizialmente una scala dorica dal deciso aroma medio-orientale, insaporito dal vaporoso suono del flicorno e dalle percussioni. Ormai gli schemi del gruppo si scoprono in tutte le loro possibilità, cioè pochi suoni, ben misurati, assoli non soverchianti, tutti ad avvolgersi attorno alla voce dolce della Duni, quasi un pharmakon rasserenante per gli spiriti più inquieti. Send in the Clowns è una canzone di Stephen Sondheim, uno dei più importanti compositori statunitensi del teatro musicale del’900, ed è tratta appunto dal musical A Little Night Music del 1973, a sua volta un rifacimento di un film di I.Bergman, Sorrisi di una Notte d’Estate. Questa versione è un esempio lampante di come la Duni si cali nell’ambito del pop di scuola, arrischiando il paragone con le versioni storicamente più famose di Judy Collins, Sarah Vaughan, Judi Dench, Barbara Strisand, Shirley Bassey. Un parterre di signore di tutto rispetto tra le quali la Duni fa la sua degnissima figura. Mallengjimi è una canzone del compositore albanese Rashid Krasniqi che parla della nostalgia di casa e del proprio paese natale. Un tema diffuso in tutti i continenti e in tutte le culture ma confesso che è la prima volta che sento cantare il dolore della lontananza dal Mar Adriatico. Il brano è ovviamente lento, cadenzato in una melodia vestita di quella tristezza classicamente balcanica capace di frugare a fondo tra le viscere dei sentimenti. Si emerge dall’oscura cappa della nostalgia con Sunderland della coppia Duni-Luft, in un pezzo che non si può definire propriamente solare ma che si avvicina molto a certe immagini della Joni Mitchell nei suoi momenti migliori. L’ultima traccia dell’album è I’ll be Seeing You di Sammy Fain e Irving Kahal, un brano del 1938 che faceva parte del musical Right This Way. La canzone viene risolta in un duetto tra la voce e la chitarra gentile di Rob Luft e devo dire che l’interpretazione della Duni è meravigliosa. Miglior suggello finale non ci sarebbe potuto essere.

Non c’è dubbio che il talento della Duni, ormai accertato e giustamente celebrato, sfavilli in un album parsimonioso di suoni, concentrato su quelle sonorità sufficienti a creare attorno alla cantante la giusta cornice per evidenziare al meglio le sue qualità. Non c’è rischio di un’eccessiva semplificazione perché quando il quartetto sciorina il suo lessico sappiamo che l’accompagnamento selezionato è quello che avrebbe dovuto essere, né più né meno.

Tracklist:
01. Évasion (4:19)
02. Hape Derën (4:39)
03. A Time to Remember (5:10)
04. Whispers of Water (5:53)
05. E Vogël (4:10)
06. Dawn (2:12)
07. First Song (5:26)
08. Mora Testinë (3:58)
09. Send in the Clowns (4:30)
10. Mallëngjimi (4:22)
11. Sunderland (5:14)
12. I’ll Be Seeing You (3:38)

2 responses to “Elina Duni – A Time To Remember (ECM Records, 2023)”

  1. […] fatto cenno a proposito della recensione dell’ultimo disco di Elina Duni – potete leggerla qui. Luft viene comunemente definito un chitarrista jazz e non ho dubbio alcuno che lo sia. Tuttavia […]

  2. […] – leggi qui, senza dimenticarne la presenza costante in compagnia di Elina Duni – trovate tutto qui e qui. Daniel Sommer viene definito dalle note stampa come nuovo astro nascente della scena danese […]

Rispondi a Arild Andersen / Daniel Sommer / Rob Luft – As Time Passes (April Records, 2024) – Off TopicAnnulla risposta

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere