R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’austriaco David Helbock è quasi sempre stato, per me, un enigma. Questo fin dai suoi primi lavori per piano solo, che mi hanno spesso fatto ricordare gli antefatti di Ran Blake con quel modo di suonare indubbiamente contemporaneo, non propriamente melodico, neanche in stile bopper ma nemmeno atonale o dissennatamente – lo dico con affetto – free alla Cecil Taylor. Sicuramente Helbock si muove attraverso strade assolutamente personali e questo è certamente un bene per un musicista non ancora quarantenne, tra l’altro con una cospicua discografia alle spalle. Possiamo infatti contare oltre una ventina di pubblicazioni sia solo a suo nome che con altre formazioni, tra le quali il proprio trio, altri gruppi come l’HDV trio, i Mistura o big band come Nouvelle Cuisine e altre combinazioni ancora. Austrian Syndacate è l’ultimo capitolo, per ora, e sembra quasi rivendicare con questo titolo un’orgogliosa appartenenza ad un filone di jazzisti che ha avuto in Joe Zawinul, Mathias Ruegg, Fritz Pauer e Friedrich Gulda – in realtà quest’ultimo godeva di maggior risonanza nell’ambito della musica classica – una pattuglia di musicisti vessilliferi d’un certo modo di rappresentare forme ibride di jazz. Quelle che il compositore Gunther Schuller nel 1966 chiamò Third Stream, alludendo ad una musica dai natali americani ma con inclusa una prosodica di stampo più europeo. In questo album ci si muove all’interno di in un clima tendente al jazz-rock nelle cui vene scorrono globuli rossi dello stesso Zawinul e di Herbie Hancock, arricchiti da una serie di ispirazioni eterogenee, che vanno dalla fusion di gruppi come Yellowjackets e Steps Ahead a incursioni nel mondo latino e orientale, il tutto condito con una bella dose di elettronica variopinta ed un pizzico di ironia. Forse, l’obiettivo dell’Autore, è proprio quello di offrire una seconda vita al jazz fusion, più evoluto e meno risaputo rispetto allo stile già ultra-collaudato di questi ultimi decenni, introducendo suggestioni anche etniche e un bel contributo di nuovi suoni rigogliosi. In effetti l’album vibra ricco e brillante ed è, particolare non trascurabile, scorrevole e divertente nella sua quasi completa interezza.

In Austrian Syndacate, Helbock consegna il pianoforte nelle mani di uno dei suoi maestri, quel Peter Madsen che ha nel suo curriculum partecipazioni con Stan Getz, Benny Golson, Stanley Turrentine, Chris Potter, Joe Lovano, Don Cherry ed altri jazzisti dello stesso livello. Inoltre, Hellbock – che si attiene alle tastiere, al rhodes e ai sintetizzatori – è attorniato da due musicisti, suoi rodati compagni di viaggio e ben conosciuti nell’ambiente musicale viennese come Raphael Preuschi, al basso e all’ukulele basso (!!) ed Herbert Picker alla batteria. Sostiene la ritmica anche il percussionista Claudio Spieler. Ma non finisce qui, perchè vi sono degli ospiti d’eccezione come Alex Acuña, peruviano, già nei Weather Report di Zawinul dal ’75 al ’78, la stupefacente Lakecia Benjamin al sax contralto – vedi qui una sua recente recensione – un glorioso Fred Wesley al trombone, la voce incredibile del franco-tunisino Dhafer Youssef e la cantante portoghese Maria João.

E tanto per far capire la strada imboccata con questo album, il primo brano all’appello, Money in the Pocket, è proprio di Zawinul e proviene dal suo album omonimo del 1966 ma si può rintracciare anche in una super-raccolta del 1994, The Rise & the Fall of the Third Stream. La versione proposta da Helbock & C. rispetta l’originale ma se la deve cavare con l’assenza del sax di Clifford Brown puntando su un’implacabile componente di salsa ritmica e sulla versatilità del synth. Ad un certo punto però il rallentamento incrocia un riff dall’aroma tipicamente hancockiano, pagando in pieno il tributo all’estetica d’un genere che deve molto soprattutto al pianista di Chicago. Un assolo classico alla Hancock ce lo propone anche il pianista Madsen mentre il brano va a concludere ripescando il tema originale tra un’orgia di percussioni caraibiche. Ottimo inizio, molto allegro ed energetico. Imprevedibilmente la seconda traccia, Hymn to Vienna, viene condotta dalla voce unica – chi l’ha ascoltato dal vivo non potrà altro che confermare – di Dhafer Youssef che salmodia tra gli aciduli ronzii del synth. Il pezzo ha però poco più che una valenza di un intro perché subito dopo parte The Third Man. Si tratta di uno stralunato ibrido tra rock-progressive alla King Crimson, jazz fusion e stupori medio-orientali che viaggiano, manco a dirlo, sulla voce errante di Youssef ad evocare un Maghreb piuttosto oscuro e misterioso. Tra scrittura ed ampi spazi d’improvvisazione, sempre sostenuti da un assetto ritmico d’eccezione, si muovono le tastiere elettroniche e le battute secche del pianoforte di Madsen. Con Dinde et Dindon si rientra in un ambiente esuberante classicamente funky fusion, tutto tempi stretti e svolte improvvise con punteggiature di stacchi che appaiono imprevedibilmente nel primo terzo del brano. Alla metà del percorso tutto rallenta con un’irruzione cameristica del piano e del synth, distendendo il brano in una parvenza sinfonica, se non fosse che, al posto degli archi, troviamo il suono sintetizzato ed elettronico delle tastiere. Un esempio di Third Stream, per definirla come il già citato Schuller? Ballad for Schonenbach è dedicata ad uno dei posti più idilliaci dell’Austria, un sito montano e pastorale situato nella regione del Voralberg. Evocato da un synth che imita il suono del flusso dei torrenti e il canto degli uccelli, Helbock riproduce la bellezza di un luogo raccontandolo come un’egloga virgiliana e trasformando le sue impressioni in un’autentica jazz ballad dai toni bucolici. Le sue tastiere s’incrociano con il pianoforte di Madsen, molto armonico ed avvolgente, mentre un’accortissima sezione ritmica, questa volta limitata alla coppia  basso-batteria, accompagna il tutto con distaccata partecipazione. The Ups and Downs è un brano che più funky di così non sarebbe possibile e ci presenta il sax della Benjamin sempre molto newyorkese a palesarsi in modo eclatante fin da subito, contrappuntando le tastiere elettroniche. La sassofonista prova a scardinare l’assetto fusion con qualche fraseggio be bop ma in realtà ben presto si adegua al prospetto di musica che Helbcok propone. Tempi serrati ma non velocissimi dove l’Autore si diverte – non potrebbe essere altrimenti – con una serie di timbriche del synth che imitano persino un sax baritono. C’è abbondante spazio per il brillante assolo di piano che ne precede uno più insolito retto completamente da suoni elettronici. In chiusura la passerella di Preuschi con un classico bass-slap come Dio comanda.

Adventure è un respiro elettronico controbilanciato dal florilegio percussivo, una improvvisazione iniziale gestita in autonomia dal quintetto. Poi, dopo una breve sospensione, irrompe un enfatico tema alla Indiana Jones, naturalmente synthetico e che sicuramente va a soddisfare le esigenze alluse nel titolo. Grundbira Dance propone all’inizio uno di quei temi di abilità canore e linguistiche spesso proposti da musicisti indiani e svolti in coppia tra voce e tablas. In questo contesto le percussioni sono sostituite dal synth. Una minutaglia di suoni umani ed elettronici si trasforma poi in una melodia di respiro più ampio. Ancora una volta le tastiere di Helbock scandagliano in profondità il mare sonoro del brano, a dir la verità questa volta forse un po’ pasticciato… Crimson Woman s’affida ad un intro di synth ma fra le sue spire elettroniche individuiamo le note del leggendario Fred Wesley che dialoga botta e risposta con Helbock. Il suo trombone a coulisse è passato indifferentemente tra il soul, il rhythm and blues e il jazz, oscillando ad esempio tra James Brown e Van Morrison da una parte e Ray Charles e Lionel Hampton dall’altra. Nonostante gli ottant’anni Wesley continua a soffiare il suo strumento senza mostrare debolezze e di questo ce ne accorgiamo chiaramente durante il suo assolo. We Need Some Help Down Here è una ballad dai toni piuttosto malinconici in cui le tastiere di Helbock sono evocatrici di suoni acquatici e submarini. Madsen ne è l’autore e infatti compare in un assolo in cui il suo pianismo educato all’armonia sembra tracciare un blues molto distaccato, quasi mesto. Nuyorican è un termine che nasce dalla trasformazione linguistica ispanica nel pronunciare la parola New York ed effettivamente è immerso in un umore decisamente latino. Molto forte l’influenza di Zawinul, scintillante il pianismo di Madsen, autore anche di questo brano. Il tema è orecchiabile e carico di euforiche digressioni ritmiche. Per quello che riguarda l’ultimo brano vorrei pronunciarmi il meno possibile. Si tratta di uno scherzo un po’ irridente, per i miei gusti, di Komm, Lieber Mai (und Mache) di W.A Mozart caricato da una sequenza di voci che ho trovato più disturbanti che giocose.

Un bel lavoro, eccitante, pieno di colore, ricco di energia che non si limita ad un ritratto a pelle di un genere parecchio collaudato ma tenta di rifinirne i contorni cercando nel contempo di allargare i suoi confini. Helbock non si limita alle sue scudisciate elettroniche, ma insiste con innesti molto ben riusciti di percussioni latine e qualche apertura verso lidi orientaleggianti. Non si tratta, in questo frangente, di registrare una semplice epitome dell’epoca jazz fusion – che per altro continua ad essere viva ed apprezzata pur maggiormente confinata in una nicchia di appassionati – ma di insufflare aria nuova in un ambiente forse troppo sfruttato nel passato e che ora rischia ingiustamente di languire alla periferia del jazz contemporaneo.

Tracklist:
01. Money in the Pocket (5:25)
02. Hymn to Vienna (1:39)
03. The Third Man (5:10)
04. Dinde Et Dindon (4:58)
05. Ballad for Schönenbach (5:39)
06. The Ups and Downs (5:25)
07. Adventure (2:41)
08. Grundbira Dance (3:25)
09. Crimson Woman (3:21)
10. We Need Some Help Down Here (4:21)
11. Nuyorican (3:53)
12. Komm, Lieber Mai Und Mache (5:28)

Photo © Severin Koller

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