R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Un anno e mezzo fa circa mi ritrovavo tra le mani il nuovo e dodicesimo album dei Wilco. Fu una sorpresa perché quel Cruel Country suonava veramente country e, come sostenni nella mia precedente recensione, si trattava di una dichiarazione d’intenti sin dal titolo…di una sorta di maledizione da esorcizzare. Esplorate quindi le radici del rock tradizionale americano ecco ora un ritorno in territori più congeniali seppur non banali. La band di Chicago ricorda un po’ le ‘buste a sorpresa’ che da bambino ti facevi comprare dai genitori in edicola mentre loro acquistavano il quotidiano: non sai mai cosa ci troverai dentro, ma sai per certo che ci saranno sempre ottimi spunti. E qui di materiale per riflessioni ce n’è da vendere, a cominciare dalla produzione. I Wilco infatti, per la prima volta dal 2009 hanno deciso di togliersi dall’attività in proprio per farsi produrre da Cate Le Bon, cantautrice gallese dalle indiscusse doti in cabina di regia (per riscontri si presti attenzione al suo lavoro con John Grant, Kurt Vile, i Deerhunter e appunto i nostri Wilco).

L’allenatore qui ha deciso per un taglio netto con il passato. D’accordo, il campionato è stato vinto magistralmente, ma vuole subentrare in questa squadra dando la sua impronta ed è così che il primo cambiamento sostanziale è la rimozione della registrazione in presa diretta (generalmente più calda e passionale. Ma anche no), a favore di un trattamento traccia su traccia separando così la strumentazione (modalità vista solitamente come un’operazione artificiale, chirurgica e più attenta al suono). L’impronta sul tempo tornerà nel nostro discorso di fondo.

Infinite Surprise è davvero la prima sorpresa di questo nuovo modulo. La nuova impresa musicale si apre infatti con un ritorno ai fasti dei primi anni con questa formazione al completo e cioè al momento dell’uscita di quel gioiellino che corrisponde al nome di Sky Blue Sky. Il ticchettio iniziale, insistente come il tempo e posto nella traccia di apertura, ci accoglie ricordandoci la costante della vita di tutti i giorni, ma anche della volontà di far buon uso di questa risorsa per non restare ancorati a Proust, alla sua madeleine e a una ricerca malinconica e costante di ciò che è stato. La voce di Tweedy è in forma smagliante e canta con distacco “It’s good to be alive, it’s good to know we die, it’s good to know”. Infinite surprise. Il gioco è questo. È bello esserci per un po’ di tempo, è bello sapere che finirà. Quindi lasciati sorprendere da ciò che accade durante il viaggio. In questi tempi la gente si sorprende di come il tempo si sia cristallizzato. È come se si vivesse in un eterno presente dal quale ogni tanto ci si risveglia per constatare quanto è accaduto e scoprire ad esempio che i Wilco sono attivi dal 1994 e cioè da una trentina d’anni. Ma l’infinito presente non esiste. Se spegnessimo i cellulari, la connessione e in generale la tecnologia, ce ne renderemmo subito conto.

La successiva Ten Dead è un incontro perfetto tra i Beatles e Lou Reed. La band suona una filastrocca accattivante mentre Tweedy comunica con apatia che alla radio hanno detto che sono morte solo dieci persone. Trovo geniale questa sorta di imitazione della narrazione radiofonica, nella quale si comprende come oggi sia più importante la comunicazione del messaggio a discapito del messaggio stesso. È un attimo ritrovarsi a cantare in metro o in strada di mass shooting e di disastri con un sottofondo da summer of love. Il terzo pezzo in scaletta, Levee, è il mio preferito. Melodia circolare e sofferta, parla di argini, del restare incantati da una diga di un lago, metafora presa in prestito per narrare una storia di dipendenza da farmaci ormai lasciata alle spalle (“I love to take my meds, like my doctor said“), ma mai del tutto dimenticata e che ritorna ogni tanto come un pensiero ricorrente. Il protagonista conserva però la speranza di aver sempre al proprio fianco un angelo custode (“Save me, save me again…“). A seguire Evicted riporta il sole su una giornata iniziata con un cielo grigio. La band è in forma e rassicura sulla qualità dell’attuale proposta. Riprendendo quanto accennato in precedenza, vi sfido a non sentire nei suoni e nelle atmosfere un certo calore e passione nonostante sia stata accantonata la presa diretta. A Bowl and A Pudding ricorda nell’incipit un pezzo umbratile di Nick Drake, mentre nello sviluppo armonioso e delicato riporta ai fasti di Muzzle Of Bees, una delle più belle tracce del loro capolavoro A Ghost Is Born. Dopo un breve silenzio che aumenta pathos ecco raggiungerci alle orecchie la title track Cousin che, con la sua marcia serrata sembra anch’essa uscita dal loro capolavoro in salsa kraut rock uscito nel 2004. Una volta tanto non si fa menzione dei singoli membri della band (ad eccezione di Jeff Tweedy, voce e mentore), perché la proposta è compatta e frutto di un lavoro certosino da parte di ognuno di essi. Menzione speciale può essere fatta per Meant To Be, traccia conclusiva di un nuovo viaggio sonoro elegante e senza tempo. Perché più che pensare a conservarci giovani all’infinito dovremmo immaginarci come lo scorrere dell’acqua e lasciare una nostra impronta ben evidente per qualche istante.

In conclusione, prima di riporre gli strumenti nelle proprie custodie, i Wilco non ci rivelano qual è il senso della vita, ma ci comunicano che “Our love is meant to be – Il nostro amore è destinato a esistere” e c’è da credergli perché riprendendo il discorso del tempo possiamo dire che questo resta l’unico modo per fermarlo.

Tracklist:
01. Infinite Surprise (5:43)
02. Ten Dead (3:55)
03. Levee (4:11)
04. Evicted (3:30)
05. Sunlight Ends (3:53)
06. A Bowl and A Pudding (4:03)
07. Cousin (4:11)
08. Pittsburgh (5:14)
09. Soldier Child (4:17)
10. Meant To Be (3:55)

Photo © Peter Crosby, flower Artwork by Azuma Makoto



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