R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Col tempo si capiscono molte cose. Si scoprono collegamenti tra fatti e persone a volte nemmeno troppo sotterranei. Prendiamo ad esempio un musicista come Sun Ra. Cosa c’entra con lui il chitarrista egiziano Maurice Louca? A parte il termine Ra, la divinità del sole per gli antichi egizi, non dimentichiamo che Herman Poole Blount – il vero nome di battesimo di Sun Ra – organizzò un paio di tournée in Egitto, la prima, più importante, nel 1971 e la seconda negli anni ’80. Di questo viaggio sono rimasti, per quanto ne sappia, almeno tre dischi tutti pubblicati tra il ’71 e il ’72. Evidentemente Louca nel periodo dl questi tour, non era ancora nato – è infatti del 1982 – e non aveva potuto certo seguire le esibizioni del musicista americano. Ma le registrazioni a seguito di quel viaggio dell’Arkestra sono rimaste a sfidare il tempo, proprio come le piramidi di Giza. Dopo anni da quelle tournée, Louca ha raccolto, chissà se consciamente o no, qualche suggestione seminale rielaborandola secondo la propria sensibilità. Da molte parti, intanto, gruppi musicali ispirati più o meno direttamente a Sun Ra sono nati in USA, in Sudafrica, in Europa, oltre che finalmente in Egitto, quasi a voler chiudere il cerchio esoterico che lo stesso Sun Ra aveva aperto. Proprio dal Sudafrica proviene un musicista come Asher Gamedze – leggi qui e qui – amico di lunga data di Louca e che con lui ha condiviso concerti in Olanda e in Egitto, nonché una certa comune influenza musicale. Se questa recensione ha potuto essere stilata lo debbo indirettamente a Gamedze, che in un articolo pubblicato in rete su Passion on the Weiss il 26/09/23 ha contribuito con il suo intervento a controbilanciare le solite, stringate informazioni delle note stampa in accompagnamento all’album… Louca è attualmente un riferimento collaudato per una certa musica condotta con forte carattere improvvisativo che non provenga dagli usuali territori statunitensi o europei. Quasi del tutto sconosciuto in Italia, ha pubblicato in precedenza tre album come titolare a partire dal 2014, più un’importante collaborazione con una cantante molto conosciuta in Egitto come Maryam Saleh.

Quali sono le caratteristiche che accomunano i due artisti? Punto primo: la forte densità e il radicalismo musicale. Anche se il numero dei musicisti che suonano in Moonlight, ultima fatica di Maurice Louca e il suo gruppo Elephantine, è ridotto rispetto ai lunghi cortei di musicanti, ballerini, artisti circensi che si accodavano dietro Blount, in questo album suonano nove strumentisti compreso il loro leader con almeno quattro fiati più due batterie, un contrabbasso, un vibrafono, una chitarra e il synth entrambi manipolati da Louca. Il volume di suono prodotto diventa spesso una fragorosa coloritura festante che sfiora la baraonda, tanto che alle volte si ha l’impressione di ascoltare una musica per matrimoni e per ricorrenze popolari, oltre che del vero e tonico jazz orchestrale. Il punto secondo di queste analogie tra Sun Ra e Louca riguarda l’imprevedibilità e la bizzarra originalità nel condurre il lavoro musicale. Non solo improvvisazione ma anche scritture complesse, soprattutto nel regolare i rapporti tra i fiati, e l’uso creativo dei sintetizzatori che prima di Sun Ra non erano certo molto diffusi nei gruppi jazz afro-americani. Gli Elephantine hanno però delle caratteristiche direi uniche. Al di là del collettivo di musicisti che provengono da varie parti del mondo come la Svezia, la Danimarca, il Belgio, l’Italia, la Turchia e naturalmente l’Egitto, in questo crogiolo cosmopolita si avvicinano e si sovrappongono due modi differenti di fare musica che in questo contesto tendono ad amalgamarsi senza sforzo. Da una parte abbiamo la struttura melodica delle scale arabe, basate sul sistema a 24 toni del maqam, ineseguibile con strumenti temperati occidentali in cui non sono previsti i quarti di tono ma che può essere riprodotta su strumenti senza tasti, come ad esempio il clarino, il violino, l’oud. Dall’altro lato troviamo l’attitudine alla musica improvvisata occidentale che proviene dalle freeform jazzistiche, sia di derivazione afro-americana che europea – Moonshine è stato registrato appunto a Berlino. L’intenzione che ha spinto ad incidere questo album sembra esser pervenuta non tanto da Louca, quanto dagli elementi della sua stessa band e il fine di tutto avrebbe dovuto essere – com’è effettivamente stato – la costituzione di una musica di sarabandica gioiosità. Quando si dice la forza e l’importanza di un collettivo…!! Un ultima annotazione, più che altro una curiosità. Il termine moonshine, che nella traduzione dall’inglese significa romanticamente chiaro di luna, possiede un secondo significato più dionisiaco. Questo termine, infatti, si riferiva ad un estratto alcoolico distillato illegalmente soprattutto durante il proibizionismo, preparato senza troppi complimenti da tutto ciò che potesse essere fermentato e naturalmente di notte, quando nessuno vedeva fuorché la luna stessa. Nel nutrito gruppo di musicisti presenti, insieme a Maurice Louca che suona le chitarre e il synth, troviamo Rosa Brunello al contrabbasso, Tommaso Cappellato e Özün Usta alla batteria, Pietro Bittolo Bon al sax contralto, Rasmus Svale Kjærgård Lund alla tuba – il musicista col nome più lungo che suona lo strumento dal nome più corto – , Els Vandeweier al vibrafono, Daniel Gahrton al sax baritono e Isak Hedtjärn al clarinetto. I brani sono cinque, ma i primi tre appartengono alla lunga suite Moonshine che apre l’album.

Si comincia quindi con Moonshine part I. Di primo acchito abbiamo l’impressione di essere finiti in un film di Kusturica, data la sovrapposizione dei fiati che intonano una melodia in apertura dal suono piuttosto balcanico. Poi il carattere più tipicamente medio-orientale si evidenzia attraverso uno stacco potente con vibrafono, percussioni, chitarra e il brontolio del sax baritono che in qualche modo danno la misura dell’amalgama sonoro. Naturalmente siamo in pieno clima modale in uno stato emotivo eccitato e scacciapensieri. Ma circa a metà brano la musica si raccoglie improvvisamente in una sorta di tensione sotterranea e sulfurea in cui si ascoltano suoni notturni in sottofondo, mantenuti in stato di allerta sia dal gioco percussivo sia dal contrabbasso. Altro stacco imperioso con conseguente deragliamento del sax contralto che sembra caduto vittima dell’intruglio alcoolico a cui il brano è dedicato, suonando completamente fuori tono. Però fortunatamente il resto della band ha ancora la testa sulle spalle e si mantiene salda, almeno fino a quando il sax rientra nei ranghi e stavolta sbarella il clarino. Finale all’insegna di un ordine insolito recuperato in extremis. Gran divertimento per tutti, musicisti in primo luogo. Moonshine part II evidenzia delle credenziali di spietato candore tribale. Parte una melodia gestita dall’insieme di fiati che si disperde e si ritrova ciclicamente, con movimenti centrifughi che tendono ad uscire dal cerchio. Una buona orchestrazione come questa ha sicuramente le spalle coperte da una conoscenza musicale raffinata, ben più di quanto non si colga di primo acchito. Ma oltre alla calibrata relazione orchestrale c’è da segnalare la componente ritmica, il vero asse portante della performance. Un brano che accende l’immaginazione e stimola gioie assopite con lo scopo di liberare la loro energia nascosta. Moonshine part III esordisce con un randagio assolo di contrabbasso della Brunello, mentre la lap steel guitar di Louca striscia note sibilline. Il suono è deforme, strascicato, con qualche impulso elettronico che piove dall’alto come uno sciame di stelle cadenti. Improvvisazione totale, d’accordo, ma a mio giudizio quasi inascoltabile. Trembler ci riporta su binari più che accettabili, quasi un invito alla danza, dove il tappeto percussivo a cui partecipa anche un’udibile tuba, serve da rotaia su cui scorre un tema ammaliante e ripetuto, più riflessivo e meno impellente rispetto a quelli dei brani precedenti. Compare poi il suono del synt con una timbrica scura, quasi come quella di un clarino, che viene riassorbito dal pieno orchestrale. Ritorna anche il tema a cui si è prima accennato, nel quale le scale melodiche costruiscono sequenze di note dall’intenso aroma arabeggiante. Achille Heels, ultimo brano della sequenza dell’album, inizia con uno straniante assolo di tuba attorno al quale cresce un’improvvisazione al vetriolo condotta soprattutto dal clarino. Percussioni libere, pieni orchestrali che si svuotano improvvisamente a metà brano con il sax contralto che sembra contento, e probabilmente lo è, di questa improvvisa sensazione di libertà che gli si palesa dinnanzi. L’assolo è lungo e termina solo sulle spalle del sax baritono che a sua volta si avventura in brevi suoni spuntati, circondati da un via vai di anarchiche vibrafonie e percussioni varie. Ogni tanto riaffiora un tema, per la verità struggente, molto dignitoso pur nel brodo cacofonico da cui emerge.
Non è il caso di esprimersi in pareri manichei, riguardo questo album. Immagino che trovi i suoi entusiasti sostenitori come del resto una controparte di implacabili affossatori. Ma volendo sorvolare con la sufficiente dose di epochè l’aspetto esuberante di questa musica e limitandoci ad osservare il fenomeno così come appare d’acchito, Moonshine rappresenta il lato opposto di quella lussuosa routine che spesso ci capita di ascoltare nell’ambito del jazz. Tutto sommato questa è una musica che accende la fantasia di colori vivaci, di contrasti potenti come un fuoco brillante acceso nel cuore della notte. Il suo deambulare un po’ etilico e un po’ goliardico ne accentua le qualità legate alla dismisura, alla festa, al disvelamento dell’ebbrezza e, in fondo, alla gioia profonda di far musica insieme.
Tracklist:
01. Moonshine Part I (7:58)
02. Moonshine Part II (4:54)
03. Moonshine Part III (6:16)
04. Trembler (5:28)
05. Achilles Heel (12:03)
Photo © Tony Elieh, Piero Bittolo Bon






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