R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Poche volte ho utilizzato il sostantivo genio per qualificare un musicista contemporaneo. In parte perché sono convinto che per un giudizio critico così radicale e rischioso ci sia bisogno di un largo margine di tempo. Secondariamente perché con tutta la musica a cui abbiamo semplice accesso oggigiorno, può essere facile, pur spinti da un genuino impulso emotivo, prendere lucciole per lanterne. Però sono pronto a puntare tutto sulla compositrice giapponese Miho Hazama, per me un autentico genio creativo, che presenta il suo sesto disco da titolare – escludendo quello in collaborazione con Marius Neset, Tributes del 2020. Beyond Orbits è un album ammirevole, così come sono da lodare tutti quei buoni lavori orchestrali che non viaggiano sui binari del semplice tributo o peggio ancora della malcelata fotocopia, ma che cercano altresì tempi felici di composizione, freschi spunti e rappresentazioni di nuove idee. Ricordo solo che per comporre un lavoro orchestrale come questo, con sedici elementi in formazione – il suo personale ensemble m-unit – più due illustri ospiti, come vederemo, non è sufficiente mettere sul pentagramma un tema e conseguentemente improvvisarci sopra – avviene ovviamente anche questo – ma occorre scrivere più o meno sedici partiture diverse che poi, ovviamente, si accordino tra loro in un unico senso armonico ed emozionale. In poche parole, un lavoraccio faticoso, affinché il progetto originale non venga ad essere deviato dai suoi propositi iniziali ma possa germogliare con l’aiuto di tutti gli strumentisti partecipanti.

C’è un’altra questione interessante, a proposito di questo album, che fa riferimento proprio al suo titolo, Oltre le Orbite… L’idea originale che sta alla base di quest’opera può sembrare bislacca ma poggia su una base scientifica, nonché sull’afflato della ricerca di molti artisti afro-americani. La cosmologia attuale ha identificato circa cinquemila esopianeti, cioè corpi celesti al di là della nostra galassia che ruotando attorno ad una stella di dimensioni analoghe al sole, potrebbero ospitare una vita forse molto simile alla nostra. L’idea – o forse la speranza – che la Vita così come la concepiamo possa essere riprodotta in altre parti dell’universo ha alimentato la fantasia di numerosi artisti del così detto Afrofuturismo, un movimento filosofico, politico ed artistico nato nei tardi anni ’60 che puntava non solo a rivendicare quei diritti sociali negati ai neri americani ma anche ad una sorta di palingenesi, se non su altri pianeti fisici, almeno su altre orbite sociali e psicologiche. Nel campo musicale potremmo includere nell’Afrofuturismo gente come Jimy Hendrix, Sun Ra, John e Alice Coltrane, tanto per fare esempi più abbordabili e conosciuti. Pur non essendo di etnia afro-americana, su questa scia si pone anche Hazama, se non altro per il modo in cui è giunta a concepire questo album. Durante il lock-down pandemico la compositrice di Tokyo si è trovata isolata ad Harlem e ha meditato a lungo come potersi psicologicamente allontanare da quella prigione obbligata, elaborando e fantasticando sulla realtà degli esopianeti, fino a realizzare il nucleo immaginativo di questo album. Ma chi è questa artista giapponese, non ancora quarantenne? Nella sua terra natale ha studiato composizione classica però è stato a New York che Hazama si è impratichita del linguaggio jazz studiando alla Manhattan School of Music. Non si contano i premi da lei ricevuti, tra cui nel 2015 il Charlie Parker Jazz Composition Prize – che solo a nominarlo fa tremare i polsi – ma se siete interessati a seguire tutti gli altri riconoscimenti e i numerosi incarichi da lei ottenuti vi invito a dare un’occhiata al suo sito web personale. Come già accennato la Hazama esegue la sua musica attraverso m-unit, che è la sua orchestra di riferimento. Questa volta, però, oltre ai sedici elementi che compongono il corpus strumentale, ci sono due ospiti di riguardo come il contrabbassista Christian McBride e il sassofonista Immanuel Wilkins, entrambi affermati musicisti di cui Off Topic si è già occupata in passato – vedi qui e qui. L’elenco completo dei componenti della m-unit lo aggiungerò a fine recensione. Dal punto di vista strettamente compositivo questa musica per largo ensemble può trovare recenti riscontri in un altro lavoro, cosmologicamente simile, come quello di Brian McCarthy, After Life, la cui recensione troverete qui. Ovviamente è del tutto plausibile aspettarsi una musica impegnativa, da ascoltare con pazienza e attenzione. Ma la struttura compositiva è fluida, alle volte in grado di stimolare vertigini metafisiche quasi volesse trasformare il veleno della vita in una forma di energia pulita e altre volte a rimandare, giocoforza, alle viscere storiche del jazz orchestrale.
Il passo d’avvio inizia con Abeam ed è subito un’esplosione d’ottimismo e di energia, dopo un brevissimo intro di fiati ed un ficcante accompagnamento percussivo. Il brano naviga sulle ali di uno swing piuttosto tradizionale alla Stan Kenton con turbinii di fiati che si rispondono tenacemente gli uni agli altri. Poi parte Billy Prova con un assolo be-bop al piano, stretto da contrabbasso e batteria, con qualche inserto di fiati, ora discreto, ora più esplosivo. Entrano ed escono ance e violini da ogni dove fino a quando compare un assolo di tromba di Jonathan Powell ma il sistema orchestrale non molla un secondo la sua tematica avvolgente. Si riprende il tema swingante comparso all’inizio portandosi verso il finale sulle ali di un assolo di batteria di Jake Goldbase, accompagnato da un insistente vamp pianistico. Entusiasmante è l’immediato aggettivo che mi viene in mente riguardo questo primo assaggio. Si prosegue con A Monk in Ascending and Descending, titolo dichiaratamente evocativo, ma qui l’atmosfera cambia. Il clarinetto di Jason Rigby s’impunta in una scala discendente dal sapore dolce innescando un clima piuttosto umbratile. La stessa scala viene poi ripresa dal pieno orchestrale prima che compaia un intreccio cameristico d’archi nel quale intervengono secondariamente anche i fiati. Il clima resta piuttosto soffuso, anche per merito del sax – penso si tratti del baritono di Andrea Gutauskas – che s’incrocia con l’insieme strumentale ben amalgamato del resto dell’orchestra. Lo svolgimento musicale assomiglia a tratti a un soundtrack di qualche film noir americano degli anni ’40 ma in realtà questa è solo una banale semplificazione di un complesso intreccio di eclettiche sonorità. Un breve ostinato di contrabbasso è l’abbrivio per un nuovo rapporto tra archi e fiati che introduce ancora il tema della scala discendente comparsa inizialmente, questa volta proposta al piano, accompagnato da una batteria sincopata che si concede qualche excursus prima dell’insolito finale funky. Ma qui è tutto un alternarsi di tempi, pause, improvvisi riempimenti strumentali e conseguenti rarefazioni.

Da questo momento in poi inizia la sequenza in tre parti della Exoplanet Suite con Elliptical Orbit e la partecipazione di McBride al contrabbasso. Cominciano gli archi con qualche accordo instabile ed un tema molto romantico gestito fondamentalmente dagli stessi. Un riff di contrabbasso interrompe il clima idilliaco imponendo una specie di corsa portata soprattutto dai fiati. Altro stacco con progressione discendente di accordi da parte del piano ed un serrato accompagnamento ritmico. Fa capolino, per un momento, anche il vibrafono di James Shipp. Dopo una sequenza di macchie umbratili e di sprazzi più luminosi, appare la tromba di Powell in un brillante assolo che ruota attorno al quartetto formatosi con piano, contrabbasso e batteria. Momento molto classico di puro jazz pulsante ma che viene poi inglobato dalla massa sonora orchestrale. Ed ecco in piena luce il vibrafono che era apparso circa un minuto prima. Non ci sono momenti di stasi, in questo brano, le situazioni si avvicendano separate da punteggiature di fiati e di archi. Interviene McBride con la sua cavata perentoria al contrabbasso e l’orchestra sembra ritirarsi un poco nelle retrovie. Ma quando quest’ultimo assolo termina, tornano le esplosioni orchestrali ed il brano si conclude sull’onda dello swing. Prosegue la navigazione cosmica tra gli esopianeti con l’Exoplanet Suite II°- Three Sunlights. Il violoncello apre tra una cascata di note pianistiche, il corno e il clarinetto s’allineano seguendo un passo molto lento e raccolto. Il pianoforte imposta quella che sembra una ballad formando il classico trio con contrabbasso e batteria. S’intrufola il violoncello con una malinconica melodia, seguito dagli altri archi che contrappuntano il bell’assolo tranquillo ed espressivo di Prova in un continuo crescendo sonoro. Wilson e il suo soprano letteralmente saltellano sul tappeto orchestrale ma il clima resta pacato e riflessivo. L’assolo di questo sax è stupendo, così come l’arrangiamento d’archi che lo sostiene e che va a chiudere con una certa quota di venatura drammatica. Tocca ora all’ultimo segmento dell’Exoplanet Suite III°- Planet Nine. Questo nono pianeta si anima di jazz-rock avendo come base l’ottimo lavoro batteristico di Goldbas. Ritmo frammentato, una certa convulsione tonale, continui cambi di toniche, la musica s’accorcia in brevi traiettorie angolari. Il sax tenore di Powell improvvisa su questa base che procede a strappi e costruisce un assolo magistrale a cavallo di tutte queste variabili. Poi un momento di calma, il tempo rallenta e diventa meno impellente. Il violoncello conduce una melodia che s’apre agli archi come un fiore all’aria mattutina fino ad incrociare una serie di scale al pianoforte e finire in braccio al sax baritono. Altro assolo di Gutauskas, quindi, della stessa altezza qualitativa di quello di Powell. Dopo un breve momento caotico si riprende la linea iniziale, cioè gli stessi ritmi spezzettati e lo stesso groove con fiati ed archi che si sovrappongono per il gran finale del brano. Can’t Hide Love comincia a zompettare con una belle serie di soffi delicati di flauto e con degli archi in sottofondo che mi fanno venire alla memoria alcuni istanti di Astor Piazzolla. Il tema, piuttosto sbarazzino, è forse quello più orecchiabile e si processa con un andamento da leggera canzone popolare. Naturalmente altra cosa è l’attenzione all’accompagnamento che tuttavia rispetta la scelta di semplicità che conduce il brano. Il solo di violino – di Russell? Di Akaboshi? Non ci sono sufficienti note di copertina… – ridà al pezzo un’originale coloritura jazzy. Gli archi poi si moltiplicano con il flauto che gioca tra le loro corde svolazzando come un colibrì. Verso il finale gran festa di colori e percussioni e grida d’incoraggiamento in quello che sembra un samba brasileiro o meglio ancora una bizzarra fusion culturale. Portrait of Guess è un moderato mid-tempo a luci soffuse in cui fa bella figura il flicorno di Powell che emerge da un’intro condotta dal clarinetto basso all’interno di una miscela delicata di archi e fiati. Poi un duetto all’unisono tra sax e lo stesso flicorno che precede il ritorno dello swing orchestrale. Il contrabbasso di Sam Anning fa sentire la sua voce cavernosa, alle cui spalle si animano il flauto e qualche nota di piano e vibrafono molto discrete. Sempre il contrabbasso s’incrocia con il sax mentre un tappeto orchestrale ammorbidisce il tutto con il suo smoky-swing. Ancora sax nella seconda parte in stile be-bop di Rigby fino al dissolvimento graduale della matrice orchestrale. From Life Comes Beauty si presenta come un altro brano dai tempi lenti e misurati. Dopo un’intro condotta dal flicorno si prepara il terreno al sax contralto di Immanuel Wilkins, sopra una fase di pieno orchestrale da cui il sassofonista di Brooklin emerge con l’autorevolezza dei più grandi. Un suono rotondo, espressivo, pieno di mordente e del giusto sense of drama e naturalmente provvisto di una sopraffina tecnica esecutiva, che finisce poi per fluire insieme al sax di Rigby. A metà brano circa sembra di arrivare al capolinea con uno stop improvviso. In realtà la musica riprende più tranquilla con Wilkins che svetta su tutti con un fraseggio assassino. Finale in crescendo orchestrale.
Sono rimasto realmente impressionato dalla capacità di Hazama di gestire tutta la gamma di espressioni orchestrali che ha mostrato in questo album perché in questo contesto si ascolta veramente di tutto. Dall’enterteinment meno impegnato a bizzarre fusion funkeggianti, da innesti cameristici ad accenni romantici, mid-tempo, improvvise rarefazioni musicali ed altrettanto subitanee convulsioni ritmiche. L’effetto sorpresa creato da questa musica aumenta il tasso d’imprevedibilità, garantendo un impasto percettivo di rara qualità espressiva con un’orchestra di grandi esecutori e splendidi professionisti. Credo veramente che la rivista statunitense Downbeat, con una storia di qualche anno più vecchia – ma non molto – della nostra Musica Jazz, non abbia sbagliato quando ha incluso Hazama nei 25 for the future, prevedendo riguardo quest’artista una grande influenza per le decadi in jazz che verranno.
Di seguito l’elenco dei musicisti che formano la m-unit:
Miho Hazama conduzione
Steve Wilson sax alto, sax soprano, flauto
Jeremy Powell sax tenore, clarinetto (nelle tracce 1, 3-5)
Jason Rigby sax tenore, clarinetto (nelle tracce 2, 6-8)
Andrea Gutauskas sax baritono, clarinetto basso
Jonathan Powell tromba, flicorno
Adam Unsworth corno francese
Tomoko Akaboshi violino
Ben Russell violino
Atsuki Yoshida viola
Meaghan Burke violoncello
Maria Im violino (traccia 3)
Matt Console viola (traccia 3)
James Shipp vibrafono
Billy Prova pianoforte
Sam Anning basso (eccetto traccia 3)
Jake Goldbas batteria
Ospiti:
Christian McBride basso (traccia 3)
Emmanuel Wilkins sax alto (traccia 8)
Tracklist:
01. Abeam (7:38)
02. A Monk In Ascending And Descending (8:44)
03. Exoplanet Suite: I. Elliptical Orbit (feat. Christian McBride) (8:20)
04. Exoplanet Suite: II. Three Sunlights (7:27)
05. Exoplanet Suite: III. Planet Nine (10:12)
06. Can’t Hide Love (6:00)
07. Portrait Of Guess (7:58)
08. From Life Comes Beauty (feat. Immanuel Wilkins) (8:29)
Photo © Dave Stapleton


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