R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Nella precedente recensione dedicata a Sade Mangiaracina uscita su Off Topic nel 2021 e che potete ritrovare qui, si commentava Madiba, il brillante lavoro dedicato a Nelson Mandela, dove si era già potuto constatare sia il nerbo compositivo nonché la mano felice di questa pianista siciliana. L’Autrice, forte di una solida matrice classica acquisita già prima dei diciott’anni, si trova a trattare il jazz in modo molto personale, arrotondandone le dissonanze più spigolose ed arricchendolo di riflessi mediterranei. Oggi si ripropone con un doppio album, Prayers, diviso in due volumi. Premetto che, nel momento in cui scrivo, ho a disposizione solo il primo blocco di questo Prayers, di cui dovrebbe essere disponibile a breve anche la seconda parte e quindi la recensione che segue si concentrerà solo sul volume 1. Rispetto a Madiba c’è la sensazione che la personalità artistica della Mangiaracina si sia delineata ancor più nettamente. Si avverte una determinazione e una padronanza della tastiera come forse mai si era evidenziato finora, per lo meno non in modo così autorevole, e soprattutto mi sembra di riconfermare in lei quell’attenzione all’essenziale che mira a non disperdersi inutilmente con note superflue. In alcuni brani, inoltre, ad esempio come in Journey to Aya Sophia, si rintraccia una tensione esplorativa nuova, una ricerca che mira a coinvolgere nel suo pianismo elementi armonici e ritmici più insoliti. Particolari inediti che compaiono del resto anche in Oracion del Remanso, questi ultimi intrisi di forti sentimenti di nostalgia latina. Ma di questi aspetti parleremo in modo più approfondito nella singola analisi dei brani. Nella bella intervista rilasciata in rete a Beppe Ceccato per Musicabile il 17 ottobre ’23, la Mangiaracina non nasconde la sua fede religiosa e le sue tensioni spirituali. Del resto il titolo di questo album, Prayers, è piuttosto esplicito.

Afferma lo psicoanalista Massimo Recalcati, riguardo alla preghiera, come essa sia una parola desiderosa d’ascolto e dalla quale ci si aspetti una risposta, dato che l’essere umano si sente vivo nella misura in cui desidera essere amato e compreso. Sull’evenienza di tale risposta si può discutere ma al di là dell’atto rituale in sé, il sentimento spirituale, così a lungo indagato dai filosofi d’ogni tempo e luogo, è qualcosa che indubbiamente abita l’Uomo fin dalla sua comparsa terrena. Questo vale sia che lo si immagini collocato ad un livello trascendentale o lo si pensi immanente ad una funzione più corporea e mentale. Naturalmente gli artisti, vere e proprie antenne della lebenswelt, sono tra le creature umane spesso più attente nel percepire il richiamo di questo principio. Come fa appunto la Mangiaracina, intraprendendo un viaggio dal disincanto all’Amore – opposto al tragitto scelto da certi musicisti di tendenza – cercando di condividere con l’ascoltatore le sue personali tensioni verso l’Assoluto. Questo percorso, il tentativo di fare anima contenuto in Prayers Vol.1, si realizza attraverso una dimensione inter-culturale per cui nella sequenza dei titoli compaiono riferimenti a città come Gerusalemme, ad aspetti formali della preghiera islamica – Rak’ah – a edifici che sono stati sia monumenti religiosi cristiani ed islamici – come l’Aya Sophia di Istanbul – a termini aramaici di senso universale come Abbà, cioè Padre. Mangiaracina avverte la presenza divina e se ne sente in qualche modo attratta, cercando di raccontare questo misterioso rapporto attraverso la propria musica. Così come è avvenuto nell’album precedente, almeno per quel che riguarda i suoi compagni di viaggio, l’Autrice va sul sicuro, facendosi accompagnare dal contrabbassista Marco Bardoscia e dal batterista Gianluca Brugnano con i quali costituisce un trio già collaudato, mentre gli altri interventi strumentali che esulano da questa stretta autonomia sono da attribuirsi al Quartetto Alborada, costituito da Anton Berovski e Sonia Peana al violino, Nico Circugno alla viola e Piero Salvatori al violoncello.
La prima preghiera è appunto My Prayer brano di apertura dell’album. Non è un dio triste, quello a cui si rivolge Mangiaracina. Semmai il pezzo contiene elementi di tensione drammatica ma anche di serenità in egual misura. La voglia di uscire da quella comfort zone in cui spesso si colloca il quieto vivere senza porsi domande ulteriori, è proprio il continente da cui l’Autrice vuole distaccarsi e lo si avverte da subito, con quel passaggio di piano iniziale che sembra esprimere, nell’arpeggio irrequieto, una mescolanza tra senso di pace e sottile tensione di ricerca. A tutto questo collabora il quartetto d’archi con gli ottimi arrangiamenti a riflettere l’iniziale stato d’animo che pervade il brano. Poi, circa a metà traccia, irrompe una decisa sensazione di turbamento. L’inquietudine si manifesta con una serie di progressioni armoniche ascendenti dall’impronta ferocemente classica, in un caloroso e drammatico crescendo dinamico – lo Spirito è tradizionalmente sempre avvicinato al simbolo del fuoco – che testimonia l’ansia di ricerca e suggerisce il desiderio di elevazione, per poi ritornare nello stato iniziale di maggior serenità verso il finale. Nel prossimo brano, Journey to Aya Sophia, c’è uno specifico ricordo di Istanbul – per me la città più bella del mondo (n.d.r.). Chi si è trovato a visitare la Basilica di S.Sofia, come si chiamava un tempo, nel quartiere di Sultanahmet, non può facilmente dimenticare l’impatto con la dimensione del silenzio, quasi tangibile, all’interno della spoglia e storica costruzione, ora diventata ufficialmente una moschea. Accennavo poco sopra a questo brano per alcune notazioni esplorative dell’Autrice. Introdotto da una serie di arpeggi molto consonanti e dall’accompagnamento sempre discreto ed efficace della ritmica, il commento pianistico sembra vagabondare come uno sguardo contemplativo lungo i muri dell’edificio per perdersi tra le ombre e gli spicchi di luce offerti dalle vetrate e dai voluminosi lampadari della volta. Poi Bardoscia col suo assolo di contrabbasso pare dare corpo ai pensieri e alle riflessioni interiori di chi si perde nelle proprie meditazioni. Un assolo che si snoda tra domande, sempre troppe, e risposte ahimè spesso indecifrabili. Di seguito Mangiaracina cambia per un attimo gli equilibri inserendo un attacco insolitamente e leggermente dissonante, con qualche fugace impressione latina nella successione degli accordi e un assolo brillante, decisamente jazzato, che rientra infine nell’equilibrata armonia iniziale.
Dreamers è un punto di vista sull’argomento del dubbio, almeno a giudicare dalle parole della stessa Mangiaracina. Che è un elemento essenziale nella creazione di una fede, secondo le parole del più cogitante tra tutti i dottori della Chiesa Cristiana, cioè S.Agostino, il primo psicoanalista della Storia ben prima di Freud… Arpeggi malinconici di piano ed archi quietamente implosivi viaggiano su una struttura melodica ariosa nella quale Brugnano fa un ottimo lavoro ritmico, essenziale per mantenere vivida una composizione che tende, almeno nella prima parte, ad un eccesso di languore. Nella parte finale il piano cerca di uscire dalla situazione così consolidata abbandonandosi ad una serie di scale dallo spirito romantico, in un crescendo in cui archi e trio puntano a fondersi in un corpo unico. Cambia tutto, anche in meglio con La Marcia del Sale, a raccontare l’epico cammino del 1930 organizzato da Gandhi per protestare contro l’iniqua tassazione sul sale proposta dall’allora governo britannico. Il brano si svolge in ambito puramente jazz con un tema brillante che ricorda le esuberanze pianistiche di Petrucciani. Vengono proposti cambi di tempo differenti, incalzanti stacchi ritmici e l’ingresso, un po’ inusuale per Mangiaracina, di un synth. Possiamo ascoltare la grande sinergia del trio in un complesso gioco di incastri, dove risalta altresì la presenza di Brugnano e della sua loquace batteria. Jerusalem si apre col canto suggestivo di un muezzin e l’intervento progressivo del piano e dell’accoppiata contrabbasso-batteria. La melodia lavora inizialmente con una nota ribattuta e qualche accenno di scale esotiche. L’assolo di Bardoscia ribadisce la capacità di far parlare il suo contrabbasso in una sorta di commento fuori campo. Mangiaracina lavora poi in quello che è il suo assolo migliore, un curioso assemblaggio tra bordoni modali che poi sfioccano in cambi tonali inaspettati, vorticosi elementi che ricordano spunti sudamericani e code classicheggianti. Bellissimo e parecchio vitale. Ma poi arriva un capolavoro autentico come Oracion del Remanso, eseguita benissimo dalla pianista siciliana, tra l’altro con una sorta di trucco anticatonell’incisione della sonorità del suo strumento – sembra un passaggio di un vecchio vinile – che sottolinea l’aspetto vintage del brano. Si trattava in origine di una canzone che appartiene al repertorio popolare argentino, rivisitata e riarmonizzata dall’autore contemporaneo Jorge Fandermole. Il testo originale, una preghiera di un pescatore che chiede protezione per i suoi familiari, ovviamente qui manca ma la Mangiaracina esegue una musica che si esprime da sola, che è insieme un tutt’uno espressivo in grado di comunicare intense emozioni anche con solo la tastiera del pianoforte. Brano struggente, meravigliosamente bello nella sua naturale melodia, eseguito con grande partecipazione sentimentale. Rak’ah è più ritmato e colorato, avvitato su tempi dispari, più vicino a suggestioni sudamericane piuttosto che a influenze medio-orientali, come ci si aspetterebbe dal titolo. La musica si fa voluminosa, archi e trio si abbracciano in una sonorità quasi voluttuosa. Abbà incede sottovoce, come l’ultima sommessa preghiera, quietamente riflessiva, rivolta alla divinità. Ancora una volta il contrabbasso si presta a questa pratica dialogante, con un assolo spettacolare nel suo essere marcatamente espressivo, così come elegante ed intimista è la cifra emotiva del pianoforte.
Prayers vol.1 rappresenta una Bellezza pacificata tramite un avvicinamento alla sorgente vitale che percorre ininterrotta le trame di questo album. Una musica che forse non spazzerà via i calcinacci della distruzione in atto di questi tempi, proprio nella Terra dove s’incrociano le fedi in uno stesso Dio chiamato con nomi diversi. Ma il lavoro della Mangiaracina non è un santino per anime smarrite bensì un sentito omaggio, una gratitudine verso la vita che continua a fluire nonostante tutto. Non so se Qualcuno ascolterà mai queste preghiere ma il messaggio che si manda potrebbe sintetizzarsi in un antico termine greco di origine stoica come eustatheia, che può avere molti significati ma che si può riassumere, in definitiva, come espressione di pura gioia dell’esistenza, nonostante tutto, al di là di ogni pulsione carica di rancore e di sofferenza.
Tracklist:
01. My Prayer
02. Journey to Aya Sophia
03. Dreamers
04. La marcia del sale
05. Jerusalem
06. Oración del Remanso
07. Rak’ah
08. Abbà
Photo © Roberto Cifarelli






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