R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini e Andrea Notarangelo
Esiste un luogo magico a Capalbio, sulla costa grossetana, chiamato “Il Giardino dei Tarocchi”. Nikki de Saint Phalle volle fortemente questo piccolo museo a cielo aperto per esporre le sue ventidue sculture degli Arcani Maggiori. Se non ci siete mai stati, la visita è consigliata. Specie all’interno della lama numero sedici che raffigura la Torre. Di per sé, questa è una carta molto forte, perché rappresenta non solo un taglio drastico con il passato, ma una situazione che si sblocca grazie a un avvenimento che capovolge completamente l’esistenza. Le pareti della Torre sono coperte di piccolissimi specchi che riproducono la figura umana a seconda delle angolazioni più disparate, come fossero tanti minuscoli caleidoscopi. Wall of Eyes, un muro di occhi, dunque, come quello che dà il titolo alla seconda fatica di The Smile (Thom Yorke e Jonny Greenwood, rispettivamente frontman e chitarrista dei Radiohead, e Thom Skinner, talentuoso batterista dei Sons of Kemet), in uscita il 26 gennaio per XL Recordings. E che, per certi versi, scruta la realtà in continua mutazione come la pupilla a tutto campo di Le chien Andalou di Luis Buñuel: la vista, un senso particolare nella sua astrazione che qui ben si schiude nella sua più totale essenza. Prendiamo la copertina nella quale, in un’orgia di colori, distinguiamo una moltitudine di occhi ora minacciosi, ora semplici ospiti curiosi che osservano un campo spinato. Il contrasto è la spinta propulsiva a tradurre in immagini l’eterno connubio attrazione – repulsione. Quelle iridi vogliono avvicinarsi a campi colorati, assorbire il più possibile quelle figure fino a rischiare la cecità. E gli aghi, severi e neri come corvi, si elevano alla ricerca di un bersaglio senza mai trovarlo veramente. Ed è in questo equilibrio che ci ritroviamo a parlare del secondo disco di The Smile, un album centrato che si presenta come un notevole passo avanti rispetto all’esordio di due anni fa.

Stanley Donwood, con il contributo dello stesso Yorke, ha tradotto in paesaggi astratti ciò che proveniva non solo dai lavori precedenti dei tre musicisti, ma anche dall’immaginario più tangibile che il loro subconscio potesse mai esternare. Nella traccia che dà il titolo all’album, Wall of Eyes, Yorke ripete una frase che dà il titolo a un’opera visiva realizzata con Donwood e che non lascia spazio all’interpretazione: “alziamo i calici e brindiamo a ciò che non meritiamo”. Tutto potremmo aspettarci da quella chitarra acustica che accarezza e scandisce il tempo, ma che racconta la rovina di un mondo, il nostro, e la causa scatenante, l’orgoglio più bieco. Ma il muro di occhi è più concreto di quanto sembri. Siamo noi infatti gli esseri imprigionati in una parete fredda che restano connessi ventiquattro ore su ventiquattro e si rincorrono in immagini in stop-motion mentre si guardano intorno senza riconoscere se stessi. La chitarra in 5/4 collocata in apertura del disco richiama vagamente la bossanova e sfuma a meraviglia tra archi sinfonici e suggestioni elettroniche; eterea e impalpabile è Teleharmonic, affascinante nel suo giro di basso circolare e nella sinuosità della voce di Yorke, frammentata in mille cori e ipnotica nel ripetere quel “Why should I forget” fino allo sfinimento. Sembra quasi ambientata in una foresta tropicale, crocevia di voci e sonorità rarefatte e fiabesche, complice un flauto e la batteria di Skinner che per certi versi ricorda le drum machine e le sonorità di Hadsel, ultima fatica del musicista statunitense Zach Condon.
Read The Room ci accoglie con un ritmo sincopato nel quale una batteria ovattata in aria psichedelica rallenta quel tanto che basta per offrire alla voce di Thom il giusto tappeto sonoro nel quale sviluppare un racconto, ora inquieto, ora leggermente più rassicurante, una narrazione che in alcuni passaggi assomiglia molto alle vecchie sorprese rinnegate del passato, mentre la chitarra diviene un ponte immaginario verso quell’Oriente tanto caro a Jeff Buckley. Al terzo minuto circa, la filastrocca termina in uno strumentale cadenzato e vicino al kraut rock già a suo tempo esplorato coi Radiohead del periodo In Rainbows. Nel finale Yorke narra che “tutti la pensano così” e di colpo i The Smile, attraverso lo stesso ritmo sincopato, ci conducono alla successiva e sognante Under Our Pillows, traccia nella quale l’amore per band quali CAN e NEU! emerge in tutta la sua potenza. Non si tratta però di una coda vera e propria, la canzone pulsa di vita propria e si ritaglia il tempo necessario per creare dei loop elettronici notturni. Friend of a Friend è in un certo senso rassicurante e ci riporta verso lidi più caldi, nei quali un basso corposo sostiene una voce ora assonnata, ora appassionata, dove intravediamo la luce di un nuovo giorno farsi strada in un cielo tinto d’arancio. Si potrebbe pensare subito allo zucchero nella ciotola di Nina Simone, evocata dal piano che risuona delicatamente, riecheggia e commuove per tutta la durata del brano, fino a infrangersi nei suoni epici del finale e poi riprendere quota grazie al languore di Yorke; maestosa e swing è la batteria di Skinner, perfetta nel glissare tempi e nel dichiarare quell’amore per i Beatles che li ha spinti in studio, proprio lì, a registrare oltre le famose strisce di Abbey Road.

Friend of a friend, per stessa ammissione del frontman, prende ispirazione dalla pandemia e da ciò che il cantante ha visto in quel periodo in Italia: da una parte una classe politica incapace di gestire la situazione, dall’altra un popolo animato da un senso di comunione e condivisione impossibile da trovare altrove (“All the window balconies, they seem so flimsy / As our friends step out to talk and wave and catch a piece of sun”, quei terrazzi sui quali spesso si tentava di allontanare la paura del virus cantando e chiacchierando col vicino). Sebbene la realtà sia in netto contrasto con la dolcezza della melodia, il cielo si colora d’arancio perché calda e viva è la speranza che spinge le persone ad aiutarsi e a credere in un futuro migliore, possibile solo facendo fronte comune davanti alle avversità. I quit è un pezzo orchestrale che scorre lento e irreale, perfettamente arrangiato, che ci traghetta verso la penultima traccia del disco, Bending Hectic. È un ventaglio di luoghi ricorrenti ed emozioni quello che i The Smile mettono in musica: nella prima parte del brano, Jonny tende a “curvare”, “to bend”, appunto, dando alla chitarra quel suono lamentoso che si protrae verso quell’auto che lo stesso Yorke guida sui Monti Lattari, a Capri. Thom è su una mulattiera e non sa se sterzare e volare di sotto (I’m letting go of the wheel / ‘Cause it might be as well / It might be as well), rinnegando le scelte compiute sino ad ora. Farebbe la differenza? In fin dei conti sarebbe lo stesso, così ripete, ma potrebbe anche proseguire su quella strada tortuosa e affrontare la realtà con un bagaglio di sicurezze accumulate durante quel percorso che chiamiamo esperienza. Il ritmo è lento e quasi sonnecchiante, a metà tra la tensione e la riflessione più profonda, ma dietro l’angolo è pronto ad esplodere in una surreale pioggia di idrocarburi in un lago di metano su qualche pianeta dimenticato. La macchina Radiohead è in movimento in quell’incedere che ricorda Sail to the Moon (tratta da Hail to the Thief), ma corretta dai ritmi sincopati di una Electioneering (Ok Computer) aggiornata e, se possibile, ancora più carica di feedback. You Know Me (secondo la leggenda, eseguita per la prima volta a luglio 2022, durante il soundcheck all’Arena Sferisterio di Macerata), marziale e semplice nell’esaltare il canto di Yorke, si dimostra degna conclusione di un viaggio che ci ha arricchito e ci ha lasciato con la voglia di tornare a casa per metabolizzare tutte le emozioni vissute e fatte vivere a chi ci sta intorno. Il muro d’occhi forse non ci sta spiando ma è solo un nuovo modo di concepire il mondo, uno spazio dove siamo tutti connessi e nel quale un nostro battito di cuore non solo viene ascoltato dal nostro amante poggiato sul petto, ma riesce a propagarsi ed essere ascoltato in eterno.
Se A light for attracting attention è un lavoro schematico e legato a stereotipi del passato, Wall of Eyes è un album sicuramente più immediato, impulsivo e smanioso di sperimentare territori nei quali Yorke e Greenwood non erano mai giunti, appesantiti dal fardello che il nome Radiohead porta con sé. L’incontro con Skinner e la sua infinita versatilità li ha spinti a creare un paratesto, una sorta di “capitolo primo” come fu “L’ospite di Dracula” per “Dracula” stesso, un’opera scevra dalle composizioni canoniche e inclinata verso pendii musicali che i due musicisti mai avrebbero avuto il coraggio di scalare in precedenza. Segno che l’Arcano Maggiore chiamato Torre, simbolo di rottura col passato e deflagrazione assoluta, non sempre è foriero di brutte notizie. Se lo si immagina poi rivestito di tanti minuscoli specchi che osservano divertiti e curiosi, incastonati l’uno accanto all’altro come piccole gemme preziose, allora non si potrà fare a meno di notare che quelle schegge saranno l’alba di un nuovo cielo tinto d’arancio, visibile proprio dalla cima di quel pendio un tempo inviolabile, divenuto ora un salto concreto verso l’Assoluto, il balzo più bello e coraggioso che Skinner, Yorke e Greenwood avrebbero mai potuto compiere nella loro vita artistica.
Il nostro consiglio? Perdetevi nei sentieri e nel firmamento variopinto di Wall of Eyes dimenticando il passato e consapevoli di avere di fronte un presente che vale la pena di essere vissuto. E se proprio volete aggiungere un tocco di zucchero e magia alla vostra esperienza, portatelo con voi a Capalbio, in quel Giardino dei Tarocchi crocevia di mille delizie e peripezie.
Non ve ne pentirete.
Tracklist:
01. Wall of Eyes (5:07)
02. Teleharmonic (5:10)
03. Read the Room (5:14)
04. Under Our Pillows (6:14)
05. Friend of a Friend (4:35)
06. I Quit (5:32)
07. Bending Hectic (8:04)
08. You Know Me! (5:24)




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