R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Se esistesse una Santa Inquisizione Jazzofila, uno come Ethan Iverson sarebbe sicuramente dichiarato eretico. Soprattutto per il modo assolutamente spavaldo e irriverente con cui assembla ogni genere possibile, dal rock al classico, dal jazz-blues più tradizionale fino al pop. Istantanee degli anni’40 e altrettante fotografie di musica contemporanea americana vengono saldate insieme a costruire un album di misurate stranezze, per di più chiamato Technically Acceptable con un misto tra ironia e – falsa – modestia. I tempi dei Bad Plus sono finiti ma il gran spargimento di storie un po’ bislacche promosse da quel trio non si è certo arrestato coi lavori solisti di Iverson. Ad esser sincero il suo modo di suonare non mi aveva mai convinto del tutto, anzi, insieme al contrabbassista Reid Anderson e al batterista Dave King, ai tempi degli stessi Bad Plus, ero portato a dubitare che fra i tre fosse proprio il pianista l’elemento più brillante. Poi però la biografia di questo cinquantunenne musicista del Wisconsin ci racconta che è stato allievo di Fred Hersh e che attualmente è docente al New England Conservatory di Boston. Inoltre ha suonato nella sua carriera con gente come Lee Konitz, Mark Turner, Ron Carter, Joshua Redman, Tom Harrell…E a proposito di Harrell, è stato proprio l’album registrato dal vivo al Village Vanguard con questo trombettista – Common Practice (2019) – a far vacillare le mie deboli convinzioni e a togliermi definitivamente dell’infondatezza dei miei pregiudizi. Quello di cui però son certo e su cui non cambio idea è l’aspra eterodossia di Iverson, il suo universo strampalato e giocoso – più che sperimentale – che me lo fa raffigurare come una sorta di Frank Zappa certamente più posato ma ugualmente imprevedibile e, almeno alle mie orecchie, sufficientemente iconoclasta.

Non tanto e non solo nella forma musicale, quanto nel progetto che anima le sue scelte. Prendiamo come esempio lampante proprio questo suo ultimo lavoro, Technically Acceptable. I primi sette brani sono condotti in trio insieme al contrabbassista Thomas Morgan e al batterista Kush Abadey. Per quello che riguarda i pezzi rimanenti, tranne una parentesi con il theremin di Rob Schwimmer, Iverson si accompagna con un’altra base ritmica costituita da Simon Wilson al contrabbasso e Vinnie Sperrazza alla batteria. Fin qui non ci sarebbe niente di particolarmente strano, a parte che gli ultimi tre brani – al netto di due cover di cui parleremo più avanti – fanno parte di una Piano Sonata, bellissima peraltro, ma assolutamente non sinottica con il resto dell’album. In vena di stranezze, se mi avessero proposto un test a cieco, confesso che non sarei riuscito a capire di essere di fronte ad un unico pianista e compositore presente lungo tutta la durata del disco. Iverson continua a trasformarsi, a cambiar le carte in tavola, passando con noncuranza da una canzone di Roberta Flack ad una sonata che rimanda all’American Classic, trascorrendo per quella materia cangiante e incessantemente mutevole che continuiamo a chiamare jazz. La sua è una pervicace, benevola provocazione, un atto di forza basato su un enciclopedismo di riferimenti colti che mette l’ascoltatore all’angolo. Lo spirito irrequieto delle sue proposte si manifesta attraverso un continuo rimaneggiamento delle strutture in una specie di ars combinatoria, ottenendo così concomitanze musicali inaspettate e desuete. I due trii non si scompongono più di tanto e non danno luogo a discese atonali agli inferi sonori semplicemente perché sarebbero superflue. I musicisti lavorano non tanto su brani ad ampio respiro ma più che altro si ha l’impressione che annodino tra loro segmenti diversi, un complesso di frazioni che si moltiplicano e si elidono per matematica semplificazione, portando comunque a casa il fine dell’unità compositiva. Non tutto riluce, in questo album, vi sono infatti momenti, e li vedremo successivamente, a mio giudizio un po’ più discutibili.
L’analisi dei brani inizia con Conundrum che in inglese significa enigma. Il brano sale di quota quanto più lo si ascolta e se ne possono decriptare i legami tra i singoli componenti costitutivi. Un inizio molto classico ed enfatico, più di stampo europeo che non americano, che torna più volte a riannodarsi con dei bridge e a farsi trascinare ritmicamente verso la veloce scala finale. Un po’ di fiatone, nel seguire questo primo indizio, ma non è niente rispetto al pezzo successivo, Victory is Assured (Alla Breve) che si presenta inizialmente come un curioso assemblaggio tra Bach in versione jazzy così come lo avrebbe interpretato Loussier e un Bud Powell impegnato in un boogie-blues sotto forma di piano-stomp. Corre veloce, Iverson, con i suoi sodali che lo inseguono nelle progressioni armoniche e negli assoli be-bop. Arriva la title-track Technically Acceptable e qui si avverte l’impronta di Duke Ellington e delle sue accattivanti costruzioni armoniche, compreso il repertorio di pause e rallentamenti tipico del pianismo del Duca. Ma c’è anche qualche spunto alla Monk per cui il brano procede a vampate, con una compostissima parte ritmica alle spalle – da segnalare il classico walking bass di Morgan – mentre Iverson si diverte sulla tastiera a improvvisare le sue cuciture tra i vari frammenti. Se nei due brani precedenti si correva, qui si cammina stando ben attenti a dove si mettono i piedi e anche le parentesi dedicate all’improvvisazione sembrano infine più rilassate. Who Are You, Really? possiede un piccolissimo preludio teso tra classicismo e gli affettuosi passaggi delicati di Vince Guaraldi dedicati ai suoi Peanuts. C’è un anima swing e blues che sembra urgere tra le note mentre Iverson pare irriderla quasi per gioco. Un gran lavoro della parte ritmica mantiene un tono di fondo di ponderato buonumore e insomma, si avverte tra le righe la qualità tecnica e creativa dell’Autore che sta dimostrando di essere qualcosa di più di un semplice, accettabile pianista.

The Chicago Style è uno di quei pezzi di difficile collocazione che tanto divertono Iverson quando cambia stile e direzione. Il brano si avvale di una strana sovrapposizione tra una sequenza di accordi che ricordano Trenet e la sua Que Reste-t-il de Nos Amours e un morbido andamento di tessiture sfuggenti, molto libere e sognanti. In It’s Fine to Decline c’è molto Monk tra le virgole, in una traccia che si contorce come una serpe in un complesso di impulsi caotici, un pidgin di linguaggi assemblati che a volte vorrebbe essere un blues ed altre solo il diavolo sa cosa. Possiamo dire di tutto ma certamente non che non ci si diverta di fronte all’anarchica fantasia dell’Autore. The Way Things Are rallenta i ritmi e fa calare un poco più di ordine in un brano dove si riesce a cogliere – e questo fa parte secondo me del divertimento – persino qualche sporadico accenno beatlesiano – Hey Jude!! – ed uno spirito gospel che sembra pervadere l’intera composizione con una certa leggiadria. Con Killing me Softly With his Song si trae un lungo respiro melodicissimo, una sorta di pausa ombrosa e fresca tra le spesso tumultuose vicende armoniche di Iverson. Misterioso, però, come il brano arcifamoso di Fox e Gimbel reso noto dalla Flack, resti in fondo tale e quale, come una recitazione a memoria della linea melodica, con solo brevi e sporadiche riarmonizzazioni. Il sito della Blue Note, l’etichetta che pubblica questo album, sostiene che Iverson abbia ascoltato per la prima volta questa canzone non dalla stessa Flack, bensì da un altro famoso pianista jazz, Hampton Howes, che ne ha offerto una propria versione nel suo Lp At the Piano del 1976, cioè tre anni dopo il successo planetario di questo brano. Ma se si ascolta Howes, si avverte come egli ne diede una revisione più completa e largamente riarmonizzata. Quando ho letto che questa traccia era nella scaletta dell’album mi aspettavo sfracelli, fuochi d’artificio, attentati bombaroli e invece…no. Una piacevolissima parentesi, giusto prima della improponibile versione di Round Midnight. Il tanto evocato Monk si è alfine manifestato in uno dei suoi brani più iconici. Ma la domanda mi sale spontanea alle labbra: cosa mai gli sarà venuto in mente, a Iverson, di affidare al theremin del pur bravo Schwimmer, la melodia portante di questo pezzo? L’imitazione della voce umana sarà pure impressionante ma è nello stesso tempo insopportabile. Passiamo oltre senza indugio e arriviamo a The Feeling is Mutual. Anche Iverson ha dunque i suoi momenti malinconici, espressi in questa serenata agrodolce che sconfina in una melodia pop ma che comunque mantiene una propria soppesata dignità. La batteria detta i tempi di uno slow e il contrabbasso sembra limitarsi a sottolineare le note fondamentali degli accordi e poco più. Un brano molto piacevole, monotimbrico, fatto di poche note e lavorato nei suoi termini essenziali. Finalmente arriviamo al primo movimento, l’Allegro Moderato della tripartita Piano Sonata dove il pianoforte resta in splendida solitudine. Qui possiamo veramente tastare il polso più autentico di Iverson e realizzare ciò di cui è effettivamente capace e non solo tecnicamente. Una mirabile sequenza di note gravi del piano s’incrocia con gli spunti interessanti della mano destra del pianista. La struttura armonica, piuttosto complessa, scivola tra elementi che rimandano ad Aaron Copland per quello che concerne la parte più classica, con qualche ricordo di Gershwin e tutta la geografia jazz più all’avanguardia dagli anni ’90 ad oggi. Segue l’Andante in cui le note si diradano, sospese tra atteggiamenti piuttosto melodici e cambi di tono in direzione blues. Il nerbo compositivo, questa volta più vicino allo stesso Gershwin, non ha cedimenti, anzi evita il monocordismo coi suoi continui salti laterali, le frasi musicali si accendono e si spengono diluendosi le une nelle altre. Il Rondò sembra omaggiare in parte il periodo tra gli anni ’20 e ’30 del novecento, spesso interrotto da bruschi accanimenti sulle note basse del piano. Echi di musiche popolari, ancora qualche spiffero di blues, largo uso di ottave simultanee per dare corpo tridimensionale alle sonorità un po’ retrò del tema principale. Memorabile il finale, dopo il gran pavese dello stesso tema, con lo sfiorire attenuato delle settime aumentate sugli ultimi due accordi.
Si dileggia un poco il concetto di normalità, in questo album. Si stravolge anche l’equilibrio che siamo abituati a cogliere in questi ultimi anni nelle formazioni di piano trio. Qui c’è un leader indiscusso che è appunto Iverson e ovviamente dei bravi comprimari che si danno da fare per sostenere al meglio i camaleontismi formali del compositore. Non c’è democrazia, per quello che può valere questo termine all’interno del contesto del trio, nel senso che c’è un uomo solo al comando che detta le sue soluzioni stilistiche, ovviamente spiazzanti. L’album non perde di densità – a parte l’infelice momento di Round Midnight – e risulta, nel suo complesso, simpaticamente scorbutico. Ma personalmente sono contento di avere compreso, almeno voglio sperarlo, gran parte del senso musicale di questo artista che mi appariva fino ad oggi, nonostante tutto, ancora un po’ nebuloso.
Tracklist:
01. Conundrum (1:31)
02. Victory is Assured (Alla Breve) (2:39)
03. Technically Acceptable (4:19)
04. Who Are You, Really? (3:25)
05. The Chicago Style (2:37)
06. It’s Fine to Decline (2:59)
07. The Way Things Are (3:51)
08. Killing Me Softly With His Song (3:50)
09. ‘Round Midnight (4:22)
10. The Feeling is Mutual (4:15)
11. Piano Sonata: Allegro Moderato (6:30)
12. Piano Sonata: Andante (4:10)
13. Piano Sonata: Rondo (4:42)




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