R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Alla fresca età di ottantacinque anni, il batterista Billy Hart, nato a Washington D.C, sontuoso musicista che si è esibito con tutti i nomi importanti del jazz mondiale, ha ancora la lucida energia di presentare questo nuovo lavoro intitolato Just. Si tratta di un album non difficile all’ascolto ma sufficientemente complesso da renderlo non molto immediato e che richiede una certa capacità immersiva per poterne cogliere soprattutto le differenze compositive, equamente distribuite tra i componenti del suo quartetto. Il gruppo è quindi costituito dal pianista Ethan Iverson – leggi qui – compositore dalla penna raffinata e dalla mente aperta, dal tenor-sassofonista Mark Turner – vedi qui – musicista dal fraseggio nitido e dal contrabbassista Ben Street – leggi qui e qui. Hart, storicamente, è considerato un batterista come si suol dire di polso, per sottolineare la sua leggerezza di battuta e la capacità poliritmica. La Storia parla di una gavetta lunga e ibrida, avendo iniziato nei primi anni ’60 nel r&b con Otis Redding e Sam & Dave.

Ben presto però si orienta al jazz accompagnando ad esempio l’organista Jimmy Smith e la chitarra di Wes Montgomery. Negli anni ’70 Hart incrocia il sestetto di Herbie Hancock, poi suonerà con Stan Getz allungando pian piano la lista delle sue collaborazioni aggiungendo i migliori nomi della scena americana, da Miles Davis a Wayne Shorter, da Joe Zawinul a McCoy Tyner e poi affiancando gente come Oscar Peterson, Kenny Barron, Paul Bley ecc… La sua lunga discografia comporta incisioni da solista, in trio, in quartetto e innumerevoli collaborazioni eterogenee. Riguardo a Iverson, debbo dire che invecchiando – relativamente, il pianista ha solo cinquantun anni… – la sua qualità tecnica e l’inventiva nelle composizioni è cresciuta esponenzialmente rispetto al periodo Bad Plus, e in effetti i brani migliori, a mio personale giudizio, sono proprio i suoi. Si alludeva, poco sopra, ad una certa instabilità caratteriale di questo album, che attraversa infatti vasti territori jazz non omogenei, passando stilisticamente da ballate strutturalmente semplici ad episodi più all’avanguardia, non tralasciando accenni swinganti e bluesy, tutti cuciti assieme dalla costante capacità di Hart di essere il collante tra i momenti fissati sul pentagramma e gli episodi di improvvisazione più libera. Parliamo non tanto di lessico hard-bop ma di moderno post-bop rivisitato sotto la lente della contemporaneità. Ciò che ne risulta è un lavoro corposo, materico, succoso di aromi armonici e melodici, più adatto ad un pubblico di navigati jazzofili che non ai neofiti del genere, che potrebbero arrendersi di fronte ai momenti più ostici. Del resto Hart è sempre stato un batterista attratto da situazioni multiformi, che ha suonato in vita sua tutto quello che poteva piacergli ed anche in questa circostanza spinge i suoi sodali verso una pars construens che non si pone limiti evidenti.
Si inizia con un brano che può portare fuori strada e creare false aspettative. Si tratta della splendida ballata di Iverson Showdown, classico pezzo melodico e dalle cadenze orecchiabili, adattabile ad ogni playlist, con un tema assassino destinato non solo a farsi ricordare ma caratterizzato anche dalla libertà dell’improvvisazione ben eseguita dai fraseggi spigliati del sax di Turner. In effetti il timbro strumentale del tenore sembra cucito ad hoc sopra lo schema armonico impostato da Iverson stesso che si trova a corrispondere in una specie di colloquio tra un tema ripetuto dal piano rilassato e la risposta più angolosa di Turner. Finale con coda pianistica rilassata dall’intenso profumo neoclassico. Ma se ci aspettassimo un brano sulla stessa scia di questo rimarremmo presto delusi. Infatti Layla Joy è un pezzo di Hart ripreso dall’album Enchance pubblicato dallo stesso autore nel 1977. L’inizio sembra un tema gospel accennato sia dal piano che dal sax con uno schema a rimando proposta-risposta. Un accordo grave di piano è l’accenno di cambiamento, l’atmosfera s’incupisce e si passa dal tema scritto all’improvvisazione. Le maglie strumentali s’allargano, Iverson costruisce delle linee d’accompagnamento basate su poche note, Turner esplora il cosmo con astrazioni sonore che entrano in dissonanze guidate insieme al pianoforte. Hart picchietta delicatamente sui piatti e Street s’allinea con singole note, almeno fino a quando una scala ascendente alla tastiera re-introduce il motivo tematico e consonante. Aviation è un brano turbinante di Iverson dalla costruzione hard-bop che lascia in memoria una sensazione di decollo imminente dopo l’accensione di motori immaginari legati allo straordinario unisono, tecnicamente ammirevole, tra sax e piano. La musica prende il volo nella libera improvvisazione soprattutto attraverso i convulsi fraseggi gioiosi di Turner e gli accordi pianistici che lo seguono nell’immediato. Anche l’assolo di Iverson trasmette una certa felicità connessa al sentimento condivisibile di libertà formale che anima il gruppo. Si chiude con il ritorno al torrido tema sincronico iniziale al fine di ottenere un atterraggio perfetto.

Segue ancora una composizione di Iverson, Chamber Music. Qualche tocco furtivo di batteria introduce il tema pianistico che lentamente si sfalda aprendosi ad una serie di note senza un apparente percepibile centro tonale. Si torna a viaggiare laddove non ci sono più strade segnate, suonando in una forma libera e volutamente dispersiva. Ma prima o poi si avverte l’esigenza di tornare ad un sentiero più visibile e così è, con il recupero tematico che chiude il brano. Ancora la mano creatrice di Iverson in South Hampton, un blues obliquo in stile Monk che inizia con un sincrono lento tra ritmica e pianoforte. Il sax di Turner adombra il brano con un primo inafferrabile sviluppo tematico mentre più leggibili sono i fraseggi tipicamente blues che seguono da parte del pianoforte. Il secondo assolo di Turner riporta l’ago della bussola più vicino al sentimento della tradizione rendendo questo brano caldo al punto giusto e probabilmente contribuendo a promuoverlo tra i più assimilabili dal pubblico. Arriva quindi il momento della title-track Just con un pezzo firmato Hart. Il tema viene esposto dal sax e come succede abbondantemente in altre tracce dell’album, c’è una netta discriminante tra scrittura e parte improvvisata. Si avverte infatti la decisa variazione strumentale ed è Turner che impazza col sax accentuando la velocità e le contorsioni dei suoi fraseggi. Grande lavoro di accompagnamento della ritmica mentre Iverson si mantiene moderatamente più defilato. Billy’s Waltz di Mark Turner è nello stesso tempo un omaggio sia al batterista Hart ma anche, con quell’incipit di sax ben riconoscibile, un altrettanto tributo al famoso Waltz for Debbie di Bill Evans che comparve nell’album omonimo dell’iconico pianista nel 1962. Comunque il brano procede poi in modo autonomo attraverso l’azzeccata improvvisazione coltraniana del sax e in secondo tempo dall’assolo in chiave tradizionale di Iverson. Questo pezzo è animato da un voluttuoso desiderio di restare nei paraggi di un impianto tradizionale ed è, nel contempo, uno tra i più godibili dell’intero album. Cambia di botto il clima con la seguente traccia sempre a firma di Turner, Bo Brussels, un imprevedibile sviluppo libero carico di dissonanze che sembrano suggerire una deriva utopica e visionaria. Francamente troppo sperimentale, almeno per i miei gusti e il sincrono molto tecnico della parte terminale tra piano e sax, nella sua algida acribia, non può risollevarne le sorti. Naaj proviene dall’album Rah del 1988 di Billy Hart, un lavoro a forte componente orchestrale che vedeva, tra l’altro, una super-formazione con Liebman, Eddie Henderson e Ralph Moore ai fiati e i due chitarristi Eubanks e Frisell. In Just questa traccia viene rivisitata modificandone non tanto la linea tematica, quanto proprio la ritmica, togliendo quell’impostazione simil-latina di stampo orchestrale che apparteneva all’originale. Dietro tutto questo c’è una certa rarefazione strutturale e una visione post-moderna che conferisce al sax la responsabilità maggiore di questo parziale cambio identitario. Comunque si tratta di un rifacimento interessante, un quasi blues sicuramente ibrido che a dimostra le abilità d’improvvisazione del gruppo e che non fa certo rimpiangere l’originale. Top of the Middle è un’altra prova di Turner in un tempo veloce che oserei definire anche swingante con il pianoforte che lavora molto su accordi pieni, numerosi salti di tonalità e parecchie deviazioni melodiche che rendono il brano ben poco lineare. La musica si riempie anche di batteria, al di là del ruolo predominante del sax, con numerosi stacchi ritmici. Sicuramente un’opera generosa e ottimamente suonata ma non tra le migliori dell’album.
Il carattere mercuriale di Just si traduce spesso nei fraseggi vigorosi esplicitati per lo più dal sax di Turner, alternati a pause più riflessive in cui è il pianoforte a lasciarsi condurre a trame più meditate. Il lessico mainstream viene qui quasi completamente liquefatto, proiettandosi in una parentesi a volte sperimentale, altre volte più tradizionale, ma pur sempre condotto con grande personalità esecutiva. Hart è il gran burattinaio di tutto questo operare e tiene le fila con un tecnicismo non ostativo allo sviluppo dei singoli brani. Come a dire che ad un batterista come lui basta la classe per transennare i limiti del suo sapere musicale, non avendo bisogno di innescare narcisistiche esplosioni ritmiche ad oltranza.
Tracklist:
01. Showdown (5:25)
02. Layla Joy (5:59)
03. Aviation (4:40)
04. Chamber Music (5:02)
05. South Hampton (7:05)
06. Just (3:55)
07. Billy’s Waltz (7:22)
08. Bo Brussels (4:48)
09. Naaj (4:47)
10. Top of the Middle (7:45)




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