R E C E N S I O N E


Recensione di Margherita Cattaneo

«Don’t let no one ever know about the burden that you’re smuggling. You dry your eyes at the gate to hide the struggling, the stories that you’re juggling, the fear you must be funnelling. Bury till you’re burrowing pain is such a funny thing».

Nel brano d’apertura An Illusion si descrive come un uomo innamorato di un’illusione, innamorato della vita che pensava avrebbe ottenuto diventando una star internazionale ma che scopre non esistere se non a scapito di convergenti compromessi morali e famigliari. È infatuato della vita che racconta a suo figlio, ma ben consapevole di come questa non coincida con la realtà. Ed è da qui che scaturisce la domanda alla base dell’album: dov’è la mia utopia?

Dal punto di vista musicale subito riconosciamo il ritmo sostenuto a cui siamo abituati, ma le sonorità sono decisamente meno essenziali, meno punk e più stratificate. È secondo Ryan il primo album dove contribuiscono pienamente anche Sam Shipstone (chitarra) e Jay Russell (batteria), mentre il debutto era stato costruito durante la pandemia principalmente da lui e James. Una situazione creativa ben diversa, unita all’esperienza data dal tempo passato a suonare insieme in tour dove i quattro si sono conosciuti meglio artisticamente.

Dalle questioni morali del brano d’apertura veniamo catapultati nella ritmata We Make Hits. Uno dei singoli dell’album, parla del compromesso al quale un musicista deve arrivare per avere successo e rendere una passione il proprio lavoro: fare delle hit. Inno all’amicizia, ricorda l’origine degli Yard Act e la loro voglia presente sin da subito di scoprire cosa succede dall’altra parte, nel mondo più mainstream dell’industria musicale. Parlano di un desiderio che molti artisti hanno ma pochi ammetterebbero, ovvero fare successo, però continuando a definirsi scherzosamente come anti-capitalisti, ben consapevoli dell’ipocrisia di tale affermazione.

L’album continua con la base scratchata di Down By The Stream, che ci riporta direttamente ai classici del primo hip hop. La storia raccontata è tratta liberamente dall’infanzia di James, infanzia che torna più volte all’interno del disco legata spesso al confronto tra sé stesso e suo figlio. Ed è così che dal fiume si arriva al mare, dove gli squali stanno aspettando: l’età adulta. In The Undertow James realizza come la sua decisione di essere un musicista abbia influito sulla sua presenza in famiglia. Temi pesanti, espressi da una voce trascinata a stento su degli archi melanconici. Si sente la stanchezza mentale e il peso emotivo che questa vita ha portato su di loro. Finalmente si arriva al ritornello, dove il ritmo incalza e la musica si colora di più suoni e percussioni: «what’s the guilt worth if you do nothing with it»? Un primo momento di svolta nell’album, uno sprazzo di positività nella disperazione: non ha senso prendere decisioni dalle difficili conseguenze se poi non si arriva realmente a qualcosa.

In Dream Job abbiamo invece una valutazione dell’industria musicale: con un tema più sociopolitico e vicino ai discorsi del primo album, si conferma come uno dei singoli più forti estratti da questo LP. Il lavoro dei sogni, fatto di compromessi e contraddizioni, dove le stesse persone che ti danno l’opportunità di fare musica su larga scala sono quelle meno interessate alla tua musica perché guardano solo al profitto economico che questa genera.

Dream Job è uno degli esempi più eclatanti dell’intenso utilizzo di tecniche di campionamento all’interno del disco, con un esplicito richiamo ad All Night Long di Lionel Richie nel ritornello finale. Questo album è infatti molto danzereccio, con una produzione che rimanda più al vecchio hip hop o al più recente dance pop che ad un’estetica punk come ci si aspetterebbe. Non che gli Yard Act siano estranei a questa pratica, siccome anche nel loro primo album in studio seppur più nascosta la possiamo ritrovare. Di certo ad aiutare con questa estetica c’è la mano di Remi Kabaka Jr., produttore e batterista virtuale dei Gorillaz.

In Petroleum vediamo cristallizzato il momento dove James si rende conto della realtà che sta vivendo. Scritta dopo aver toccato il fondo ad un concerto («I told the audience I was bored and I didn’t want to be there» racconta il cantante) parla di come quest’ottica consumeristica della musica non lasci spazio agli artisti di essere sinceramente loro, ma gli richieda di presentare una precisa versione di sé sempre e comunque. Il pubblico domanda l’esperienza per cui ha pagato, senza preoccuparsi che questa sia onesta. James riflette quindi su come ottenere un compromesso per parlare delle proprie sensazioni negative ma attraverso un prodotto ballabile e consumabile.

Questa maschera che le star sono costrette ad indossare ha creato non pochi problemi negli ultimi anni: non siamo infatti estranei a concerti o interi tour cancellati per salvaguardare la salute mentale degli artisti. Discutere questa situazione dal punto di vista dell’onestà propone una lettura illuminante: quando si va ai concerti, ci si aspetta che il prodotto sia della stessa qualità degli album registrati in studio se non maggiore, quindi che gli artisti siano in grado di provvedervi anche emotivamente. Purtroppo in questo modo quello che si ottiene non è onestà bensì finzione, l’artista diventa il mezzo per diffondere la propria immagine costruita invece che essere sé stesso e condividere la sua arte più genuina quando e come vuole.

Il tema della maschera viene riproposto nel brano dance When The Laughter Stops, che dipinge il complesso del clown triste, la paranoia degli ironici e ballerini Yard Act che si ritrovano a dover mantenere la facciata che si sono creati. Un altro dei singoli estratti dall’album, la band si fa accompagnare dalla voce di Katy J. Pearson che ci regala uno dei ritornelli più infettivi e identificativi del disco.

Il ritmo dell’album rallenta verso il finale con la lunga Blackpool Illuminations. Il brano che più mi ha stupito, inizia da una storia raccontata tratta dall’infanzia di James, accompagnata da vocii di sottofondo e una chitarra. Parla di come a causa di un incidente il cantante abbia perso da giovane la visione idilliaca di Blackpool, paese dove era solito andare con i suoi genitori. Le luminarie smettono di essere interessanti e inizia un periodo personale buio e disinteressato, apatico. Inizia a parlare però di barlumi di speranza che tornano, ma è a questo punto che la voce fuori campo chiede a James se stia raccontando la verità; la storia si spezza. James ammette che sta inventando delle cose, perché vuole dare speranza. Lui però sa che non esiste l’utopia da sempre agognata, ma con queste parole vuole aiutare suo figlio a superare i momenti più cupi, aiutare gli altri per far capire a sé stesso che non ha bisogno dell’utopia. Il finale della canzone vede suo figlio a Blackwood, dove James finalmente realizza che ha ottenuto tutto quello che voleva dalla vita, e si domanda perché si sia tanto preoccupato di come la gente avrebbe accolto il loro secondo album.

Where’s my Utopia? si conferma quindi come un album solido, che si merita più di un ascolto per essere realmente compreso e digerito. Funzionale su più aspetti, sia per ballare lasciandosi andare alle melodie infettive che per fermarsi e riflettere più a fondo sulla propria vita.

Tracklist:
01. An Illusion (3:36)
02. We Make Hits (3:03)
03. Down by the Stream (3:45)
04. The Undertow (4:02)
05. Dream Job (2:39)
06. Fizzy Fish (3:31)
07. Petroleum (3:40)
08. When the Laughter Stops (3:18)
09. Grifter’s Grief (3:19)
10. Blackpool Illuminations (7:28)
11. A Vineyard for the North (5:04)

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