L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo
Dopo essermi piacevolmente occupata qualche mese fa della recensione dell’ultimo album di Jany McPherson (da leggersi qui), non vedevo l’ora di riascoltarla live. L’apertura della XII edizione di Monza Visionaria, festival ideato da Musicamorfosi, grazie alla mente creativa di Saul Beretta, è stata affidata proprio a Jany che, con il suo “jazz solare”, come è stato definito sul programma, ha letteralmente illuminato la Sala degli Specchi della Reggia di Monza in un venerdì sera di per sé piuttosto grigio, meteorologicamente parlando. La serata era suddivisa in due distinti set, per accontentare le numerose richieste di pubblico, ed io ho scelto di partecipare al secondo, sicura che l’energia della travolgente cubana non sarebbe andata calando. Così è stato. Anzi, la Sweet Spicy Jany, dal titolo di uno dei suoi brani più recenti, ha saputo, a detta dei presenti ad entrambi i set, arricchire con nuove saporite sfumature un ‘piatto’ già molto ricco e prelibato.

Il concerto era composto da estratti dagli ultimi due album: Solo Piano! (2020) e A Long Way (2023), entrambi prodotti da Gianluca Di Furia, oltre a qualche evergreen come la canzone popolare cubana Quizás, Quizás, Quizás di Osvaldo Farrés e le statunitensi Maybe You’ll Be There di Rube Bloom e Somewhere Over The Rainbow di Harold Arlen, il tutto naturalmente impreziosito da fantasiose improvvisazioni.
L’inizio è stato con Space Taxi e Mi Mundo, da Solo Piano!, e subito un’ondata di ritmo coinvolgente ha animato la sala e lasciato la sua aura di contagiosa allegria, tipica della solarità cubana della coautrice con Dominique Viccaro. A seguire il primo “omaggio”, come Jany stessa lo ha definito, a brani altrui con la sopra citata Maybe You’ll Be There, in cui la sua anima jazz si è materializzata sia nel pianismo che nel canto, conducendo verso l’atmosfera più malinconica di A New Star In The Sky (for Tito), ancora da Solo Piano!, dedicata ad un caro amico “andato via troppo presto”. La compositrice, guardando il cielo limpido notturno, ha immaginato che lui sia diventato una stella e gli ha dedicato questa danza lenta e commovente. Si è percepita molta emozione nella voce di Jany mentre condivideva questo ricordo.

Da qui in poi, sono stati presentati pezzi tratti dall’ultimo album, cominciando proprio dalla title track A Long Way, che riassume in musica varie tappe della vita della talentuosa pianista nata e cresciuta a Guantánamo e trasferitasi a 23 anni in Francia per inseguire i propri sogni artistici, con “fede e coraggio”. Costantemente sorridente, Jany ha comunicato, e non solo a parole, la felicità di trovarsi in un luogo indiscutibilmente da sogno: un palazzo in stile neoclassico, progettato da Giuseppe Piermarini e costruito verso la fine del XVIII secolo, abbastanza vicino alla capitale italiana della moda da indurla a ricercare nel suo armadio un abbigliamento adeguato. In effetti, era molto elegante senza risultare eccessiva: un abito smanicato e discretamente scollato a punta, corto sopra il ginocchio, con la gonna a pieghe piatte, nei toni prevalenti dell’oro, rosso e celeste ed un paio di decolleté rosso metallico a slanciare la bella figura. Grandi cerchi dorati ai lobi delle orecchie sprizzavano bagliori fra la folta chioma agitata accompagnando i tocchi più energici sul pianoforte. Vorrei evidenziare che la versatile pianista si è trovata sotto le dita i tasti del Gran Coda Tallone N.1, cioè il primo strumento costruito dal liutaio Cesare Augusto Tallone nel 1966, un vero ‘pezzo da museo’ che ha aggiunto ulteriore unicità a questa data monzese.

Il brano successivo, fra i miei preferiti, da inguaribile romantica, è stato Te Dejo Ir il cui sottile messaggio, ha spiegato Jany, è che quando si ama bisogna anche saper “lasciare andare”. La sua voce potente e carica di ardore si è addolcita nel finale invitando tutto il pubblico a vocalizzare e cantare insieme a lei. Poi sono seguiti Tú, ancora nella scia poetica e sentimentale, e, dopo un lungo sospiro, le conosciutissime note di Quizás, Quizás, Quizás si sono levate nella sala, gremita fino all’ultimo posto disponibile, dapprima rispecchiando la versione ‘classica’ e poi arricchendola di efficaci sonorità jazz. Per finire El Vals De Los Apasionados e, dopo i canonici ringraziamenti generali, non totalmente scontati, Fire In My Hands giusto per chiudere il cerchio e tornare alla caratteristica grinta iniziale. Le tracce provenienti dall’ultimo album, inciso in trio, con in più due prestigiosi ospiti, non sono affatto risultate impoverite dall’assenza dei colleghi, tanto il suono e lo stile pianistico esuberante della McPherson sono sufficienti a dar loro forma.
A questo punto, nonostante un’ombra di stanchezza sul viso dell’artista che, seppure con un intervallo, aveva già suonato con vigore per oltre due ore, Jany non si è sottratta alla richiesta di un encore e, “raccogliendo le energie” ha cercato nel suo ‘archivio storico’ un ultimo standard che non fosse troppo infuocato: dopo una lenta improvvisazione iniziale, pian piano si è rivelata Somewhere Over The Rainbow ed è stata la migliore buonanotte che si potesse desiderare… per la serie #eiovadoadormirefelice












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