L I V E – R E P O R T


Articolo di E. Joshin Galani, immagini sonore di Stefania D’Egidio

È alla lezione sul temporale dell’Hagakure che penso, quando finito il concerto, sotto una pioggia torrenziale, mi avvio al parcheggio. Non ho affrettato il passo nell’intento di bagnarmi meno e neanche lasciato la postazione quando sul garage pop dell’ultima song in scaletta Don’t Look Back Into the Sun lo scroscio dell’acqua si è insinuata ovunque, anche negli occhi, facendo perdere visuale, nonostante la transenna. Ho sorriso per l’ironia del titolo vista la situazione, e mi sono goduta completamente questo live che aspettavo da vent’anni. Per svariate ragioni non sono mai riuscita a vederli, ma stasera eccomi qui, al Magnolia per ascoltare dal vivo brani che nella mia vita hanno fatto da colonna sonora.

L’opening act è dei milanesi Milanosport, che hanno presentato il loro primo album “Concrete” prodotto da Marco Fasolo, uscito lo scorso Marzo. Affascinante il loro synth pop, riaggiornato ai nostri giorni. Forti di un tour europeo dello scorso anno, e dell’assegnazione del “Stewe Strange Awards”, si sono esibiti nel loro mix di diverse influenze, tra shoegaze e post punk, in maniera decisamente convincente.

Super puntuali sul palco alle 21,30 Pete Doherty, Carl Barât, John Hassall e Gary Powell pronti a presentare dal vivo i brani estratti dal nuovo album All Quiet On The Eastern Esplanade. Che sia un momento di coesione e pace per la band non è solo una dichiarazione di Pete all’uscita della nuova pubblicazione, ma un’evidenza palpabile tra i quattro. Lontanissimi i tempi tumultuosi, gli eccessi; mi torna in mente la mostra del 2010 “It’s Not Only Rock’n’Roll Baby!”, in Triennale Bovisa dove le opere esposte di Pete erano disegnate col sangue… via, via, tutto lontano, passato… Questo presente è bellissimo, Up the Bracket – brano omonimo del loro album di debutto – apre col botto il live set, accoglienza da boato, i suoni sono perfetti, nitidi, così come le voci. Completo elegante con cappello per Pete, jeans e chiodo per Carl, che presto abbandonerà, rimanendo in una canotta molto meno cool.

Da subito, come per tutto il live, Pete e Carl non ci fanno mancare le doppie voci con un solo microfono, vicinissimi, quasi a baciarsi, con quell’immagine di complicità e vicinanza diventata iconica e resistente al tempo. Dal loro primo disco del 2002 proseguono con Vertigo e successivamente il singolo Run Run Run estratto dal loro ultimo album uscito ad Aprile. “Shoop shoop, shoop de-lang de-lang!” Ecco che arriva – cantata da Carl – What Katie Did dedicata (si disse) alla modella Kate Moss, per un periodo compagna di Pete Doherty. Sono elettrizzata e felice che l’arrangiamento sia stato mantenuto intatto, sprigiona tutta la sua bellezza. Il passato si mescola perfettamente con il presente di Merry Old England una delle perle del nuovo album. C’è un pubblico prevalentemente giovane, molti dei presenti forse non erano ancora nati quando debuttavano The Libertines, ma conoscono bene i brani. La loro presenza dà speranza che la curiosità e cultura musicale possa percorrere anche le strade del brit pop degli anni 2000.

The Libertines, ragazzi promettenti, credibili, verosimili… mi commuovo su What Became of the Likely Lads, a distanza di anni, su questo palco i ragazzi sembrano dare la risposta. Last Post on the Bugle inaugura le pogo songs, ho un “cuscinetto boy” dietro che mi protegge e mi chiede scusa quando mi spinge nell’incandescenza. Anche il pogo ha un’irruenza gioiosa, lontano dal pretesto per esprimere aggressività. Horrorshow chiude la sessione. Una decina di chitarre di fianco a Pete si alternano nei brani, al cambio Doherty le lancia in aria per qualche metro, prontamente prese a lato palco. È la chitarra più eterea a cullarci con la dolcissima Music When the Lights Go Out e sarebbe stato fantastico proseguire in questo soft mood con Man Wit The The Melody ma purtroppo non è stata inserita in scaletta. Spesso la band si compatta davanti alla batteria. La coesione è proprio perfetta. Trovo da sempre la voce di Pete molto coinvolgente, mi sarebbe piaciuto sentirla un po’ di più in questo live, l’ho apprezzata molto anche nell’incantevole progetto con Frédéric Lo. (qui la nostra recensione). Una manciata di canzoni per la seconda generosa uscita sul palco, What a Waster e Don’t Look Back Into the Sun chiudono la tornata.

Un live ineccepibile, gioioso, ci ha fatto volare e non era solo nostalgia, piuttosto l’incanto del passato permeato nel presente. La band è consolidata e rafforzata; senza eccessi ci ha preso per mano e accompagnati nella loro forza attuale. Forza che abbiamo ricambiato, rimanendo sottopalco come ‘samurai del brit pop’, con la testa immersa nel suono, nonostante la bomba d’acqua.

Setlist:
Up the Bracket
Vertigo
Run, Run, Run
Night of the Hunter
What Became of the Likely Lads
Shiver
What Katie Did
Merry Old England
Last Post on the Bugle
Death on the Stairs
Music When the Lights Go Out
Horrorshow
Heart of the Matter
Can’t Stand Me Now
Time for Heroes

Bis
Gunga Din
The Good Old Days
Songs They Never Play on the Radio
What a Waster
Don’t Look Back Into the Sun

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