L I V E – R E P O R T


Articolo di Arianna Mancini e Michela Fiorucci

“Quelle due ore sul palco sono intense e concentrate e c’è una sensazione di suprema possibilità metafisica dove tutto può accadere, e spesso accade. Quando mi esibisco, provo una vitalità in cui mi sento vicino ai vivi e ai morti. Sembra che lo spettacolo offra sia alla band che al pubblico momenti di acuta intimità spirituale e comunione (…)”.
[Nick Cave, The Red Hand Files, issue #301, October 2024].


I due maxischermi laterali al palco proiettano la scritta Wild God, mentre in undicimila, mano a mano, entriamo al Forum di Assago per assistere all’unica data italiana – sold out da tempo – del tour europeo di presentazione dell’ultimo disco di Nick Cave and The Bad Seeds (qui la recensione).
Sono passati sette anni dall’ultimo concerto di Milano e due dall’ultimo in Italia. Mentre la platea si sta riempiendo, a riscaldare l’atmosfera ci sono i Murder Capital, formazione post-punk irlandese con due album all’attivo e un nuovo singolo – Can’t Pretend To Know – di recente uscita.

Sono quasi le 21 e già si percepisce un grande, elettrico senso di attesa.
Siamo in tanti, per lo più sconosciuti gli uni agli altri, eppure complici e intimamente connessi, poiché sappiamo bene che stiamo per assistere a qualcosa di magnetico, potente, catartico e incredibilmente intenso che ci travolgerà. Sarà una lunga, bellissima notte.
Sul palco dalla scenografia minimale, con il pianoforte al centro della scena, il primo colpo d’occhio va verso i quattro coristi gospel – tre donne ed un uomo – (Miça Towsend, Wendi Rose, Janet Ramus e T Jae Cole) in tuniche bianche luccicanti che, da una pedana sopraelevata posta dietro ai musicisti, sotto un fascio di luce azzurro intenso, anticipano ieratici l’ingresso di Nick Cave con l’attacco di ‘Frogs’. In abito scuro, elegantissimo, con incedere calmo e flessuoso, aprendo le braccia nello slancio di un lungo abbraccio e di un bacio, Nick Cave percorre sorridente tutta la passerella rivolto verso il pubblico, il suo amatissimo pubblico.
Non ci sono barriere di sorta tra il fronte del palco e la platea, ma una continuità voluta: per tutta la durata del concerto (più di due ore e mezza), ad esclusione di alcuni toccanti momenti al pianoforte, lo vedremo cercare gli sguardi e chiamare a sé, una per una, vigorose e lunghe strette di mano, talvolta con fare giocoso e ironico. Lo vedremo più volte riemergere dalla platea sorretto da moltitudini di braccia tese, in un continuo scambio fisico ed emotivo.


Mentre il ledwall posto sul retro dell’allestimento proietta alcune frasi del primo brano con lo stesso font della copertina dell’album (“Amazed of love”, “Amazed of pain”, “Kill me”), il nostro sguardo va a cercare gli altri componenti di questa band straordinaria. A destra del palco ci sono il sodale, direttore d’orchestra e polistrumentista Warren Ellis (violino, chitarra, sintetizzatore) e Carly Paradis (tastiera), più al centro Jim Sclavunos (vibrafono e percussioni), a sinistra George Vjestica (chitarre). La sezione ritmica storica dei Bad Seeds – composta da Thomas Wydler (batteria) e Martin P. Casey (basso elettrico) – è purtroppo assente per motivi di salute; al loro posto troviamo Larry Mullins degli Swans ed ex membro dei The Stooges (batteria) e Colin Greenwood dei Radiohead al basso.
Dopo il finale di Frogs, brano sulla natura fugace della felicità e dei legami dell’esistenza terrena – con un tributo a Kris Kristofferson, di cui Nick Cave ha adorato la sensualità e la “meravigliosa desolazione spirituale” della musica – è la volta di Wild God. La title track culmina in un crescendo
nell’ invocazione “Bring your spirit down” affidata alla voce solista di Nick Cave e al coro gospel. A seguire, la bellissima Song of the Lake, che abbiamo amato molto nella versione in studio e che, dal vivo, come tutti gli altri brani del disco, sembra assumere una dimensione più monumentale.


Un momento di grande commozione precede il quarto brano Oh Children, con il quale si torna indietro di più di vent’anni. Nick Cave racconta di averlo scritto guardando i suoi bambini giocare, pensando che avrebbe dovuto proteggerli per sempre. In questo momento, sulle prime note della canzone, mentre il palco si tinge di rosso in tutte le sue sfumature, la nostra mano va sul cuore. La stessa grande commozione ritornerà anche durante l’esecuzione di Bright Horses e in quella di I Need You; nell’intensa inquadratura in primo piano proiettata in bianco e nero nel ledwall, ci è sembrato di scorgere il suo volto solcato dalle lacrime. Il dolore sembra farsi corpo sonoro, toccando il cuore di tutti noi, in uno smarrito lamento in cerca di un punto d’approdo “When the one you love is gone/ it’s still in me/ Baby I need you/ In my heart/ I need you/ Cause nothing really matters (…)Just breathe/ I need you”. Ma con la presentazione della canzone successiva: “This song is about a girl named Bee”, sappiamo già tutti di essere tornati ai tempi di Push the sky Away, e Jubilee Street risveglia tutti i demoni scritti nel libro nero menzionato nel testo. Cave non si dà pace, si muove fra pianoforte, fronte palco e pedana. La sua presenza scenica è magnetica e carismatica: mimica, passione, sacralità e teatralità traspaiono in ogni momento.


L’esecuzione dei brani del nuovo disco (ne suoneranno nove su dieci) è intervallata da pezzi storici e più recenti, ma ormai irrinunciabili ed entrati nel repertorio più classico di Nick Cave. La visionaria From her to Eternity, dal primo album omonimo, è un’immersione angosciante nel desiderio, con Cave che interpreta il testo, scritto insieme ad Anita Lane, con intensità viscerale. L’iconica Red Right Hand inizia con un serpeggiare lento prima dei colpi netti e sostenuti delle incisive percussioni di Jim Sclavunos, con quel rintocco indimenticabile già dal primo ascolto. La tesa e apocalittica Tupelo, ispirata al brano omonimo di John Lee Hooker, è un omaggio all’amatissimo Elvis Presley e alla sua città natale: “Where no bird can fly no fish can swim (…) Until the King is born”. La potente The Mercy Seat è la narrazione degli ultimi pensieri di un condannato a morte; è un’autentica esplosione di suoni e rumori che vanno in crescendo fino al finale: “And anyway I told the truth/ But I’m afraid I told a lie“.
La chiusura è affidata alla monumentale versione di White Elephant, con i coristi che scendono per l’unica volta dalla pedana e raggiungono sul fronte palco Nick Cave, mentre porge il microfono al pubblico sorridendo.
In questo andirivieni fra passato e presente siamo tutti consapevoli di essere al cospetto di uno dei più grandi performer viventi. 


Il set del bis comprende quattro brani eseguiti senza interruzione.
Il primo è O Wow O Wow How wonderful She is, dedicato alla compianta Anita Lane. Viene eseguito durante la proiezione di un delicato video in bianco e nero in cui si vede una giovane e bellissima Anita muoversi su una scogliera, con i lunghi capelli mossi dal vento. Come nella versione in studio, il brano si conclude con la voce di lei registrata durante una telefonata tra i due.
Il secondo brano è Papa Won’t Leave You, Henry, serrata e autentica voragine di fuoco; a seguire The Weeping Song, altra dedica celata, che riporta inevitabilmente alla memoria la lunga collaborazione con Blixa Bargeld.
Into My Arms chiude i bis, con Cave solo al pianoforte che invita il pubblico a cantare uno dei suoi brani più intimi.

Quando le luci si sono accese, e le ultime note sono svanite nell’aria, accompagnate da grida e da applausi interminabili, è stato evidente che avevamo assistito ad uno spettacolo unico, con un raro equilibrio di sintesi degli opposti: eros e thanatos, ombre scurissime e luci abbacinanti, sofferenza e gioia. Nick Cave e i Bad Seeds ci hanno fatto dono del proprio talento e della loro anima e noi, con il cuore colmo di gratitudine, gli abbiamo restituito una parte della nostra.
Sono state due ore e quaranta di pura catarsi collettiva, in cui ogni sguardo, ogni gesto, ogni voce e ogni singolo accordo, hanno costruito un ponte invisibile tra il palco ed il pubblico; uno spazio sacro in cui perdersi e ritrovarsi.
Le vibrazioni di questa notte resteranno scolpite nel cuore e nella memoria come una promessa di eternità, e siamo certe che il ricordo continuerà a vivere in chi l’ha vissuta: ‘From “herE” to Eternity’.

Scaletta
01. Frogs (Wild God, 2024)
02. Wild God (Wild God, 2024)
03. Song of the Lake (Wild God, 2024)
04. O Children (Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus, 2004)
05. Jubilee Street (Push the Sky Away, 2013)
06. From Her to Eternity (From Her to Eternity, 1984)
07. Long Dark Night (Wild God, 2024)
08. Cinnamon Horses (Wild God, 2024)
09. Tupelo (The Firstborn Is Dead, 1985)
10. Conversion (Wild God, 2024)
11. Bright Horses (Ghosteen, 2019)
12. Joy (Wild God, 2024)
13. I Need You (Skeleton Tree, 2016)
14. Carnage (Carnage, 2021)
15. Final Rescue Attempt (Wild God, 2024)
16. Red Right Hand (Let Love In, 1994)
17. The Mercy Seat (Tender Prey, 1988)
18. White Elephant (Carnage, 2021)
Bis
19. O Wow O Wow (How Wonderful She Is) (Wild God, 2024)
20. Papa Won’t Leave You, Henry (Henry’s Dream,1992)
21. The Weeping Song (The Good Son, 1990)
22. Into My Arms (The Boatman’s Call, 1997)

Il tour proseguirà in Europa fino al 17 novembre 2024 (Accor Arena di Parigi) e riprenderà per le date del tour nordamericano il 15 aprile 2025 a Boston per concludersi a Pasadena il 17 maggio 2025.

Photo © Francesco Prandoni, grazie ad Unipol Forum

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