R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si viaggia attraverso un doppio canale semantico in questo terzo album del ventisettenne statunitense Immanuel Wilkins. Il suo sax contralto, straordinariamente maturo per la giovane età, insegue in parte le tracce di quell’indignazione emersa nel primo lavoro Omega del 2020, dove si avvertiva un giustificato risentimento verso la somma di ingiustizie sociali che la popolazione afro-americana ha subito nel corso del tempo. Ma già nel secondo album 7th Hand (2022), – vedi qui – affiorava un atteggiamento compensatorio che prevedeva un percorso più spiritualista, comprensivo anche di un focalizzato senso d’attenzione alle origini storiche dei propri antenati. Questa caratteristica, peraltro attualmente evidenziata in molti altri artisti statunitensi e sudafricani, si era in parte mescolata allo stato d’animo del precedente Omega, attenuandone le naturali asperità. In questo ultimo Blues Blood sembra che le due componenti sopra accennate continuino in parte a coabitare ma il tono dell’intero album possiede una serenità e una dolcezza tale per cui l’ago della bilancia sembra orientarsi decisamente per una visione più contemplativa e interiorizzata. E tutto questo nonostante il titolo dell’album faccia riferimento ad un brutale fatto di cronaca avvenuto nel 1964, quando alcuni giovanissimi ragazzi neri vennero ingiustamente accusati ed incarcerati per un omicidio non commesso. Furono picchiati dalla polizia e il termine blues blood si riferisce non solo ad un intuibile, musicalmente astratto blues sanguigno ma anche più prosaicamente ai lividi bluastri e sanguinanti provocati dalle botte. A parte il riferimento a questo titolo, la musica è lontana da immagini di violenza o di rabbia.

Il tema del sangue, comunque, è visto non tanto in termini di sofferenza o di denuncia sociale quanto come legame genetico e generazionale con l’Africa, da cui proviene l’impronta ancestrale della comunità nera statunitense. Il sangue come elemento storico, quindi, il filo in grado di ricucire la narrazione tra i singoli individui di un intero popolo. Ed è quindi la nostalgia il convitato di pietra di questo album, una musica che contiene la ragione necessaria di questo progetto, un ritorno di ricordi anche personali dell’Autore con rimembranze che vanno al di là della sfera autonoma e individuale, per sfociare ad esempio nel blues-gospel finale della splendida title-track che conclude l’album stesso. Pur non dimostrando una stabile vitalità umorale né una precisa impronta politica, il clima complessivo possiede un deciso elemento di attenzione sociale, anche se calato in un un avvolgente sentimento lenitivo di soavità, probabilmente con il compito di sollevare l’animo dell’ascoltatore grazie anche alla presenza costante delle voci delle cantanti statunitensi Ganavya Doraiswamy e June McDoom, accompagnate dal vocalist Yaw Agyeman e con la collaborazione aggiunta della più famosa Cecile McLorin Salvant. Per quello che riguarda la formazione classica del quartetto di Wilkins non ci sono modifiche, con Micah Thomas al pianoforte, Rick Rosato al contrabbasso e Kweku Sumbry alla batteria. Inoltre registriamo le ulteriori presenze del chitarrista Marvin Sewell e di un altro batterista, Chris Dave. La novità, se così possiamo chiamarla di questo album, è che il sax dell’Autore non è più l’elemento centralizzato dell’organizzazione musicale ma lo sono le voci, soprattutto quelle delle cantanti, impegnate in modulazioni inquiete dal punto di vista melodico che ricordano a tratti sia il totem tipicamente americano del musical sia stranamente le intonazioni aeriformi di un Robert Wyatt o addirittura di David Sylvian. Il solito, impeccabile e fantasioso puntillismo ritmico e l’elegante accompagnamento pianistico di Thomas viaggiano più spesso in solitudine ma quando arriva l’avvenente e acidulo timbro del contralto di Wilkins ritroviamo in queste affermazioni di sax l’abituale sicurezza della timbrica e le sue volute di fiato che spaziano da note appena soffiate ad altre più accidentate e rabbiose. Il lungo percorso dell’album, quattordici pezzi inframmezzati da brevi interludi con frammenti di dialoghi e sparsi lacerti musicali, viene suddiviso anche in quattro facciate di vinile, qualora siate fra quelli che preferiscono questo formato ai supporti digitali.

L’elenco dei brani comincia con Matte Glaze, marcata dalla voce fascinosa e soggiogante della McDoom, accompagnata dall’affettivo bozzolo sonoro degli accordi di pianoforte che contribuiscono all’atmosfera eterea della traccia. L’intervento della batteria s’accompagna alle note basse di Rosato ma insieme alla comparsa del contralto di Wilkins che si muove su una sequenza accordale ripetuta. Tutto questo sposta il clima verso una pulsazione più profonda, in un gioco di specchi in cui note e voci si riflettono le une sulle altre. Il sax a sua volta canta e parla in un dialogo tutto personale, quasi un meditativo soliloquio. Sullo sfondo sono presenti le altre voci, tra cui spicca anche quella maschile di Agyeman. Funmi era il soprannome del musicista e poeta nigeriano Michael Olofunmilola Ononaiye ma residente da tempo negli USA, morto nel gennaio di quest’anno. Sua è la voce registrata in questo breve intermezzo parlato. Segue Motion dove è sempre la voce vellutata della McDoom che fa ricordare certi passaggi vocali alla Wyatt. Ottimo l’accompagnamento del piano che in alcuni punti segue quasi all’unisono la cantante nel suo procedere. Qualche secondo di segmenti ripetitivi con la ritmica che frammenta un passaggio di accordi pianistici tra Sol Maggiore e Sol Sus4, prima che intervenga il sax con un fraseggio stretto, quasi autofago. Segue poi uno scambio in antifonia tra voce, sax e piano, molto suggestivo ed evocativo che porta il brano alla sua lirica conclusione. Everything è una suggestiva melodia a due facce introdotta dalla vocina di Esi Sumbry che canticchia sul motivo svolto dal pianoforte. Ritmica ficcante, con le linee di basso che incrociano i colpi di batteria in un contesto di citazioni verbali e voci cantilenanti intercalate da una intrigante linea di tastiera elettronica ed un’apparizione fuggevole di sax. Il crescendo sonoro s’incrementa fino a metà brano, quando tutto rallenta in un intervallo di quinta discendente Re-Sol, tra i cui estremi appaiono i melismi di Ganavya. L’aria si fa rarefatta e più drammatica in un crescente senso di solitudine partecipata, col sax che ne disegna l’ombra via via sempre meno densa. Air è un altro interludio di pochi secondi tra registrazioni di canti tribali, rumori acquei e la voce di Wilkins. Dark Eyes Smile s’appoggia al canto rievocativo di Cecile McLorin Salvant in un brano di sofisticato soul-jazz. Una chitarra molto discreta, quasi attenta a non recare disturbo, si muove tra le mani delicate di Sewell. La ritmica sa di blues, molto ben interpretato dall’intreccio contrabbasso e brushing del batterista, mentre il piano poetizza il tutto con qualche linea melodica ben calibrata. L’assolo di Wilkins è piuttosto ammorbidito e s’inserisce nel clima soft. Il risultato finale costituisce forse la traccia più raffinata, con una costruzione pianistica che nelle ultime battute viaggia sulla ripetizione di tre accordi, Fa#minore – Mi maggiore – Re Maggiore, per altro in una sequenza già avvertibile inframmezzo al decorso del brano, contribuendo alla suggestione melodica globale.

Apparition si presenta inizialmente quasi come un elegante brano pop, veleggiando – “sailin’ far away…” sull’ariosa tonalità vocale della McDoom. Ma ben presto tutto si frammenta in una sfuggente corrente a-topica, liquida che porta con sé voci, percussioni, effetti elettronici, subitanee note di chitarra e di pianoforte. In tutte queste sonorità disallineate non esiste più alcun strumento, alcuna voce esclusiva di riferimento e anche il sax di Wilkins si limita a poco di più di un paio di note. Il seguente, breve interludio Assembly, ricorda gli esperimenti psichedelici degli anni ’70, con nastri fatti girare all’indietro, oggi evidentemente tecniche obsolete. Ma l’effetto, con tutte quelle voci sovrapposte, risate e suoni elettronici poco distinguibili, resta il medesimo. Il tema dell’acqua, il trauma della partenza obbligata, la traversata dell’Atlantico, la memoria generazionale: tutto questo finisce per acquisire un valore trascendente. In effetti, nella seguente Afterlife Residence Time, vengono proposte inizialmente le due voci femminili, quella della McDoom e della Salvant in successione iniziale, sostenute dal piano. Come spesso succede nelle tracce di questo album, un brano s’incammina in una direzione per poi intraprenderne un’altra. Quello che sembra un preludio caratterizzato da una fase sognante devia successivamente con l’intervento di Ganavya che vocalizza libera con la parola Mother tra le labbra, prima che il sax di Wilkins urli – questa volta di urlo vero e proprio si tratta (!!) – un sentimento misto e complesso tra risentimento, tristezza, rabbia, paura, amore. Credo che questo sia uno dei brani centrali nell’economia dell’album, sia dal punto di vista del significato che della struttura. Mosphit si presenta nelle sue prime fasi coma la continuazione del brano precedente, tuttavia probabilmente con una diversa microfonazione, perché la produzione del brano sembra diversa e l’incisione ha dei toni cupi che prima non comparivano. Si tratta comunque di una lunga, ipnotica cavalcata modale dalle sfumature orientaleggianti che permette a Wilkins di lanciare note prolungate e sempre più dilatate attraverso il suo strumento. Set! è un altro interludio di voci mescolate e tintinnio di bicchieri… If That Blood Runs East si presenta all’attenzione dell’ascoltatore con la calda voce maschile di Agyeman, impregnata di gospel, e con un momentaneo cambio di batteristi, per cui è Chris Dave a sostituire Sumbry. Si riprendono ancora i due temi che ritornano in questo lavoro, il sangue e l’acqua con la citazione continua dell’oceano. Presente anche la chitarra di Sewell con qualche pennellata di colore aggiunto. Anche questo brano si sviluppa, dopo la fascinosa introduzione cantata, su un unica scala, consentendo un avvitamento modale del pianoforte e del sax a dispiegarsi su una sottile trama percussiva. L’ultimo interludio, Your Memory, si avvale del synth e del solito sovrapporsi di voci frammentate. L’album termina con la title-track Blues Blood, dieci minuti filati in cui veniamo proiettati in un mondo abituale fatto di moderno swing, blues e beb-bop che in alcuni momenti s’allunga addirittura verso parentesi di sospensione fusion. Riusciamo ad ascoltare anche un meritato assolo che sembra proprio di chitarra, anche se Marvin Sewell non viene qui stranamente citato tra gli esecutori. Ma tutti gli strumentisti, voci comprese, possono distendersi per un lungo tratto, almeno fino a metà brano, e liberare i propri strumenti. Poi tutto cambia, il brano diventa un accorato gospel con tanto d’invocazioni alle divinità e va a sfumare malinconicamente nell’ombra.

Un album molto riflessivo, quest’ultimo Blues Blood. Temi ricorrenti, memorie, simboli acquei di morte e rinascita. Tra le righe si avverte una solennità stemperata dal candore delle voci e l’autentica attenzione storica che Wilkins riserva al suo lavoro. Tra l’altro, il sax dell’Autore sembra quasi che si faccia spesso da parte per dare corpo non tanto e non solo agli altri strumentisti, ma soprattutto al potere evocativo delle voci. Le sonorità non s’allineano volentieri a modelli già tracciati – tranne per qualche linea più fortuita che voluta scientemente – e la creatività di Wilkins sembra sorprenderci sempre, anche in un opera di lungo respiro come questa. Il cuore del giovane contraltista si gonfia di soul e di gospel mentre il suo jazz prende una curiosa ma affascinante traiettoria, verso una dimensione a tratti quasi estatica, lontana anni luce da un esercizio di semplice grafia d’avanguardia.

Tracklist:
01. Matte Glaze (4:26)
02. Funmi (0:09)
03. Motion (5:32)
04. Everything (6:06)
05. Air (interlude) (0:40)
06. Dark Eyes Smile (6:04)
07. Apparition (6:38)
08. Assembly (interlude) (0:52)
09. Afterlife Residence Time (8:40)
10. Moshpit (3:21)
11. Set! (interlude) (0:22)
12. If That Blood Runs East (3:05)
13. Your Memory (interlude) (0:51)
14. Blues Blood (10:51)

Photo © Joshua Woods

One response to “Immanuel Wilkins – Blues Blood (Blue Note Records, 2024)”

  1. […] Rosato e alla batteria Kweku Sumbry, due fedelissimi del contraltista Immanuel Wilkins – vedi qui e […]

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