R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Sarebbe stato soddisfatto Marc Augè, il teorizzatore del concetto di non-luogo, riguardo l’esistenza del nuovo album di Emiliano D’Auria intitolato The Baggage Room. I non-luoghi sono infatti tutti quegli spazi di transito senza un preciso profilo identitario come gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i centri commerciali, dove non nascono scambi relazionali se non occasionali. Superfici di passaggio, pareidolie simboliche dove, paradossalmente, ciò che ci appare come realtà non corrisponde al reale. Un temporaneo deposito bagagli, nella fattispecie quello di Ellis Island nella baia di New York, l’isola in cui venivano fatti sbarcare gli immigrati negli USA, è il non-luogo ideale attorno a cui ruota l’ispirazione di questo album. Off Topic si è occupata attivamente di D’Auria in questi ultimi tre anni, recensendo sia In-Equilibrio (2022) – vedi qui – e il più recente First Rain (2023) – puoi leggere qui. Questa volta il pianista marchigiano, che ha registrato The Baggage Room a New York, si presenta in quintetto, facendosi spalleggiare da musicisti tutti statunitensi. Alla tromba c’è Philip Dizack – vedi qui, al sax tenore ritroviamo Dayna Stephens che abbiamo appena considerato nell’ultimo album di Tom Harrell – leggi qui. La ritmica è affidata al contrabbassista Rick Rosato e alla batteria Kweku Sumbry, due fedelissimi del contraltista Immanuel Wilkins – vedi qui e qui.

Il tema ispiratore di quest’ultima realizzazione di D’Auria è un sofferto affresco musicale che tocca da vicino un aspetto umano e storico, riferendosi direttamente all’emigrazione italiana ed europea tra fine ottocento e primo novecento, argomento per altri versi ancora attuale. Infatti cambiano le nazionalità degli emigranti, si modificano le rotte di passaggio ma i centri d’accoglienza o come altro li si voglia chiamare, sono rimasti concettualmente uguali, dei perfetti non-luoghi senza un’anima propria, depositi provvisori non solo di effetti personali ma anche di speranze, illusioni, memorie lasciate alle spalle e poche certezze. In questo contesto la baggage room diventa metafora di un processo di accumulo e smaltimento, dove ogni brano può essere letto come ulteriore passo del viaggio che si fa topos interpretativo di un’inderogabile desiderio di rinascita esistenziale. Se alcune cose restano costantemente le stesse, non certo statica si può definire la musica di D’Auria che mai come in quest’opera tende a spingersi oltre i confini dello stesso linguaggio jazz, quasi a voler emulare quello spirito radicato nel coraggio che accompagnava gli emigranti negli Stati Uniti. In questo album, in effetti, non esistono punti di riferimento fissi, tutto è in movimento come se ogni brano fosse una stazione temporanea, una fermata prima del prossimo cambiamento. La musica di The Baggage Room non è di facile assimilazione e pur muovendosi in un intellegibile ambito tonale, non potrei definirla particolarmente accomodante, anzi, sembra a volte soffermarsi su un ricercato senso di disagio e di transitorietà, lo stesso che deve aver provato e prova tutt’ora qualsiasi emigrante nel suo itinere. Sappiamo che D’Auria non è propriamente un accentratore e anche se lo spazio sonoro mi sembra equamente distribuito tra tutti, l’indole melodico-armonica è molto americana ed urbanizzata. Il pianoforte dell’Autore viene così a trovarsi in relativo equilibrio rispetto alle altre componenti, assorbito in parte dal clima contemporaneo che lo circonda. Del resto, anche nel precedente First Rain, registrato in Norvegia, l’artista italiano pareva essersi completamente coinvolto in quel clima musicale, tanto che mi trovavo a scrivere in quella recensione che “...D’Auria… sembra in questa occasione musicalmente più scandinavo di gran parte dei jazzisti locali…”. C’è questa capacità di farsi tratto del contesto culturale e geografico che rende più evidente il concetto di malleabilità musicale dell’Autore. Si tratta dell’inclinazione non tanto ad una fusione, quanto verso un adattamento attivo in rapporto al clima contestuale in cui lo stesso pianista si viene a trovare. E dato che questo quintetto newyorkese – basta andare a sincerarsi con chi i singoli musicisti hanno nel tempo collaborato – è particolarmente orientato verso un jazz poco tradizionale, ne risulta una componente costantemente tensiva in cui l’elemento melodico più mediterraneo appare un po’ sacrificato.
Ed è proprio la title-track The Baggage Room che inizia la sequenza dei brani. D’Auria innesca un abbozzo tematico sulle note del pianoforte, seguito come un’ombra dalla ritmica di batteria e contrabbasso. Alla comparsa dei fiati sovrapposti sembra che la tensione creatasi debba allentarsi e in effetti la tastiera si allarga in accordi quasi trasognati, mentre sax prima e poi la tromba sequenziano due assoli che si rincorrono dialogicamente. S’incrementa il ritmo, Dizack e Stephens mordono il freno e spingono il fiato più a fondo in un continuo susseguirsi di prospettive, mentre D’Auria corre piuttosto libero sui tasti del suo strumento. Subito dopo la metà brano ci si riallaccia al tratto tematico e l’evoluzione della traccia riprende il suo allunaggio tranquillo, tra i battiti ravvicinati e secchi della batteria. Ellis Island si presenta all’attenzione dopo un assolo introduttivo del batterista, ripreso nel suo procedere progressivamente dal contrabbasso e dagli accordi dissonanti del pianoforte. Erompono poi con autorevolezza ancora i due fiati in coppia e all’unisono. Quando tutto ciò si scioglie, Dizack impone alla tromba un assolo dalla melodia complessa, quasi stridula e dal carattere velatamente free. La batteria contundente di Sumbry è un’intelaiatura continua che avvolge il suono, fino alla ricomparsa del sax a cercare ancora l’unisono. Poi tutto rallenta, quasi tace. Il sax emerge in solitudine all’interno di un tangibile spaesamento, fino alla risoluzione del tema già comparso nelle fasi iniziali.

Temporarily Retained dispiega bene la situazione ansiogena e di incerta attesa che avrebbero provato quei migranti trattenuti temporaneamente in attesa di essere accolti o respinti. Percussioni occasionali, battiti di corde che sembrano segnare il trascorrere del Tempo, passi di guardie e tromba più sax che instillano una situazione di sospeso disagio. I due fiati e il piano, più che un dialogo, sembrano esprimere la mutevolezza degli stati d’animo. Si aprono i confini dell’avanguardia jazz contemporanea, anche se i musicisti non esagerano mai nel proseguire nelle loro dissonanze, evitando di allontanarsi troppo dal clima tonale. Searching For the New World racconta il naturale disorientamento di chi si trova alle prese con un mondo affascinante ma diverso, complesso e frenetico nelle sue regole rispetto ai paesi di provenienza. Il brano è apparentemente più leggero e meno ombroso del precedente, mentre ancora una volta la dialettica sax-tromba è una sequenza alternata tra contrappunti e unisoni. Troviamo qui il primo, vero assolo di D’Auria che procede pensoso secondo linee melodiche chiare e fraseggi veloci, sostenuto dal grande supporto ritmico qui dovuto soprattutto ad opera del batterista Sumbry. Segue un momento riservato al sax che va a concludersi entrando in relazione incrociata con Dizack. The Eye-Man esordisce con un iniziale ricercare del contrabbasso fino a quando non approda a quello che può sembrare un riff ma che in realtà si esaurisce subito nel periodo senza tempo raccontato da tromba e sax quasi in solitudine. Affiora un certo sentore nostalgico, rarefatto, costituito da momenti più riflessivi e da un pianoforte che insegue scale di umore medio-orientale. Poi il contrabbasso, verso la conclusione del brano, recupera il succitato riff impostato inizialmente per esaurirsi nella sfocatura collettiva dell’immagine finale. The Story of Sacco and Vanzetti pulsa di un’energia drammatica a ricordo della vicenda dei due anarchici italiani condannati a morte per essere stati accusati ingiustamente di omicidio. Ma non c’è ombra di dolore o mestizia in questo brano, tutto si svolge con una costante agitazione tensiva che rappresenta l’anima di questo pezzo, attraverso i fiati chiamati ad esprimersi in solitudine. A volte pare che ci siano subitanee devianze blues in tralice ma l’impressione generale sembra quella di un intenso commentario cronachistico, un racconto al netto di valutazioni emozionali soggettive. Ciò che invece caratterizza il brano seguente, The Long Wait, è proprio quello stato emotivo rimasto parzialmente in ombra nella traccia precedente che qui costituisce il senso della composizione. Soprattutto ne è protagonista il pianoforte recuperando una dimensione personale in un’agogica interpretazione del tempo di esecuzione. Ci si apre ad una dimensione meditativa che sembra alludere ad un ritorno di memorie, favorito dalle lunghe attese delle persone che aspettano di conoscere il loro destino nel nuovo mondo. Il contrabbasso segue questa direzione profondamente riflessiva, così come il commento finale dei fiati a conclusione del brano. Human Connections si presenta come una cascata di note acute di piano ma da lì in poi i fiati tracciano linee melodiche che rimandano ad una certa mediterraneità, accomunando idealmente popoli diversi che gomito a gomito condividono la pena dell’emigrazione. La musica si fa via via più americana con il compito d’inglobare ed accettare, almeno teoricamente, tutte le istanze culturali che si sono presentate e si presentano ancora attualmente oltre oceano. Ma si continuano ad avvertire, in questo abbraccio artistico omni-comprensivo, i picchi delle onde culturali legate alle singole tradizioni sotto forma di accenni melodici dall’indubbio sapore mediterraneo. Third Class è un sovrapporsi iniziale di scale modali di pianoforte che rimandano ad impressioni dell’est euroasiatico. Il brano parte con un ottimo groove ritmico gestito dalla coppia Rosato-Sumbry per poi acquietarsi, quasi a liquefarsi tra le scale ripetute del piano e le lievi intrusioni di fiati. Alla ripresa successiva del cuore ritmico, la musica manifesta tutto il suo carattere moderno consolidandosi in un jazz dall’aspetto contemporaneo nel quale particolare importanza hanno i due fiati, in parte in veste di solisti, in parte scambiandosi iniziative dialogiche. Il brano si conclude con la tromba che ripete la serie di scale presentate inizialmente, questa volta però sovrapponendosi al pianoforte.
Una prova matura e certamente non immune da una buona dose di fascino che mostra, in primis, un pianista come D’Auria in continua evoluzione e un supporto attuale di strumentisti che ben rappresentano l’odierno stato dell’arte del jazz newyorkese. L’album racconta di distanze e vicinanze, di povertà e sradicamenti territoriali, cercando d’inquadrare la Storia senza polemiche né rivendicazioni ma attraverso il puro linguaggio musicale. D’Auria non si limita a proporre solo – e basterebbe pure (!) – un jazz d’autore. Costruisce altresì una narrazione sonora intesa ad esplorare concetti quali il movimento e il cambiamento perché ogni traccia rappresenta la storia di individui con il loro bagaglio intimo. Di conseguenza, questa è un racconto che parla di liberazione, di volontà e di sacrificio. Un’opera che in fondo, a ben vedere, illustra ciò che ci lasciamo alle spalle e quello che ci aspetta, un non-luogo musicale che esiste solo nell’attimo dell’ascolto.
Tracklist:
01. The Baggage Room
02. 1891: Ellis Island
03. Temporarily detained
04. Searching for the new world
05. The Eye Man
06. The story of Sacco and Vanzetti
07. The long wait
08. Human connections
09. Third Class
Photo © Pierluigi Giorgi






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