R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Può apparire curioso che un gruppo di jazzisti dell’area mediterranea si rechi in Norvegia per registrare un album che più nordico non si potrebbe. Anzi, potremmo perfino affermare che Emiliano D’Auria, insieme al quartetto di strumentisti tutti italiani che ha inciso questo First Rain, sembri in questa occasione musicalmente più scandinavo di gran parte dei jazzisti locali che rientrano in quel genere grosso modo definito come jazz nordico. Molti degli stilemi attribuiti a questo modello musicale sono effettivamente presenti all’interno dello spirito del gruppo, perlomeno nell’album in questione, come ad esempio le melodiche evocazioni paesaggistiche fredde e piovose e le frequenti reiterazioni di frasi musicali brevi sulle quali organizzare schemi tonali d’improvvisazione. Ma non è solo questione di descrivere spazi naturali né di melodie accattivanti. In quest’opera dalla robusta personalità strutturale vi sono elementi legati ad un’energia sotterranea spesso trattenuta ma che soprattutto nella seconda metà dell’album tende maggiormente a liberarsi, sebbene celata a stento da un’apparente glacialità formale. Del resto, di questa tensione sottotraccia, si era già accennato nella precedente recensione che OffTopic aveva dedicato all’Emiliano D’Auria Quartet nell’album In-Equlibrio (2022), di cui potete rileggere qualcosa qui. Non solo, ma anche il livello tecnico dei singoli musicisti mi sembra – non vorrei innescare paragoni scomodi – superiore alla media rispetto a quella dei loro colleghi impegnati nelle ultime produzioni scandinave, pur valide, che ho recentemente ascoltato. Senza tirare in ballo gli stucchevoli riferimenti alla solita fantasia mediterranea, ho l’impressione che il gruppo di D’Auria abbia a disposizione un numero di variabili alternative rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare da altri gruppi che procedono con le stesse intenzioni. Cioè, nel contesto di First Rain non è quasi mai possibile prevedere uno sviluppo di un brano dall’impostazione iniziale, cosa che invece accade più di frequente nelle band scandinave, in cui i cambi di passo – ad esclusione di qualche buon nome noto – sono meno frequenti e più facilmente presagibili.

La visione complessiva di questo lavoro abbraccia una notevole ampiezza di propositi e possiede un forte potere immaginifico a cui tutti gli strumentisti partecipano in buona misura, in modo particolare la tromba morbida di Luca Aquino, per altro presente anche nel precedente In-Equilibrio e con cui D’Auria ha collaborato fin dai tempi dello Jano Quartet. Non saprei se inserire First Rain nel filone avant-garde, termine poco specifico che di per sé dice tutto e nulla, ma so per certo che un lavoro come questo basta a sé stesso, è un disco che riempie progressivamente lo spirito di riflessioni sempre nuove senza esaurire mai il senso di ricerca nell’ascoltatore. Oltre al pianismo completo – insisto sempre sul fatto di come gli studi classici siano un ottimo bagaglio esperienziale – di D’Auria, con lui suonano il già citato Luca Aquino alla tromba, il chitarrista Giacomo Ancillotto, il contrabbassista Dario Miranda e il batterista Ermanno Baron.

Il primo brano è la title-track First Rain, dove qualche squillo solitario di tromba sembra annunciare l’arrivo della prima pioggia, evocata dall’arpeggio di piano e da un appoggio di chitarra, a cui fanno seguito poi gli altri strumenti. La sonorità della tromba simula un po’ lo sguardo pensoso di chi osserva il paesaggio, mentre il grappolo di riflessioni conseguenti sono espresse dall’improvvisazione pianistica che si costruisce sopra un riff di note discendenti, mantenute con un preciso ostinato dalla mano sinistra inchiodata sulla tastiera. Quando questa sequenza s’interrompe D’Auria cerca nuove armonie, anche moderatamente dissonanti, seguendo un suo breve assolo che lo riporta al tema iniziale, sostenuto da tutti gli altri strumenti. La musica si arresta improvvisamente prima di passare al brano successivo, Dead Ice. Intro di contrabbasso con Aquino che organizza il resto. Il tema è lento, rievocativo, parzialmente sviluppato in forma modale, con il pianoforte che cerca di sovrapporre alla descrizione della realtà un aspetto più sfumato. Dalla metà in poi s’incrementa la base ritmica, gli arpeggi pianistici si fanno più serrati e la tromba sorvola tutto dall’alto del suo soffio. Il finale rallenta con le note che vengono scandite da intervalli immersi in una suggestiva oscurità in cui si avverte echeggiare un fischio solitario. Momento si forma su un accordo minore di piano che resta in solitudine fino a quando batteria e contrabbasso s’impegnano per sostenerlo, incrementandone il ritmo. Compare la chitarra, lievemente distorta, e una serie di fraseggi di tromba che s’intercalano con gli interventi della stessa chitarra. Si finisce solo con il piano che recupera l’accordo in tonalità minore iniziale e lì vi si adagia. Looking for Love è quasi una ballad costruita con una bella melodia cantabile che Aquino tratteggia con la sua solita delicatezza ma è la chitarra che costruisce una trama d’appoggio semplice con i suoi accordi rarefatti e riverberanti. Si avverte meno il piano di D’Auria, questa volta maggiormente concentrato sul colore, lasciando alla chitarra e alla tromba il compito più strutturale e melodico. Perfetta la coppia contrabbasso e batteria, con il tema iniziale, bellissimo per altro, che va a terminare sulle note affettuose di Aquino. Entr’act #1 è la prima delle tre improvvisazioni totali che compaiono nell’album. Il brano sembra esprimere una strana sensazione di disagio, rimane sospeso così a mezz’aria, senza una direzione precisa.

Social Melancholy affida l’intro alla chitarra che con poche note pare ricalcare un clima cupo, quasi funebre, rinforzato dalle rullate che evocano una sorta di marcia liturgica dai toni sinistri. Il tema viene esposto dalla tromba mentre prende quota la chitarra di Ancillotto con accordi in moderata distorsione destinati a indurire la scorza del brano. Verso il finale si rockkeggia un poco con Aquino che improvvisa sulla coda della traccia, tra il perdurare dei tamburi e qualche strofinio dell’archetto sul contrabbasso. Inizio in stile new age per The man Without Nose che s’avvicina più degli altri brani al concetto di jazz nordico, con il piano a inseguire una tematica più naturalista, immersa in paesaggi immaginari. Ma sia la tromba che la chitarra provano a spostare i punti nevralgici della composizione verso limiti non così prevedibili, date le premesse. Entr’act #2 dimostra l’antica passione di D’Auria per la musica elettronica, con un tappeto denso di sonorità che serve da piattaforma per l’innesto delle improvvisazioni, mentre la tromba cerca di spremere una melodia essenziale dal drone rumoroso di base. Birth and Rebirth of Birds ha un attacco da power chords portato dal contrabbasso e posizionato su una ritmica piuttosto rock, stemperato inizialmente da un piacevole accompagnamento di chitarra e un ricamo di pianoforte. Gli accordi iniziali vengono ripresi in seconda battuta dal piano, mentre batteria e contrabbasso si attestano a seguire la chitarra fortemente distorta e rumorosa di Ancillotto in stile Nels Cline. Dopodiché è festa per la batteria che pare sentirsi pienamente a suo agio in questa atmosfera hard-jazz-rock in cui il piano gioca di robusti riff ritmici. Il brano si conclude poi ripercorrendo, come di prammatica, le fasi iniziali. Entr’act #3 chiude la sequenza delle improvvisazioni libere con un lungo soffio di tromba che prosegue su un loop innescato probabilmente dallo stesso strumento e una sequenza di effetti in sottofondo. The Unexpected vuole essere una ballad ed è affidata principalmente sia alla tromba di Aquino che al piano di D’Auria. Il brano è piacevolmente lento e forse, come suggerisce il titolo, quasi inaspettato dopo la sequenza dei pezzi precedenti. Ma avevamo già segnalato inizialmente un certo margine d’imprevedibilità nella musica di questa formazione e l’irregolarità di un’orbita planetaria che non sempre segue le nostre aspettative. The Storm and the Stilness lavora inizialmente sugli ostinati ritmici del pianoforte, spesso presenti in questo album, sui quali la tromba semina un tema di poche note. Cambio di marcia e dopo un momento caotico si delinea uno schema in fondo più attendibile. Anche se il tempo si comporta in un 4/4 quasi canonico, Baron cerca di frammentare i battiti dei suoi tamburi per offrire maggior vitalità. L’assolo di D’Auria è meditato, pungente e si allunga senza convulsioni sulla tastiera. Ulteriore diversificazione di passo con la ricomparsa di Aquino che riprende il tema iniziale ma stavolta sconfinando verso gli spazi dell’improvvisazione. In coda altro ostinato annidato tra le note più basse della tastiera del pianoforte, con Baron che evidentemente ci ha preso gusto e continua a carburare la sua batteria. Se il temporale era insito nel titolo di questo brano possiamo dire che sia stato ben rappresentato. E poi il fischio che compare nel finale, precedendo l’ultimo intervento di tromba, ha sempre una sua suggestione.

Un album soddisfacente, questo di D’Auria, che non fa prigionieri e sciorina un programma di musica densa d’inventiva a metà tra il naturalismo scandinavo e l’inquietudine più continentale di un jazz che non s’accontenta facilmente. Le sonorità quindi si alternano tra momenti di delicatezza melodica e una più generica idea di ruvidità sonora. Comunque l’impressione globale è quella di un lavoro pregno di contenuto musicale, al netto di ogni eventuale pioggia, prima o ultima che sia.

Tracklist:
01. First Rain (6:39)
02. Dead Ice (5:49)
03. Memento (3:38)
04. Looking for Love (4:49)
05. Entr’act #1 (1:37)
06. Social Melancholy (5:15)
07. The Man Without Nose (3:45)
08. Entr’act #2 (1:34)
09. Birth and Rebirth of the Birds (5:31)
10. Entr’act #3 (1:45)
11. The Unexpected (3:29)
12. The Storm Around Stillness (9:46)

Photo © Pierluigi Giorgi

 

 

 

 


 

Una risposta a “Emiliano D’Auria – First Rain (Losen Record, 2023)”

  1. […] sia In-Equilibrio (2022) – vedi qui – e il più recente First Rain (2023) – puoi leggere qui. Questa volta il pianista marchigiano, che ha registrato The Baggage Room a New York, si presenta […]

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere