L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo

Aspettavo da un paio d’anni di ritrovare su un palco il vibrafonista e compositore americano Joe Locke. Lo ascoltai per la prima volta, nel ‘mio’ Art Blakey Jazz Club di Busto Arsizio (VA) in una indimenticabile sera di giugno del 2010 e da allora la sua musica non mi ha più lasciata, mentre il suo strumento è diventato il mio preferito, grazie ad un suono che su di me ha un effetto che oserei definire terapeutico. Ricordo perfettamente che dopo il concerto, quando lo raggiunsi, le prime parole che gli dissi furono “You hypnotized me!” e questa specie di immutato incantesimo fa sì che ogni volta che lui sia in Italia io cerchi di non perdermi almeno una data… così eccomi all’undicesima. Nell’attuale occasione sono stata piuttosto fortunata perché la distanza da colmare non era eccessiva e mi ha permesso di ritrovare il team organizzativo del Piacenza Jazz Fest. Il concerto, infatti, era proprio nella sede del Piacenza Jazz Club Milestone, premiato quest’anno a L’Aquila dalla Federazione Nazionale del Jazz Italiano come uno dei due migliori jazz club italiani. Ad accompagnare Joe erano il batterista di origine serba Vladimir Kostadinovic, con lui nel precedente tour italiano, e due musicisti più volte inseriti nelle sue formazioni, ascoltati solo in registrazioni discografiche: il pianista Jim Ridl ed il contrabbassista Lorin Cohen, entrambi statunitensi.

Il repertorio del concerto aveva come base di partenza l’ultima incisione da leader di Locke Makram (2023, recensito qui), ma anche la sua precedente Subtle Disguise (2018), e naturalmente qualche extra, grazie ad un ospite speciale nelle date nostrane: il giovane chitarrista genovese Matteo Prefumo.
Arrivata con leggero anticipo, salutati gli amici che mi aspettavano, e naturalmente Joe, ho occupato il posto riservatomi dalla responsabile dell’ufficio stampa Angelica Dadomo, che ringrazio, ad un passo dal palco e dal mio strumento del cuore, pronta ad accoglierne le vibrazioni positive. Entrati i musicisti e sistematisi nei propri spazi, per ultimo Locke, sorridente ed elegante, vestito di nero, lucidissime scarpe di vernice comprese, con solo una sciarpa rossa a spezzare il total black, ha esordito scherzando “Mi dispiace, mio italiano non esiste” per poi proseguire nella sua lingua madre e dare avvio alla performance. In effetti, non ho mai trovato Joe tanto loquace come in questa serata, in cui i sei brani proposti, più un bis, sono stati inframmezzati da dettagliate spiegazioni, aneddoti e curiosità riguardanti la sua vita, i suoi pensieri, a volte scendendo dal palco per mettersi allo stesso livello del pubblico, come un amico che confidandosi si avvicina, fisicamente ed empaticamente. La composizione in apertura, da Subtle Disguise, è stata Safe And Sound (At The Edge Of The Milky Way) ispirata, come accade per molti altri suoi brani, da una parola o una frase: “Sani e salvi (Ai margini della Via Lattea)” pronunciata dal personaggio di Albert Finney ad un bambino spaventato nell’adattamento cinematografico di ‘Orfani’, opera teatrale del drammaturgo americano Lyle Kessler. I primi accordi sono lievi, malinconicamente eterei, poi il quartetto aumenta i toni e trascina con sé il leader, che nel finale riporta l’atmosfera all’iniziale dolcezza e chiude con un soffio, avvicinando le sue labbra alle barre metalliche.


Per il secondo brano la scelta è caduta nel vasto repertorio degli standard jazz con una scoppiettante versione di Airegin del sassofonista Sonny Rollins, sostenuta, oltreché dall’inarrestabile fluente canto scat di Locke, dall’ottima sezione ritmica, con particolare rilievo alla batteria di Kostadinovic, alle cui frasi musicali i battenti del vibrafonista davano lo stop con una toccata giocosa e fintamente irriverente, comunque lasciando attimi per assoli infuocati di tutti. Un lungo discorso sullo swing, le origini del jazz, lo stare insieme, la figura del reverendo ed attivista sociale William Barber per cui Joe ha scritto Is There A Heart In This House? e sono palpabili il rispetto e l’ammirazione espressi nella musica, quasi da commuovermi. Ancora un cambio di registro con l’entusiasmante The way it is! dalla penna di Matteo Prefumo, che da valido comprimario si è così ritagliato un ruolo da assoluto protagonista, con intuibile orgoglio immagino, anche per esserne stato l’artefice. A lui infatti, ha riassunto Joe, l’iniziativa, grazie ai social, del primo contatto con il musicista californiano di nascita e cresciuto a Rochester (New York), e, dopo scambi di messaggi, l’incontro reale due anni fa a Genova, culminato con una partecipazione in studio di registrazione per l’Amaranth Quartet del vibrafonista. La successiva chiacchierata di Locke ha introdotto Song for Vic Juris, da Makram, in memoria dello scomparso chitarrista Victor Jurusz, composta da Jim Ridl che ha dato il via con il suo pianismo elegantemente classico, sensibile, la delicatezza a tratti quasi di una ninnananna, anche quando si sono aggiunti i compagni. Ultimo interessante ‘fiume di parole’ per presentare con più riguardo ed autentica gratitudine i compagni di palco e poi qualche episodio relativo all’infanzia di Joe, il suo avvicinamento, dapprima a batteria e piano, la cui prima lezione gli fu impartita dalla madre, e poi allo strumento che ne è un po’ la somma, inventato negli Stati Uniti nel 1921.

La madre ebbe davvero un ruolo determinante per il suo percorso musicale, comprandogli un vibrafono -ma la sua intenzione era di regalargli un glockenspiel per far parte di una banda!-, che rimase intatto per un anno, finchè, per noia, un giorno il quasi quattordicenne Joe gli si avvicinò, iniziò a suonarlo e, fortunatamente, non smise più. Da ciò lo spunto per annunciare divertito che il prossimo album potrebbe intitolarsi “Locke on Glocke”, fra le risate generali. Il brano conclusivo, da Subtle Disguise, con sonorità nuovamente energiche e coinvolgenti, è stato Blondie Roundabout (concert melody), composto per quel tornado di idee e creatività, nonché instancabile supporto, che è la sua bionda simpatica manager Nadja von Massow, che ho più volte avuto occasione di incontrare, ma non in questo tour, arricchito da trascinanti soli di Prefumo e Cohen. Davanti agli occhi di Locke né leggio né spartiti: i fogli erano sparsi per terra e lui lanciava talvolta solo una rapida occhiata, penso a conferma della scaletta. Infine il bis con la title track originale Makram: ancora una dedica, questa volta al talentuoso bassista libanese Makram Aboul Hosn, amico e collaboratore in passato, in una specie di blues dalle influenze mediorientali ed è curioso osservare che questo vocabolo avrebbe anche un’origine araba con il significato di “intreccio, cosa bella, amicizia”.
Dopo il concerto, Joe, visibilmente stanco, ma come sempre disponibile, non si è sottratto a saluti e foto di rito, con una semplicità ed umanità non da tutti, considerato che viene annoverato fra i migliori vibrafonisti al mondo, insignito di svariati premi e riconoscimenti. Vederlo all’opera è sempre uno spettacolo nello spettacolo: ha un indiscutibile carisma, è tutt’uno con il suo strumento, parte di esso, ed io, da quella famosa prima sera, ogni volta che ho la fortuna di ascoltarlo, e vederlo, live devo ammettere che alla fine ‘purtroppo’ non riesco a pensare #eiovadoadormirefelice perché immancabilmente sono troppo felice per andare a dormire!

Una risposta a “Joe Locke Quartet @ Milestone Live Club, Piacenza 20.10.24”

  1. […] ‘famosa’ sera del 2010 in cui conobbi Joe Locke, ne avevo accennato qui, suonava in trio con Dado Moroni al pianoforte e Rosario Giuliani al sax e dei tre, devo ammettere, […]

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