R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il 2024 ci ha salutato in bellezza sulle note di #CollaborationsOne, quarto album da titolare per il sessantunenne batterista pugliese Mimmo Campanale. Dopo circa quarant’anni di carriera nell’ambito jazzistico, il musicista di Andria, attualmente tra i migliori drummer sulla scena italiana, può ben dirsi orgoglioso di un lavoro come questo di grande livello qualitativo e strutturato nella classica forma a trio pianoforte-contrabbasso-batteria. Di questo artista ci eravamo già occupati nel recensire Michele Fazio Trio in Free (2020) – vedi qui – e nel concerto live di Greta Panettieri, leggi qui. Sarà forse per la duttilità e la profondità delle soluzioni melodiche e armoniche tipiche di una soluzione triadica come questa, o anche per l’indiscutibile crescita di spessore esperienziale dello stesso Campanale ma mi sento di affermare che #CollaborationsOne, fin dal primo ascolto, dimostra di essere uno tra i migliori album che ho potuto recensire nell’ultimo anno su Off Topic. Se confrontiamo il contenuto di quest’ultimo lavoro con i precedenti pubblicati come titolare, soprattutto con l’album del 2019, l’eccellente e pulsante Thoughts in Progress, possiamo notare una serie di differenze evidenti caratterizzate dalla dissoluzione delle tendenze nu-jazz, l’assenza di interventi vocali e la mancanza degli strumenti a fiato.

L’assunzione di una formula a trio ha certamente fatto scivolare giocoforza l’asse espressivo di Campanale verso un assetto più classico, probabilmente con meno invenzioni sonore ma con un incremento verticale di classe e maestria. La costruzione essenziale di questo trio non va letta quindi come un vincolo ma al contrario si dimostra essere l’opportunità di ottenere un’assoluta pulizia di suono che per il sottoscritto è sempre un punteggio di valore in ambito jazz. Ciò accade quando gli strumenti non si sporcano l’uno con l’altro, non si sovrappongono inutilmente cercando di riempire eventuali vuoti creativi aumentando semplicemente i loro volumi sonori e/o le loro dinamiche. L’interazione tra Campanale, il pianista Domenico Cartago e il contrabbassista Camillo Pace, è quanto meno perfetta, l’andamento musicale complessivo è moderato, se non a tratti persino un po’ guardingo e possiede nella costruzione melodica dei brani il suo punto di forza. Tutto questo consente un’esplorazione timbrica in larghi spazi prossemici, i singoli strumenti hanno una buona superficie di aria attorno, tanto che possiamo quasi ascoltarli singolarmente pur riuscendo a non perdere l’interplay complessivo. Nella sua globalità, la scelta dei brani con un andamento introverso e riflessivo sono forse in prevalenza e questo, per alcuni, potrà sembrare strano in un album ideato e gestito, almeno parzialmente, da un batterista – tre brani su dieci sono firmati dallo stesso Campanale. Ma quello che fa la grandezza di un percussionista non è solo l’energia e la sapienza ritmica con cui colpisce pelli e piatti, non si tratta solamente di costruire assoli ma di utilizzare il proprio set come un effettivo strumento paritario rispetto agli altri, qualcosa che sia in grado di dialogare con le armonie proposte dal pianoforte, come in questo caso, e di creare lo strategico e vitale gioco d’incastri con il contrabbasso.

L’album si propone col primo brano Gilda, scritto dall’organista Vito Di Modugno ed apparso originariamente in Con Alma Trio Meets Jerry Bergonzi del 2016, dove insieme alla presenza di Campanale, c’era anche Guido Di Leone e la sua chitarra a condurre il tema portante. La trasposizione per piano trio, oltre a rispettarne il mood originale, acquisisce una bellezza diversamente sagomata, proprio per il clima molto coeso e ovviamente per le diverse sonorità qui proposte. La timbrica offerta da Cartago si tinge di un velato alone di romanticismo mentre la ritmica mantiene sulla corda le escursioni del pianista, in evidenza tra l’altro con un doppio, nitido e scorrevole intervento solista. La situazione più intrigante l’abbiamo poco prima della metà brano, dove il pianoforte insiste in un vamp reiterato mentre via via si modifica l’assetto ritmico della batteria in un controllato crescendo progressivo. Ma non c’è prevaricazione né esasperazione in Campanale e questa parte finisce poi per fluire dolcemente verso il tema conduttore. Quando sembra che un rallentamento complessivo debba preludere al finale del brano, compare tuttavia una coda che sottolinea soprattutto il buon amalgama ottenuto dai tre strumentisti. Il brano che segue, Aria, è firmato da Domenico Cartago – a proposito di questo buon pianista, se si volesse conoscerlo meglio, sono facilmente reperibili in streaming i suoi primi tre album, a partire da Skylark (2015), passando per Chromos (2017) e Playing Chess Keyboard (2019) in sestetto. Un inizio quasi onirico affida le primissime note del tema al contrabbasso di Pace, poi riproposte insieme al pianoforte. L’atmosfera si crea su un ¾ condotto con attenta delicatezza complessiva, direi ben rapportata alla bella immagine autunnale della copertina dell’album. Fiorisce, in questo contesto, un assolo di consistente qualità esecutiva da parte di Camillo Pace – anche di questo contrabbassista si possono trovare piuttosto facilmente almeno quattro opere precedenti uscite a suo nome, Uhuru Wetu (2010) Autoritratto (2012), Credo nei racconti (2017) e Tornando a casa (2019). Segue l’assolo di Cartago, condotto con l’abituale nitore tecnico che lo distingue. Il finale, secondo le regole, riprende il tema conduttore con l’aggiunta di una coda pianistica luminosa e risonante.

Si procede con il terzo brano Seven Steps to Your Soul, un reggae composto dal contrabbassista Maurizio Quintavalle e già presente in forma molto simile nell’album It’sTime to Make a Change del 2008, ma occorre dire che al tempo il pianista era Mirko Signorile. Sono le note basse di Pace che vengono utilizzate come abbrivio di questo pezzo, cui segue l’assolo di Cartago. La traccia è molto piacevole per via della comune scansione in levare tipica della musica giamaicana mantenendosi in un’aura di leggerezza, con la batteria di Campanale che esegue un assolo scomponendo il backbeat principale in tutta una serie di interessanti frammentazioni ritmiche. Saudade a Salice, un autentica bossa-nova calata in quel di Salice Salentino, è una deliziosa composizione di Guido Di Leone contenuta all’interno di Sax Line (2009), dove l’allora settetto la eseguiva con il contributo dei due sax, il contralto di Rossano Emili e l’assai più voluminoso sax contrabbasso di Gaetano Partipilo. La musica di questo brano viene qui dimensionata sotto le spoglie della formulazione a trio e asciugata di ogni nota non strettamente necessaria. Un pensoso e planante doppio assolo di Cartago precede e segue quello del contrabbassista Pace, dal suono energico e palpabile. Atmosfera rilassata, ai confini con una certa svagatezza malinconica in cui Campanale lascia la conduzione principale ai suoi sodali preferendo restare ai margini, quasi conversando tra sé e sé con spazzole e piatti sollecitati con criterio. 1980 è il primo brano dell’Autore a comparire in sequenza. In realtà è stato ripreso e decisamente modificato dall’album Thougths in Progress. L’andamento cadenzato un po’ gospel, molto arrangiato nell’originale, viene qui ad appoggiare sul contrabbasso archettato che crea un bordone sottostante sul quale il pianoforte si allarga in uno degli assoli spazialmente dilatati tipici di Cartago. Il ritorno al pizzicato di Pace corrisponde ad una rarefazione di suoni, con un progressivo affievolirsi delle dinamiche strumentali. Brano insolito, che appare veramente metamorfizzato se paragonato all’originale di cinque anni fa. Parenthesis#2 è un pezzo del pianista Davide Santorsola, tratto dal suo album Stainless (2009). Sotto forma intermedia tra una ballad ed un mid-tempo, annunciata da un’evocativa introduzione di pianoforte, la traccia diventa lo spazio per un assolo molto studiato e misurato di Campanale, tutto giocato su toni di media intensità. Efficace la magnetica seconda parte, dove contrabbasso e pianoforte s’intrecciano in un dialogo sommesso che va a sfumare verso il finale. Forever è un’altra ballata, composta dal chitarrista Nico Stufano e tratta dall’album Waiting for… del 2002, lavoro che vedeva in formazione anche lo stesso Campanale. Si ascolta qualche accenno ad un effetto elettronico che viene applicato inizialmente alle note di pianoforte per poi realizzarsi in un tema molto raccolto e lineare. Costante è il brushing di batteria, con buoni interventi combinati di contrabbasso e di piano in un brano molto elegante, sintetico nei suoni e scevro da ogni fraseggio preconfezionato. Acustronica è il secondo brano composto da Campanale che compare nell’album omonimo (2014) pubblicato dallo stesso Autore. La trasformazione di questo pezzo è radicale e diventa quasi irriconoscibile, tanto da sembrare qualcosa di completamente differente dall’originale. A tratti, complice quello che sembra una piccola manipolazione elettronica, il crescendo strumentale e l’incalzante pulsione ritmica mi hanno fatto ricordare gli E.S.T, e la loro grammatica espressiva, dove un tema semplice e ripetuto s’arrampica sopra una base saturata di suoni. Sicuramente si tratta di un brano un po’ anomalo nel contesto dell’album, tuttavia risulta essere uno dei migliori. Molto più in linea con lo spirito aleggiante fino ad ora è Notte Stellata, del contrabbassista Pace. Come già avvenuto per Parenthesis#2, si sceglie una declinazione tra ballad e un ritmo più mosso, nel quale un tema anche piuttosto orecchiabile si snoda all’interno di un calibrato mid-tempo. Il brano è molto efficace, pare esprimere un nodo di sentimenti sereni in una qualche forma di pensieroso silenzio. Quasi una riflessione spirituale suggerita dalla solitudine sotto una volta luminosa di stelle. …To Be Continued, terzo brano a firma dello stesso Campanale, chiude l’album con una guizzante soluzione ritmica preceduta dal movimento di un sintonizzatore analogico che cerca di pescare nell’etere qualche improbabile canale radio. Chissà che tra quelle stazioni visitate non possa esserci la suggestione di un’ulteriore, nuova idea per il futuro artistico dell’Autore.

Attraverso un repertorio solido e variegato, Campanale e i suoi collaboratori sintetizzano, sotto forma del più classico tra i trii di musica jazz, un evidente talento esecutivo che si esprime con andamento melodico e tonale, incisivo nei brani più lenti e con qualche attimo d’intensità bruciante, come ad esempio in Acustronica. La longevità artistica dell’Autore ci suggerisce peraltro la profondità del suo magistero e l’ammiccante accortezza interpretativa che non gli permette mai di superare il senso del limite né di perdersi inseguendo momenti effimeri e mode transitorie.

Tracklist:
01. Gilda
02. Aria
03. Seven steps to your soul
04. Saudade a Salice
05. 1980
06. Parenthesis #2
07. Forever
08. Acustronica
09. Notte stellata
10. …to be continued!

Photo © Franco De Mattia, Giuliana Magarelli

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