R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Lonnie Holley è tornato. Il settantacinque artista americano, autore di visionarie installazioni, fine cesellatore di parole e suoni, continua a stupire con Tonky, quinto lavoro con l’etichetta Jagjaguwar. Scultore, saggista, pittore, poeta e musicista folk, Holley è un simbolo della cultura statunitense moderna. La sua carriera, iniziata alla fine degli anni Settanta in Alabama, lo ha portato a girare il mondo e a comporre opere in bilico tra contemporaneità, jazz, folk e blues. Perché Tonky? È il soprannome che porta con sé dall’infanzia, vissuta in una bettola (Tonky, appunto) dove, racconta, ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare. La leggenda narra che sia stato scambiato per una bottiglia di whisky e tutto lascia supporre sia avvenuto proprio lì. Gli occhi di Holley non hanno dimenticato le vite passate tra quelle mura, a partire dalla sua, avventurosa e tormentata.

Innumerevoli le ospitate, preziosi i contributi di coloro che hanno collaborato. «Chi interviene deve sentirsi a casa propria»: l’intenzione del musicista americano è ben chiara. Seeds è il primo resoconto della vita a Birmingham, il memoriale di quelle radici che parte calmo e poi diviene incalzante di percussioni e spoken word: la paura, la miseria e i ricordi sono al centro di un brano che si arricchisce di archi e mostra una inaspettata vena sinfonica e corale. I semi dell’età dell’innocenza crescono rigogliosi nella terra arida, tra i quartieri malfamati e le piantagioni di cotone, facendosi largo tra la povertà e i diritti mai riconosciuti. C’è tensione, rabbia, lo percepiamo dalla voce sempre più aspra e arrabbiata, in quell’Alabama che si strozza in gola, nella parola afraid ripetuta più volte. La dolcezza di Life richiama alla mente la fierezza di Life, Life, brano di Sylvian e Sakamoto ispirato a una poesia di Tarkovsky padre; Protest with Love è una delle grandi sorprese dell’album. Il video, ideato dallo stesso Lonnie, lo vede intento a scolpire la maschera che campeggia sulla copertina. Con un ritmo vagamente funky l’interprete intende inviare l’unico messaggio possibile: lascia che l’amore sia la tua unica arma e rivolta il mondo, non importa quale sia la tua storia e cosa tu stia facendo, resta curvo sulle parole e concentrato su gesti e suoni. I fiati innalzano il pezzo, preparando il terreno al clarinetto di Angel Bat Dawid e all’intensa The Burden, incentrata sul peso dell’umanità e piena di rimandi a Massive Attack e My Brightest Diamond; Joe Minter e Open Mike Eagle contaminano la preghiera ancestrale alle stelle di The Same Stars con un rap mistico e potente. «Chi ha orecchie per ascoltare, ascolti, lasciate andare la mia gente e i bambini soli», è una cantilena dolcissima e feroce quella di Lonnie che rimanda allo spiritual Go Down Moses e al versetto 5.1 del Libro dell’Esodo dell’Antico Testamento. We was kings in the jungle è la parabola di un popolo sovrano nella giungla che nella città è addomesticato dal padrone, fiaccato dalla schiavitù ma fiero delle proprie origini, sebbene la speranza sia ridotta al lumicino. La traccia è un connubio metallico e tribale di synth, percussioni e corni, la voce di Holley si innesta a perfezione sui cori di The Legendary Ingramettes, il basso dell’onnipresente Jacknife Lee è una garanzia. Accenni di piano costruiscono Strenght of a Song, esempio di come la giusta canzone riesca a risollevare il morale anche nei momenti peggiori, mentre il sax di Alabaster DePlume e il violino di Davide Rossi ammantano tutto di commozione. Il rock impetuoso di What’s going on ricorda l’ispirato Manson di Antichrist Superstar, complice l’intervento appassionato di Isaac Brock e l’incedere militaresco di Budgie la cui batteria assomiglia a quella di The Beautiful People. La straniante e robotica Fear the Machine celebra la repulsione e il terrore della tecnologia mediante l’uso di campionamenti che distorcono la voce; scenari metropolitani in I Looked over my shoulder, potente ed evocativo pezzo trip hop scandito dalle rime di Billly Woods e dal cantato ancestrale di Holley. Nella delicata Did I do enough? esplode tutta la sua inadeguatezza a vivere e l’impressione di non fare abbastanza per il prossimo, esasperate dal synth e da piccoli lampi elettronici che assomigliano a respiri affannosi. Gli archi e i fiati si fondono con il timbro di Jesca Hoop fino a creare un tappeto dalla trama interessante. La dimensione spirituale di That’s not Art, That’s not music riverbera di una incredibile potenza evocativa grazie al flauto, al corno e alle marimbe che incorniciano a perfezione le rime dell’artista americano; Saul Williams e il suo declamato onirico tirano in ballo nientepopodimeno che la vita e la morte in Those Stars are still shining, quasi fosse il canto notturno di un pastore errante. La chiusura perfetta è affidata ad A change Is gonna come, ispirata ai lavori degli anni Novanta di Moby e a quel senso di inafferrabile che ci prende alle calcagna fino a farci chiedere: siamo pronti al cambiamento? Siamo pronti ad aiutarci l’un altro?

Con questa speranza si chiude Tonky, un’opera ambiziosa che non perde mai di vista gli umili e gli oppressi, che sa cosa significa essere degni di calpestare la Terra e che rende grazie ogni giorno al creato per i doni offerti. Non bisogna dare tutto per scontato, dice tra le righe Lonnie, dall’alto di una vita che potrebbe essere la trama di un film. Ha bene in mente quali sono le sue radici: sono passati decenni da quando costruiva lapidi con materiali di recupero ed è rimasta sempre la stessa persona che ha gli occhi pieni di stupore e che crede nel futuro.

Tonky è la testimonianza di una vita umile, straordinaria, sempre votata agli altri e pronta a denunciare il sopruso. È un piccolo, grande manifesto di umanità, consapevolezza e riscatto. Do you know how to touch everything and be kind about it? è la domanda che Lonnie pone prima di congedarsi dal pubblico. Sappiamo davvero toccare le cose con grazia, magari lasciandoci sfiorare appena? Perché la vera forza sta tutta lì.

Tracklist:
01. Seeds (09:04)
02. Life (feat. Mary Lattimore) (01:22)
03. Protest With Love (02:36)
04. The Burden (I Turned Nothing Into Something) (feat. Angel Bat Dawid) (03:11)
05. The Same Stars (feat. Joe Minter & Open Mike Eagle) (04:49)
06. Kings In The Jungle, Slaves In The Field (04:37)
07. Strength of A Song (feat. Alabaster Deplume) (02:59)
08. What’s Going On? (feat. Isaac Brock) (03:25)
09. Fear (00:47)
10. I Looked Over My Shoulder (feat. Billy Woods) (04:23)
11. Did I Do Enough? (feat. Jesca Hoop) (05:43)
12. That’s Not Art, That’s Not Music (03:41)
13. Those Stars Are Still Shining (feat. Saul Williams) (01:01)
14. A Change Is Gonna Come (04:37)

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