R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Credo si tratti della prima volta in assoluto che trovo, allegate alla copia digitale di un album, delle note stampa così ben dettagliate ed esaurienti. Conoscevo già, dal punto di vista artistico, il trentunenne pianista romano Adriano Tortora, tanto da averne seguito l’esordio con il bel lavoro Choret (2021) – leggi qui – ma confesso di essermi poi perso il secondo capitolo della produzione del pianista, quel Galatea pubblicato nel 2023, sempre per l’etichetta spagnola Sedajazz di Valencia. Tortora si ripresenta oggi in quartetto con il suo terzo album da titolare, Nice to Meet You, con una formazione tutta iberica in cui spicca il nome di Perico Sambeat al sax contralto e soprano, attualmente uno tra i più importanti fiatisti europei, di cui ci siamo recentemente occupati riguardo la recensione di Patto Armonico (2024) di Giovanni Scasciamacchia – vedi qui. Le caratteristiche peculiari di Tortora non si sono modificate eccessivamente nel tempo, in effetti egli continua ad essere un pianista fondamentalmente melodico, equilibratamente percussivo, ben ancorato – ma non ossessivamente – alla tradizione hard bop, con qualche influenza dal mondo sudamericano che anche in questo album si mantiene viva, magari mescolandosi ad altre modalità che hanno a che fare con la tradizione flamenca tipicamente spagnola, così come avviene ad esempio in Salto en la Arena, seppur in modalità quasi subliminale.

Senso dello swing, ricerca di temi ben scanditi sia dal punto di vista ritmico che melodico, completano il quadro attributivo di questo album. Tortora e sodali sembrano aver poco a che fare con lemmi espressivi desueti, preferendo i codici dell’immediatezza per costruire traiettorie sonore animate da freschezza e voglia di divertimento. Ma rispetto al ricordo che conservo di Choret ho come l’impressione di un certo avvicinamento ad una forma di manierismo che non mi sembrava evidente nell’album di esordio. Come se Tortora, mantenendo costante la palese, quasi contagiosa passione che lo caratterizza, ora volesse di proposito avvicinarsi a modelli più usuali, magari per potervisi misurare e trovare un accomodamento personale, un suo posto più preciso all’interno dell’universo dei gruppi che suonano con i fiati in formazione. Del resto anche in Galatea, con l’introduzione del sax e della chitarra, c’era stato un progressivo allontanamento dalle radici del trio e quindi un evidente avvicinamento, culminante proprio con questo ultimo Nice to Meet You, verso una sonorità più conforme anche alle notevoli possibilità espressive di Sambeat. L’approccio globale è comunque sempre sincero e viscerale, il lavoro di squadra coeso ed attento ai dettagli. E a proposito di squadra, la formazione a quartetto che ruota attorno al pianismo di Tortora, vede il già citato Perico Sambeat ai sax – in un paio di brani c’è l’ospitata della sassofonista Clara Soler – Marc Miralta alla batteria e DeeJay Foster al contrabbasso.
L’album parte in misurato vigore con il primo brano, Sanpa, un hard bop latineggiante con tanto di raddoppio di sax, prima della sequenza di due gagliardi assoli, presumo il primo – canale stereo dx – della Soler e il secondo, sempre che ci abbia azzeccato, di Sambeat sul canale di sinistra. Ma la ritmica diventa poi il palcoscenico ideale per l’esibizione del piano in assolo alla maniera cubana, stile Rubalcaba, in una bella corsa della mano destra di Tortora sulla tastiera approfittando dell’accompagnamento ostinato affidato alla mano sinistra. Segue un curioso semi-rifacimento di uno standard che più standard non si potrebbe, cioè All The Things You Are, da Tortora riveduto e corretto anche nel titolo come All The Things I Found. In realtà non si può dire nemmeno che l’Autore abbia creato un contrafact, dato che sono state apportate modifiche armoniche tali da innescare, sulla radice della melodia di Kern del 1939 – testo originale di Hammerstein – un brano nuovo che conserva qualche rimando a quello di riferimento ma poco di più. Tuttavia la brillante esecuzione, il tempo in ¾ che sembra fluttuare al di là delle consuete regole metriche e delle traiettorie melodiche, con gli assoli di Sambeat e di Tortora a nobilitare il tutto, fanno di questo brano un hard-bop d’immediata e piacevolissima lettura. Le sorprese però, non finiscono qui. Previa una breve introduzione modale con arpeggio acqueo di pianoforte e note di sax in stile Sanders, il contrabbasso di Foster introduce il conosciutissimo tema di Ol’ Man River (1927), sempre opera, come il pezzo precedente, della premiata ditta Kern-Hammerstein. La semplicità disarmante di una folk song si trasforma quasi in una trasposizione onirica, fino a quando il sax di Sambeat circonfonde di note calde questa visione. L’assolo pianistico sottolinea l’idea di una vastità contemplativa ma è ancora il contrabbasso a lavorare la melodia e a rendere la dimensione spiritual originaria del brano, quella del contrasto tra la fatica di vivere degli afro-americani e la placida corrente naturale del fiume. Almeno, questo secondo la trama del musical Show Boat da cui il brano è storicamente tratto. Last Call, con il coinvolgente tema in apertura – e in chiusura – portato dai due sax, ci rimanda ad immagini tratte dal catalogo Blue Note con un hard-bop che altro non è che parte di quella ursprache che da decenni accomuna il linguaggio jazzistico. Sul modello delle band di Art Blackey, il brano si sviluppa su un incalzante movimento ritmico dove i due sax e soprattutto il piano offrono il meglio di sé per quanto riguarda l’aspetto solistico. Anche il bravissimo Miralta si espone attraverso una serie di stacchi e riprese da parte della sua batteria che rendono piuttosto naturale il paragone col succitato e famoso drummer di Pittsburg.

A Shade of You è un brano più moderato, non si allontana poi molto dall’orbita precedente ma ci offre la possibilità di ascoltare Sambeat che si accolla sia lo sviluppo tematico che un ottimo intervento in fase d’improvvisazione. Molto sul pezzo l’intera componente ritmica – si ascolta un quasi onnipresente walking bass – con un assolo brillante di Tortora che interpreta lo stile bop con grande scioltezza. Torna il sax soprano in Sentieri, dall’ariosa melodia, dove Sambeat in questa circostanza mi ricorda molto Javier Girotto del periodo Aires Tango. Contrabbasso e batteria procedono in una compostezza quasi carezzevole, per non alterare il clima sereno della composizione, con un assetto ritmico latineggiante. L’assolo di Tortora è buono, ma è solo un anticipo di quello che eseguirà nel brano successivo, in Salto en la Arena, dove gli riesce bene la fusione stilistica tra l’impronta sudamericana, il be-bop, e gli umori di flamenco. Le tinte melodico-armoniche sono morbide e il sax di Sambeat la fa da padrone imponendosi con autorevolezza in una serie di decisi e ficcanti fraseggi per buona metà brano. Come spesso avviene in questo album, sax e piano si passano il testimone degli assoli e quando tocca a Tortora, nella seconda parte del pezzo, possiamo ascoltare uno tra i migliori passaggi pianistici improvvisati che si siano mai ascoltati ultimamente. Non ci sia allontana certo dallo stile hard bop in Satellite quando ci si trova tra le spire rotatorie dei fraseggi di Sambeat il cui assolo si fa impressionante, più o meno come quello che farà seguito col pianoforte di Tortora. Più i brani si succedono in sequenza più il livello tecnico pare alzarsi e questa volta può dire la sua anche Miralta, con un assolo frammentato che s’incunea tra le battute strumentali sottolineando stacchi e riprese ritmiche. Chiude l’album uno standard come If I Were a Bell (1950) di Frank Loesser, passato alla fama sempiterna grazie soprattutto alla versione di Miles Davis in Relaxing with Miles Davis Quintet (1958). Il tema di per sé piuttosto orecchiabile, viene assurto alla dignità di brano arrangiato in forma be-bop dall’ottimo – ormai non c’è quasi più bisogno di sottolinearlo – impianto armonico fornito da Tortora. Un orecchio attento, comunque, va anche riservato all’assolo di contrabbasso che risale la corrente poco prima della fine del brano.
Con Nice to meet you, Adriano Tortora si conferma come uno dei talenti più ispirati e originali della scena jazz europea. Ciò che rende speciale Nice to meet you è la sua capacità di creare un microcosmo emotivo e sonoro in cui sembra che ogni strumentista riesca a trovare il proprio naturale spazio espressivo. Non è solo l’abilità tecnica degli interpreti a emergere – sebbene sia innegabile – ma il loro legame viscerale con la musica, una passione che traspare peraltro in ogni assolo e in ogni interplay. Mi permetto anche un piccolo appunto che riguarda più che altro la direzione che sembra prendere attualmente la musica dell’Autore. Niente da ridire, ovviamente, sulla scelta stilistica intrapresa che rispecchia tutto sommato la parte nobile del jazz, ma non dovrebbe essere dispersa la forma più personale e originale lasciata trasparire nelle due opere precedenti.
Tracklist:
01. Sanpa
02. All the Things I Found
03. Ol’ Man River
04. Last Call
05. A Shade of You
06. Sentieri
07. Salto en la Arena
08. Satellite
09. If I Were a Bell






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