R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La prima impressione, nell’ascoltare il giovane pianista turco Hakan Başar mentre si cimenta in trio nel suo secondo album Maiden Voyage, è quella di un’estrema pulizia di suono, di un tocco controllato ed elegantemente disinvolto lungo la tastiera. Qualità che non costituirebbe, di per sé, una così rimarchevole notizia se non fosse per la giovane età di Başar. A ventun anni, infatti, l’aver conseguito una tale maturità esecutiva ed espressiva non è un dato scontato per un musicista jazz. Diciamo subito che dalla biografia di questo artista, si evidenzia come la sua storia non sia propriamente quella di un ragazzino prodigio in senso letterale, di quelli cioè che iniziano a interpretare Bach o Beethoven a quattro anni o giù di lì. Come lui stesso racconta in un’intervista rilasciata a Tracce di Jazz nell’agosto 2024, il suo interesse per il pianoforte è cominciato qualche anno più tardi, quando ha iniziato ad essere attratto dalla musica che ascoltava in casa, soprattutto per merito del padre chitarrista.

Evidentemente la tradizione pianistica del be-bop e dell’hard be-bop lo ha coinvolto a tal punto che, in breve tempo – qui sta il vero prodigio – attraverso l’insegnamento di giusti maestri e gli incontri successivi con grandi nomi del jazz come quello di Chick Corea, Başar è riuscito a pubblicare il primo album a soli quindici anni, On Top on the Roof (2019). Oggi il pianista, nato a Istanbul, si propone con un secondo lavoro in trio, questo Maiden Voyage che riprende il titolo da un omonimo, famoso album di Herbie Hancock pubblicato nel 1965. I nove brani che compongono quest’opera sono quasi tutti, tranne uno, re-interpretazioni di tracce di noti musicisti jazz, da Petrucciani a Peterson, da Montgomery a Strayhorn e diversi altri. Come si può intuire da quanto sopra accennato, la musica che si ascolta in questo album è legatissima alla tradizione storica del jazz e non è un caso che l’etichetta coinvolta in questa pubblicazione, la gloriosa, italica Red Records, si sia da sempre orientata maggiormente verso musicisti che abbiano avuto a che fare col be-bop e con la sua evoluzione. Da questo punto di vista trovo molte analogie con un altra casa discografica, la danese SteepleChase, anch’essa nata negli anni ’70 come la Red e ugualmente orientata verso forme espressive legate al jazz più tradizionale. Quindi Başar ci propone una carrellata di brani già editati e conosciuti, a parte una sua composizione, e lo fa con buona personalità, scioltezza e soprattutto, come rilevato inizialmente, con un gran tocco e un altrettanto controllo dinamico della tastiera. Effettivamente, Başar sembra porgere le sue note con un garbo d’altri tempi, che sa comunque indirizzare in senso percussivo, quando necessario, oppure orientare verso sentite delicatezze come avviene nella sua versione di Chelsea Bridge di Strayhorn, ad esempio. Tuttavia la musica di Maiden Voyage è priva di spettri aleggianti o di presenze troppo ingombranti, nonostante l’importanza degli artisti a cui fa riferimento, mantenendo invece una propria voce duttile e aerea e cercando quindi coniugazioni nuove a verbi già conosciuti. Maturità tecnica e fresca sensibilità interpretativa sono, in definitiva, i due aspetti da rimarcare per quello che riguarda la personalità artistica di questo pianista. Insieme a Başar suonano il contrabbassista grossetano Michelangelo Scandroglio – un album come titolare nel 2020, In the Eyes of the Whale, e attualmente in formazione con i Ment4l – e il batterista fiorentino Bernardo Guerra, non soltanto presente nel sopracitato lavoro di Scandroglio, ma, con il Meeting Sounds Quartet, ha pubblicato un album come Steam! ( 2012) e ha suonato inoltre in Napoli Trip (2016), con Stefano Bollani, Daniele Sepe e Nico Gori. Scandroglio sollecita il suo contrabbasso con uno stile deciso e puntuale, sapendo aprirsi a momenti di libertà melodica che arricchiscono l’intero spettro sonoro. Bernardo Guerra, dal canto suo, dipinge con le bacchette un quadro di colori dinamici e sfumature sottili, dimostrando un’attenzione al dettaglio che rende ogni passaggio perfettamente calibrato. I tre, uniti da una complicità palpabile, instaurano un’interazione che sfiora l’improvvisazione conversazionale – o interplay che dir si voglia – dando vita a una danza sonora raffinata e comunicativa.
L’album si apre con un delizioso brano di Michel Petrucciani, Chloè Meets Gershwin, che apparve per la prima volta in una versione live in Both (1997) del pianista francese, con tanto di accompagnamento di fiati. Başar ne mantiene vivo l’andamento swingante sottolineandone gli accenti all’interno della bomboniera del trio, confidando nella delicatezza della ritmica. Così viene vissuta, con una percepibile e sentita partecipazione, tutta l’atmosfera del pezzo, arricchito inoltre di una piacevole aura di tinte malinconiche. Wheatland è di Oscar Peterson e proviene dall’album Canadian Suite (1965) che il pianista dedicò alla sua terra natale. Başar tiene il brano in punta di dita, arrotondandone gli spigoli, addolcendone i riverberi e dandogli un’impronta più vicino alla ballad di quanto non abbia fatto Peterson. Come nel brano originale anche in questo caso è presente un bell’assolo di contrabbasso mentre la parte improvvisata centrale si mantiene moderatamente swingante. Senza timore di esser considerato blasfemo, devo dire di apprezzare la magnifica versione del pianista di Istanbul forse più dell’originale.

Per quello che riguarda Lotus Blossom, brano di Billy Strayhorn scritto per l’orchestra di Duke Ellington, la versione di Başar è irriconoscibile rispetto all’originale che si può comunque recuperare per un raffronto in una recente raccolta come Billy and Friends (2020). Il brano, reso languidamente esotico dalla prova orchestrale ellingtoniana, viene qui riproposto in una serrata variante be-bop, dove i componenti del trio si esprimono con misurata energia. Bolivia, di Cedar Walton, era il brano d’apertura dell’album inciso con gli Eastern Rebellion, dal titolo omonimo Eastern Rebellion (1975). Ovviamente, mancando al trio turco-italiano il sax di George Coleman, il pianoforte deve riempire gli spazi non solo con gli ostinati della mano sinistra ma anche con i suoi leggeri assoli gestiti con la solita, raffinata competenza. Sia nell’originale che in questa versione, il brano s’allunga tra ritmi latini e panorami be-bop, prendendosi solo una breve pausa d’alleggerimento appena dopo metà brano, per poi tornare agli ostinati iniziali, finendo però quasi inaspettatamente in dissolvenza. Inception è il brano di McCoy Tyner che apre la facciata “A” del suo LP d’esordio omonimo (1962). Başar non rallenta certo la velocità esecutiva, rispetto all’originale, e ovviamente si concede la libertà di divertirsi nell’incalzare dell’improvvisazione, mentre la ritmica sostiene un tempo che corre micidiale, tra il battito rapido della batteria e il walking intrepido del contrabbasso. Si mette in mostra Guerra, non con dei veri e propri assoli, ma con una serie di stacchi ravvicinati tra le battute. Arriviamo quindi alla title-track Maiden Voyage, brano originale di Herbie Hancock tratto dall’omonimo album del 1965. Certo, il rapporto tra le forze in campo può essere considerato impari. Con il piano di Hancock, allora, c’era una formazione all-stars (Hubbard, Coleman, Carter, Williams) e invece in questa circostanza c’è solo un trio di giovani musicisti che si muove però cautamente e del resto basta ascoltare come Başar affronta il tema portante, dando peso ad ogni nota e prolungandone la coda, fino al momento in cui con altrettanta accortezza entrano contrabbasso e batteria. Si realizza un sistema di contrappesi bilanciato, un equilibrio formale che evidenzia il senso della misura di questa esperienza musicale. Full House è l’unico brano composto da un chitarrista come Wes Montgomery, tratto dall’album del 1962 che porta lo stesso titolo. Non so se in qualche modo l’aver scelto questo musicista abbia potuto significare una sorta di omaggio-ringraziamento all’influenza paterna, data la presenza della chitarra come simbolico trait d’union. Comunque sia, il pianismo attento di Başar affronta il brano con le idee chiare, magari diluendo la matrice più bluesy di Montgomery in una più consona alla visione be-bop dello stesso pianista. Memorabile la progressione ascendente di dissonanze poco prima dell’assolo di contrabbasso che acquieta un poco il clima eccitato del brano. Compassion è l’unico pezzo firmato dall’Autore ma non sfigura certo nel confronto con gli altri pezzi dell’album. Un po’ suonato al piano e un po’ al Rhodes mantiene quel sentore di freschezza diffuso in tutte le tracce precedenti. Dalla metà in poi s’incrementano momentaneamente le dinamiche e i ritmi, ma quando sembra che tutto debba spegnersi progressivamente, il brano va a terminare con un’impennata decisa di batteria. Si chiude poi con quello che per me è il miglior momento dell’album. Chelsea Bridge, di Billy Strayhorn, è del 1941, ed è un pezzo dalla forte impronta impressionista, che in questo contesto viene celebrato per piano solo, contribuendo così a tracciare un profilo più completo del pianismo di Başar. Profondamente calato nel mood notturno della prima metà-brano,con quei pochi accordi risonanti e una linea melodica ben leggibile, questa versione mi ha ricordato l’impronta romantica di Bill Evans e nel contempo una lettura più astratta e scura sul modello di Lennie Tristano. Comunque la prova offerta da questo pianista poco più che ventenne mi sembra superba, soprattutto dalla metà in poi, quando s’incrementa la parte più libera d’improvvisazione e le sonorità degli accordi si fanno più piene. Tredici minuti di assoluta poesia in cui la composizione di Strayhorn e l’interpretazione di Başar sembrano confondersi una nell’altra, facendo sì che si possano ascoltare anche le vibrazioni dei silenzi, oltre a quelle delle corde del pianoforte.
Maiden Voyage è uno di quegli album che cresce ascolto dopo ascolto, toglie dubbi e scetticismi ad ogni passaggio e fa meditare sulla comparsa di questa nuova stella del pianismo jazz. È un viaggio condotto da un musicista che non teme di esplorare nuovi orizzonti, pur rimanendo ancorato alla tradizione dei grandi maestri. Başar dimostra di essere un interprete capace di guardare al passato con gratitudine, ma anche un compositore e leader con una visione chiara e personale. Per conferma ci aspettiamo, per le prossime occasioni, album più ricchi di composizioni proprie, in modo da poter meglio valutare non solo le sue capacità interpretative già notevoli ma anche il suo effettivo valore autoriale.
Tracklist:
01. Chloe Meets Gershwin
02. Wheatland
03. Lotus Blossom
04. Bolivia
05. Inception
06. Maiden Voyage
07. Full House
08. Compassion
09. Chelsea Bridge
Photo © Roberto Cifarelli






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