I N T E R V I S T A
Articolo di Lucia Dallabona
Il viaggio musicale sperimentale del trio She’s Analog debutta nel settembre 2020 col disco What I Bring, what I leave (ve ne abbiamo parlato qui). A distanza di quasi cinque anni pubblicano no longer, not yet, secondo capitolo col quale continua la proposta di un’ammaliante tessitura di note che spaziano fra jazz ed elettronica, includendo sfumature di post-rock, ambient, dub, noise e techno. La presentazione in anteprima del video relativo al brano danse macabre diventa così l’accattivante occasione per rivolgere alcune domande a Stefano Calderano (chitarra, percussioni), Luca Sguera (piano, Prophet, percussioni) e Giovanni Iacovella (batteria, live electronics), che ci permettono di approfondirne la conoscenza.
La vostra è una musica che create in modalità collettiva fondendo le singole voci degli strumenti. Come funziona il processo compositivo?
Il processo compositivo per no longer, not yet è stato lungo ed articolato e molto diverso da quello di What I bring, disco che mirava a cristallizzare in una forma breve (canzone?) delle composizioni che dal vivo prendevano invece forme e lunghezze diverse e che erano spesso immerse in flussi d’improvvisazione spontanea. Per tanti mesi abbiamo improvvisato e scritto brani cercando anche di capire che tipo di lavoro volessimo produrre, immergendoci così in un flusso che non aveva una particolare direzione, se non quella dettata dalla voglia di fare qualcosa di nuovo. Poi una mattina (primavera del ‘23? ‘22?) improvvisando tra un caffè e un altro (ne beviamo tanto) siamo finiti a suonare una sorta di groove minimale, molto giocoso, quasi un hip-hop astratto e organico, fatto di interventi incompiuti, che nascevano, dialogavano con gli altri e poi morivano (potete sentire una versione di questo modo di suonare nella seconda parte del brano tingle). Tutto ci suonava tanto fresco, sentivamo di aver trovato qualcosa da seguire e l’abbiamo fatto, eseguendo diverse versioni della stessa idea e registrando tutto. Poi qualche mese dopo è arrivata l’idea di montare queste registrazioni in un flusso continuo intervallandole con altro materiale che veniva da esercizi creativi (“proviamo a suonare tutti delle note lunghe che vanno e vengono facendo in modo che il volume generale rimanga costante” – inizio di tingle – oppure “sviluppiamo qualcosa a partire da una micropulsazione fitta e costante” – blu) o da bozze di micro canzoni (narrow pass). Seguendo questo metodo di collage di registrazioni che avevamo raccolto nei mesi precedenti, in un pomeriggio avevamo la stesura di quello che sarebbe diventato no longer, not yet. Quello che abbiamo fatto poi è stato imparare a suonare ciò che inizialmente avevamo improvvisato per poi andare in studio e registrare tutto da capo in qualità maggiore (da questo punto di vista è stato ottimo lavorare con Luca Tacconi nel suo meraviglioso studio Sotto il Mare). Dopodiché, con una post produzione durata circa un anno, abbiamo lavorato per ottenere un risultato sonoro che ancora di più ci corrispondesse su un piano complessivo più che sulle parti dei vari strumenti. Quindi, per rispondere alla tua domanda, sì un processo a tutti gli effetti collettivo (e quindi spesso anche lento ahah) alla ricerca di qualcosa che vada oltre le nostre singole voci di musicisti.

Portate avanti un tipo di esplorazione sonora che componete utilizzando geometrie stratificate al punto da risultare a tratti radicali, perciò non riconducibili ad un genere specifico di più immediata comprensione. Mi chiedo allora se scardinare certezze in chi vi ascolta sia solo una conseguenza o il frutto di un’urgenza espressiva…
No, la nostra necessità è andare alla ricerca/far venire fuori un’identità solo nostra e questo, com’è naturale che sia se la ricerca è sincera, porta chi ascolta la musica e chi ne scrive a parlare spesso di imprevisto, sorpresa, non classificabilità. In questo senso la sorpresa è più un effetto che un obiettivo, e speriamo che arrivi come possibilità di aprirsi ad un non conosciuto, non previsto, sentito, più che ad una dimensione razionale e virtuosistica.
Ho apprezzato in modo particolare lo sviluppo della traccia finale blu, che dura ben 18 minuti. La base percussiva avanza in modo graduale e quasi circolare, come se fosse alla ricerca delle parti necessarie per ricomporre un io decostruito in precedenza. Pian piano la melodia cresce, si “apre” fino a diventare luminosa, carica di una aggraziata energia. Mi arriva come un moto dell’anima che, liberato il lato più oscuro di sé, ora si sente in un pacificato stato di transizione rispetto a ciò che era prima. Sono curiosa di sapere se ho percepito bene il senso del tutto…
La parola “transizione” che hai usato ci ha più o meno consciamente guidato nella scrittura di questo disco (e il suo titolo indica proprio questo stato indefinito tra un prima ed un dopo) e con blu abbiamo cercato di comporre qualcosa che contenesse più strati di significato diverso ed in cui il focus d’ascolto potesse spostarsi da uno all’altro strato in modo incontrollato e libero per ognuno. È probabile che la forma del brano (diviso in due da una transizione di mellotron e registrazioni ambientali) ti abbia fatto vivere quest’esperienza di “ritorno” a qualcosa di già vissuto, ma visto sotto una nuova luce.
Nel brano danse macabre fin dalle prime note emerge nitida une ipnotica attitudine cinematica. La danza di note sintetiche e distopiche produce un progressivo accumulo di tensione che nel video assume una visione suggestiva attraverso il susseguirsi di primi piani in luce ed ombra. Volete raccontarci qualche dettaglio in più circa le scelte di regia? In particolare per quanto riguarda l’inquadratura finale, che lascia un ambiente interno saturo di sensazioni disturbanti per immergersi nel verde lussureggiante della natura…
Il video di danse macabre è stato diretto, ripreso e montato da Lisa Consolini con l’assistenza di Giulia Menaspà (luci, seconda camera). Volevamo un video che documentasse un brano suonato dal vivo ma con uno sguardo artistico e con delle idee di regia semplici ma forti. È stato girato a Spazio Borago, un bellissimo studio nei boschi della Val Borago a due passi da Verona, di proprietà degli amici e colleghi C+C=Maxigross e attorno a cui gravitano diversi progetti.

Abbiamo girato la tua domanda a Lisa, ecco la risposta: “Il video è nato in modo molto spontaneo. L’idea di partenza era quella di costruire due momenti distinti: una prima parte più sfocata e sospesa, in piano sequenza e una seconda più nitida, montata, veloce e movimentata. Queste due parti hanno acquisito per me un nuovo significato man mano che realizzavamo il video, in particolare proprio con l’ultima inquadratura, nata quasi per caso. È proprio quel finale a suggerire una lettura più ampia, in stretta connessione con il titolo danse macabre: il punto di vista sembra appartenere a una presenza che si risveglia (nelle immagini iniziali sfocate e confuse), poi osserva e danza (nelle sequenze più nitide e montate), fino ad allontanarsi verso la natura, lasciando dietro di sé un’atmosfera sospesa, ancora carica di tensione.”
Credo che per cogliere fino in fondo l’essenza della vostra musica sia necessario un ascolto di tipo immersivo, quello che avviene al meglio nella dimensione dal vivo, quando ci si stacca da tutto il resto per abbandonarsi solo al fluire delle emozioni. Che progetti avete a questo proposito?
Dal vivo abbiamo deciso di approcciare questo disco in maniera più “pop”, eseguendolo cioè così com’è, se non altro nella sua struttura essenziale. A parte il fatto che sarebbe impossibile eseguirlo per filo e per segno, è stato spontaneo per noi poter mantenere l’approccio che abbiamo avuto nella composizione delle varie sezioni, lasciando spazio ad un’improvvisazione circoscritta però all’interno di ogni singolo brano. L’abbiamo portato in giro quest’estate in diversi festival (tra cui Sudtirol Jazz Festival e Sile Jazz) e stiamo mettendo insieme dei concerti per questo autunno, il primo dei quali sarà a BIKO Milano questa domenica 28 settembre, in una serata che vedrà, oltre al nostro set, quello del musicista di cantautorato sperimentale Nic T, che presenterà in versione chitarra e voce i pezzi del suo primo disco “The Saint”.
Suoneremo poi per Forlì Open Music il 2 novembre, per Bologna Jazz Festival il 7 novembre e faremo un concerto a Le Périscope di Lione il 6 novembre per il compleanno di Carton Records, una delle due etichette per cui è uscito no longer, not yet (l’altra è l’italiana Torto Editions). Oltre a queste abbiamo in programma tante altre date, che pubblicheremo a breve sui nostri social.

Photo © Lisa Consolini




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