R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
In un paradossale confronto tra ciò che si può dire apertamente e ciò che invece resta avvolto nel silenzio, il cinquantaseienne sassofonista statunitense Joshua Redman, figlio d’arte – suo padre era Dewey Redman, sassofonista che partecipò alla formazione dell’American Quartet di Keith Jarrett – ci offre Words Fall Short (= le parole non bastano), un’opera che vibra di animosità e di contrasti nascosti. L’album cammina sul filo dell’inquietudine, forse uno tra i modi più consoni all’Autore per raccontare i dubbi e le fragilità dell’esistenza umana. Il titolo potrebbe sembrare quasi una specie di ripensamento a posteriori riguardo al precedente album Where Are We (2024), interamente cantato dalla brava Gabrielle Cavassa – che compare anche in questo album nel brano finale – con l’intenzione di ritornare ad una superiorità del ruolo strumentale rispetto ai testi. Tenendo presente che quell’album di canzoni un po’ troppo elaborate, probabilmente non tra i migliori lavori di Redman, appartiene al suo passato più prossimo, egli oggi si affida ad un percorso più sofferto e oltremodo convincente, traducendo in una musica completamente acustica il caos psicologico ereditato dalla pandemia di qualche anno fa, periodo infatti in cui i brani di Words Fall Short sono stati composti.

Redman, inoltre, ha scelto come compagni di viaggio musicisti più giovani che evidentemente sanno trasmettergli fiducia ed una giusta scossa energetica. Quindi, oltre al sax tenore e soprano del leader, appaiono al suo fianco Paul Cornish al pianoforte – anch’egli ha appena esordito come solista per Blue Note, l’attuale casa discografica dello stesso Redman – ed una ritmica condotta da Philip Norris al contrabbasso e Nazir Ebo alla batteria, entrambi forti delle collaborazioni precedenti con Wynton Marsalis. Ma non è tutto. Gli ospiti che s’affiancano al quartetto sono, oltre alla già citata Cavassa, la tenor sassofonista Melissa Aldana – vedi qui e qui – e l’assoluta esordiente, appena diciannovenne, Skylar Tang alla tromba. Di Redman – leggi qui – nel corso della sua carriera costruita attorno ad una ventina d’album, conosciamo l’integrità etica del suo essere musicista, il suono pieno e ben delineato del suo strumento, il suo continuo progettare, a volte con una certa dose di audacia, senza seguire mode o attitudini importate da stili passeggeri. L’Autore non ha mai cercato di trionfare sulla complessità, ma al contrario l’ha accolta, accettata, nella continua sfida con le evoluzioni del linguaggio – e il jazz è la musica che continua a trasformarsi senz’altro più di altre – per verificarne possibilità e limiti. Musicalmente, Words Fall Short è un lavoro che alterna malinconia e determinazione, intrecciando melodie scarne a tutta una serie di varie improvvisazioni. La produzione, volutamente essenziale, lascia spazio alla verità dei suoni, permettendo all’autorevole sassofono del leader di emergere talora come una voce solitaria in un paesaggio rarefatto. La sezione ritmica, mai invadente, accompagna come un’ombra Redman nella sua esplorazione. Così come accade per molti jazzisti contemporanei, l’influenza della letteratura lascia sempre più stimoli profondi per quello che riguarda la scelta dei titoli e infatti troviamo – come vedremo analizzando i singoli brani – riferimenti a scrittori come Cormac MaCarthy, W.G.Sebald, Kurt Vonnegut e Yiyun Li. Il risultato finale è un album di spessore che si erge giusto nel mezzo tra l’eco della tradizione e il presente ma, dovendo scegliere tra le due tendenze, direi che esso possiede un orientamento più contemporaneo che altro. La corposità dei brani, la bontà della scrittura e dell’esecuzione – o forse anche la suggestione della copertina Blue Note che ricorda i ritratti monocromatici delle pubblicazioni degli anni ’50 e ’60 – invitano a considerare questo lavoro con la dovuta attenzione, dato che siamo certamente di fronte ad un album di alta qualità creativa, attraversato da tensioni ricche di pathos così come da inaspettati, inquieti turbamenti.
A Message to Unsend, primo brano dell’album, esordisce con un arpeggio d’impronta classica al pianoforte attraversando una tonalità minore, su cui il tenore imposta un tema molto pensoso, sorretto dall’affabile ritmica ben attenta a non soverchiare il suono del sax. Quando comincia l’assolo di Cornish, è come se il pianoforte proseguisse idealmente su quella falsariga d’impostazione classica impostata nell’incipit. Ma poi, quasi senza farsi accorgere, questa linea melodica trapassa scivolando verso un’escursione di matrice indubbiamente jazz, seguita dal brillante assolo di Redman che dimostra l’assoluta padronanza delle dinamiche intervallari del suo sax. In chiusura, com’era lecito aspettarsi, viene ripreso il tema iniziale e si chiude così, con un’attenuazione delle dinamiche complessive degli strumenti. In So It Goes, titolo che proviene da una novella scritta nel 1969 da Kurt Vonnegut, Slaughterhouse-Five, si assiste al duetto tra due tenori, quello ovviamente di Redman con Melissa Aldana. L’Autore confessa di aver avuto delle difficoltà nello sviluppo melodico del brano e di aver chiesto l’aiuto della sassofonista cilena per rimuovere l’impasse. L’inizio è quasi shorteriano, territorio molto idoneo al suono dell’Aldana. I due sax non battagliano tra loro ma si sostengono in un colloquio dove non è sempre facilissimo distinguere le due sonorità. Ci si può aiutare con il suono stereo, dove infatti il sax più squillante di Redman compare nel canale sinistro e quello più morbido e soffiato dell’Aldana si presenta più centralmente. Un ottimo esempio di hard bop, caldo e reattivo.

La title track Words Fall Short è tratta da un altro romanzo, Where Reasons End di Yiyun Li del 2019, un testo crudo che tratta un tema legato al suicidio giovanile. Ma, a parte il cupo, vigorosamente mingusiano incipit iniziale del contrabbasso di Norris, il brano sembra infilarsi nei toni della ballad o giù di lì. In realtà il decollo di questo pezzo è affidato al soprano di Redman che esegue uno splendido, molto tecnico ed espressivo assolo per altro sorretto dai robusti supporti ritmici di Norris ed Ebo alla batteria. Borrowed Eyes s’ispira anch’essa ad uno scrittore, questa volta il Pulitzer Cormac McCarthy, ed è un titolo che proviene da The Road del 2006. Questa traccia è, contrariamente a quella precedente, una ballad vera e propria dai toni un po’ mesti, sottolineata dagli accordi cupi di pianoforte e da un assolo di contrabbasso, più melodico e leggero rispetto a quello del brano precedente. La batteria si muove ai minimi termini del possibile e Redman, questa volta, abbraccia il sax tenore, molto attento a non allontanarsi dalla linea melodica che insegue con decisione fino alle ultime, drammatiche note acute. Tutto finisce con un accordo di piano che sembra il suggello di una fine inappellabile. Icarus s’annuncia su un intervallo di quarta giusta immesso dal pianoforte e viaggiando da qui in poi, si affrontano tempi dispari. Il sax di Redman accompagna la brillante tromba della Tang e la prima parte del brano si conclude con una dinamica progressione ascendente melodico-armonica che sembra quasi mimare lo slancio verso l’alto dell’Icaro mitologico, con la gioia di essere finalmente in volo. L’improvvisazione s’appoggia sullo scambio tra il tenorsax di Redman e la tromba della Tang e nel frammezzo resta vigile la rete di sostegno della ritmica e di un ottimo, defilato ma presente pianoforte. Over the Jelly-Green Sea è un titolo che si riferisce all’opera dello scrittore tedesco Winfried G. Sebald. In questo brano torna il soprano di Redman in un clima disteso ma giocato sui nervi della ritmica. L’inizio è lento e meditativo ma l’inquieto contrabbasso innesca una pulsazione ritmica che cambia il senso del brano stesso. Soprattutto il pianoforte emerge con un assolo che tenta di arginare la velocità esecutiva di Redman, veramente rimarcabile. Restiamo nell’ambito di un hard bop gestito senza nevrosi che appare molto fluido e spontaneo. Finale scoppiettante. She Knows è forse il brano più tormentato dell’intero album. L’inizio è un gioco a due tra sax soprano e contrabbasso che sembrano letteralmente parlarsi, dato che Redman non lesina di esplorare tutte o quasi le variabili timbriche del suo strumento. Quando pare che un certo spessore melodico prenda ad orientarsi verso una direzione malleabile e più morbida, in realtà si finisce in una sorta di binario morto molto free e caotico. Ci può stare in un album eterogeneo come questo ma la sensazione è che sia una specie di divertimento, un liberi tutti senza una precisa rotaia di percorso. Era’s End è la rivisitazione cantata dalla bellissima voce della Cavassa del brano di apertura, su testo scritto dallo stesso Redman. Parole a cui l’Autore non riesce a dare una collocazione di senso preciso, tranne che sulla sensazione cupa e triste d’un abbandono che musica e testo riescono ad evocare. Molto bello il pianoforte liquido e arpeggiato di Cornish. [Più ascolto questo brano più mi sembra di cogliere delle analogie melodiche, neanche tanto velate, con un brano dei King Crimson, Starless, dall’album Red (1974).]
Redman si muove tra il tangibile – i riferimenti evidenti alla tradizione hard bop – e il possibile – quelle parentesi conformate come ballate o anche come situazioni indefinite – sfiorando una dimensione sfumata, letteraria, dove conta non solo la grande bravura strumentale ma anche la riflessione psicologica che sta dietro a tutto questo. Redman ci invita a scendere con lui negli anfratti della condizione umana, in un viaggio di natura introspettiva. Alla fine, non troviamo risposte, ma solo altre domande e questo è il più grande, inaspettato trionfo finalistico dell’album. Perché, come ci ricorda Redman, “Le parole sono insufficienti, ma a volte le loro ombre possono raggiungere l’indicibile”. E questa musica sembra votata a fare lo stesso.
Tracklist:
01. A Message To Unsend (5:08)
02. So It Goes (6:59)
03. Words Fall Short (4:49)
04. Borrowed Eyes (5:52)
05. Icarus (6:24)
06. Over The Jelly-Green Sea (4:44)
07. She Knows (5:21)
08. Era’s End (6:13)






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