R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

West of Broadway, firmato dalla coppia Rachael & Vilray, è un’opera che si sviluppa in equilibrio stabile tra due diversi mondi. Da un lato, la filigrana nostalgica del jazz old-style, swingante e teatrale come certe soirée al Theatre District di New York. Dall’altro, una scrittura affilata, a tratti surreale, con qualche nota umoristica che sembra voler prendere, comunque, almeno un poco di distanza critica da una narrazione storica obiettivamente ormai sbiadita. Questa coppia di artisti, giunta al suo terzo lavoro dopo l’esordio del 2019, pare voler spingere l’ascoltatore indietro nel tempo, non tanto per destabilizzarlo in una letteraria dimensione ucronica, quanto piuttosto per ricordargli che a volte, è nella gentilezza del suono, in qualsiasi forma venga prodotto, che può annidarsi una nascosta e pudica bellezza. Rachael Price, già stella luminosa dei Lake Street Dive, qui si spoglia dal groove soul-pop per abbracciare una vocalità satinata, quasi d’altri tempi, anche se le diventa difficile scongiurare un po’ di inevitabile manierismo. Non c’è trucco, solo una leggera selvatichezza nella timbrica che le regala un gusto vintage discreto ma sufficiente ad evitare qualsiasi forma di parodia. Accanto a lei Vilray Blair Bolles, chitarrista e autore nonché raffinato tessitore di atmosfere, si muove come un alter ego ironico e malinconico, con la sua chitarra e le proprie variazioni espressive vocali – c’è il ricordo di Sinatra, dietro il suo canto – tali da rendere la musica viva nella sua interezza, pur se consapevolmente artificiosa.

Il dialogo tra i due artisti è un rincorrersi di frasi botta e risposta da musical metropolitano, condotte con l’allegra tenerezza di una desiderata joie de vivre, dove alcune battute celano però un retrogusto amaro. La produzione di Dan Knobler è da manuale, nitida ed elegante, senza un filo di polvere. Gli arrangiamenti, tra setosi fiati colmi di swing, sono strategicamente privi di archi, probabilmente per evitare inciampi in forme insidiose di stucchevolezza e per mantenere la sobrietà sonora che caratterizza questa incisione. La ritmica è trattenuta entro confini di assoluta discrezione, soprattutto per quello che riguarda la batteria, mentre il contrabbasso sembra passeggiare lungo certi asfalti notturni tra locali lounge ed automobili d’epoca. In effetti l’intero album pare uscire da una pellicola a colori slavati, tra gli scorci sognanti di una New York che non esiste più abitata da personaggi malinconici alla Woody Allen, smarriti tra Central Park e i jazz club dell’Upper West Side. L’ironia tagliente di alcune liriche, comunque mai cinica ma sempre affettuosamente teatrale, pare proprio ereditare quella vena alleniana dove anche l’amore è un pretesto per filosofeggiare e ballare in bilico tra speranza sognante e disincanto, dove la nostalgia pare essere il vero motore emotivo di questa musica. La forza di West of Broadway non sta nel voler reinventare il jazz del passato né nel cercare a tutti i costi di rivitalizzarne qualche aspetto che possa rientrare in una plausibile quadratura contemporanea. L’album, in fondo, parla d’altro. È un lavoro che si muove con passo leggero, quasi da commedia romantica, dove tutto appare fallibile e conserva qualcosa di radicalmente umano, come la capacità di dire tutto e il suo contrario con un sorriso, di accarezzare il dolore e lasciarlo andare per la propria strada. Rachael & Vilray sembrano convincerci che questo album sia qualcosa di più che una cartolina di un tempo che non è mai interamente esistito, forse, se non nella nostra fantasia. Accanto a questa coppia si muove un sestetto di strumentisti raffinati ed essenziali come il vibrafonista-xilofonista-pianista Warren Wolf – vedi qui – il sassofonista Steve Wilson – che abbiamo già conosciuto in Off Topic riguardo all’album di Miho Hazama m-Unit del 2023 Beyond Orbits, leggi qui, ma che è forse più noto per le sue collaborazioni con Chick Corea e Christian McBride – il clarinettista-sassofonista Jay Pattman, il trombonista Adam Dotson, il bassista Nearl Miner e il mitico batterista John Riley che milita tuttora nella Vanguard Jazz Orchestra ma che vanta collaborazioni con Miles Davis e Dizzy Gillespie. C’è inoltre un cameo del comico e conduttore Stephen Colbert, che ha ereditato la conduzione di quel The Late Show che fu già di David Letterman. Dei dieci brani che costituiscono l’album, nove sono stati scritti da Vilray. E forse il modo giusto per apprezzare l’ascolto di questo lavoro ce lo suggerisce la stessa Rachael “…Ci sono così tante immagini nei testi e penso che un modo divertente per ascoltare il disco sarebbe fare una passeggiata e lasciare che le canzoni si svolgano come un piccolo film nella propria mente…” [Fonte: Darryl Sterdan da Tinnitist 31/07/25].

Si comincia con Forever Never Lasts, una canzone deliziosa che narra di un’amore così tenace da continuare anche dopo un divorzio. Uno schizzo di swing che sembra allungarsi in uno standard che non lo è, riconoscendo invece la scrittura fresca di Blair Bolles. La sequenza di brevi e intensi assoli comincia dal trombone, per poi duettare con il sax contralto e quindi accogliere dialetticamente il vibrafono che s’inserisce tra queste due strumenti a fiato. La rete ritmica è magnifica nella sua semplicità e la chitarra scivola tra le parti strumentali con una punteggiatura non invadente. Is It Jim si raccoglie attorno ad un testo quasi dadaista, in cui una donna abbandonata mitiga il proprio dolore fantasticando sull’eventuale trasformazione del partner in un animale. Si tratta quindi di un blues tirato a swing, sghembo dal punto di vista testuale ma tutt’altro che traballante in senso musicale. Ancora il trombone in evidenza, seguito dall’accoppiata sax baritono e clarino. La voce della Price è brillante, con una timbrica sempre ben focalizzata.

My Key to Gramercy Park si concentra su un parco privato di New York, cintato e chiuso da una chiave accessibile solo ai residenti dell’elegante quartiere che vi si sviluppa attorno. La canzone è velenosa e si concentra sulla diffidenza di chi possiede il pass e teme di essere derubato da chi non ce l’ha. Incipit retto dal vibrafono e dagli accordi secchi e precisi della chitarra. Sembra una song estratta da un musical ma sappiamo che invece è tutta farina del sacco di Blair Bolles. Stupendo ed elegante l’assolo di Wolf al vibrafono, così pure il tocco di sax baritono in solitudine di Wilson. C’è anche spazio per un piccolo trait d’union della chitarra che lega la fine della parte strumentale con la ripresa del canto della Price. Lookin’ at You, I Forgot naviga oltre il primo minuto con la sola strumentazione per poi ceder passo alla voce, questa volta di Blair Bolles, che racconta le difficoltà di espressione verbale del personaggio di questo pezzo. Due gli assoli da rimarcare, quello del clarino e del sax baritono che vanno a terminare con il fischio dello stesso Autore. The Stuff è un brano quasi cabarettistico affidato alla voce della Price con un testo spiritoso “…Parliamo dei pericoli della luce. Questo bar è per metà fluorescente, per metà oscuro. Perché lo sopportiamo, ragazze? Vi mancano i luccichii degli occhi ma si vedono le rughe, questo è certo!”. La parte strumentale è stigmatizzata da un assolo pieno di humor da parte dello xilofono e da un breve frammento di contrabbasso ma sarebbe ingiusto non considerare la raffinatezza dell’arrangiamento in toto. Closer fa un po’ il verso alle cantanti bianche del jazz anni ’50, con una melodia immersa in un clima da pop-ballad nobilitata dal bell’intreccio tra chitarra e vibrafono, dal quale emergono sia il trombone di Dotson che il clarino – veramente stupendo – di Pattman, entrambi destinati ad inglobarsi poi all’interno dell’arrangiamento complessivo. Finale giocato tra voce, chitarra e un pastoso contrabbasso. Love Comes Around recupera l’arma vincente dello swing, impegnandosi in un jazz apparentemente disimpegnato, ma dentro il quale svettano gli assoli di agguerrita intensità del trombone, del vibrafono e soprattutto del sax contralto dove Wilson offre il meglio di sé stesso. Ma come ho già sottolineato in precedenza è l’insieme strumentale, guidato da un arrangiamento perfetto ad essere il costante discrimine in un album come questo. Off Broadway ci porta in linea con l’insospettabile calore della voce di Colbert a tu per tu col piano – finalmente apparso – di Wolf. Il testo è una satira sui quei newyorkesi un po’ snob che non frequentano Broadway né del resto Time Square per non incontrare turisti. La musica s’irrobustisce non solo per la struttura melodica, orecchiabilmente assassina, ma anche per il mirabile dialogo tra i fiati che sconfina nel dixie. To Change è forse il brano più debole, condotto da Blair Bolles con un’intonazione a metà tra Chet Baker e Sinatra. Si tratta di una love song un po’ sdolcinata rispetto alla linea seguita fino a questo momento ed appare effettivamente troppo elaborata, pur conservando una sua ineludibile dignità. L’ultimo brano, Manhattan Serenade, è l’unico non composto da Blair Bolles ma è la rivisitazione di un motivo degli anni ’20, inizialmente solo musicale scritto da Louis Alter e che vent’anni dopo fu completato con il testo da Harold Adamson. Un piccolo gioiellino dall’aria veramente retrò in cui spicca la relazione chitarra-vibrafono.

Woody Allen e F. Scott Fitzgerald sono entrambi già implicitamente presenti nelle atmosfere dell’album: Allen per la sua New York nostalgica e jazzata, Fitzgerald per l’idea romantica e decadente di un’America sognata e poi perduta. West of Broadway non è un album per cuori induriti ma è fatto per chi crede ancora nelle belle melodie, negli arrangiamenti professionali e raffinati, nelle voci gradevoli e in un mondo probabilmente celebrato più nel cinema e in letteratura che non nella realtà. Rachael & Villray, dal canto loro, sono in grado di portarci tranquillamente via, oltre l’ultima fermata del tram, magari per un’altra sigaretta sulle scale antincendio di una città immaginaria.

Tracklist:
01. Forever Never Lasts (3:08)
02. Is it Jim? (3:38)
03. My Key to Gramercy Park (3:31)
04. Lookin’ at You, I Forgot (3:59)
05. The Stuff (2:54)
06. Closer (5:31)
07. Love Comes Around (4:19)
08. Off Broadway (3:23)
09. To Change (3:03)
10. Manhattan Serenade (3:12)

Photo © Shervin Lainez

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