L I V E – R E P O R T


Articolo di Alessandro Tacconi, immagini sonore © Daniela Pontello

Uno dei concerti più attesi, che va a chiudere in gran spolvero la rassegna JazzMi 2025, è il concerto di Shabaka presso la sala Verdi del Conservatorio di Milano domenica 9 novembre alle 21:00. Ad aprire la serata è il giovane pianista Thomas Umbaca, che ha proposto una serie di composizioni originali. Gli arrangiamenti sono sospesi e delicati, le vocalizzazioni, grazie a una loop station, e le luci di sala mezze abbassate, hanno reso il suo intervento emozionante e molto intimo. Prima dell’ultimo brano, Umbaca ha ricordato gli anni da studente trascorsi presso questo storico luogo milanese, e i concerti visti proprio nella sala in cui, con un po’ di emozione, sta suonando prima di un artista tanto celebre.

Dolenti note (da subito!). L’accesso alla sala durante la sua esibizione avrebbe richiesto una maggiore discrezione e rispetto da parte del pubblico milanese, che invece chiacchierava senza curarsi di quello che avveniva sul palco. Inoltre ricordarsi di abbassare la suoneria avrebbe richiesto un ulteriore titanico impegno da parte della nostra memoria.

Il concerto della guest star è durata un’ora e mezza. Shabaka Akua Lumumba Kamau Iyapo Hutchings, al secolo Shabaka, è un musicista britannico. Nel corso degli anni ha dato vita a progetti molto interessanti, che sono stati apprezzati dalla critica e dal pubblico: Shabaka and the Ancestors (qui la recensione), Sons of Kemet e The Comet Is Coming (qui un’altra). Questi lavori hanno contributo a rilanciare e ampliare il concetto e il sound dell’afrobeat e del cosmic jazz 2.0.

Ricerca sonora e identità con la terra d’origine africana sono alla base di queste scelte musicali, che si declinano da sempre in modo radicale. Proprio questa ricerca ha spinto negli ultimi anni Shabaka a studiare e approfondire il suono del flauto. Durante il concerto, il musicista ha utilizzato sia flauti in metallo che in legno di diverse forme e dimensioni e anche il clarino. Questi strumenti sono il cuore del suo ultimo lavoro, Perceive its Beauty, Acknowledge its Grace (qui la recensione), che spostava la ricerca su di un campo più interiore e meditativo.

Shabaka siede sul palco dietro un banco su cui vi sono alcune console, che gli permettono di creare universi dilatati e sconfinati, entro cui si muove con una sorprendente libertà. Crea un perfetto equilibrio tra il suono naturale degli strumenti a fiato e le architetture elettroniche, che non sono mai un mero orpello sonoro, né un sottofondo.   

“Il suono deve giungere nel modo più puro possibile” sembra dirci il musicista britannico. Tutti i brani non si concedono mai il lusso della ripetizione. Stupisce la continua ricerca ed esposizione di soluzioni melodiche e armoniche, per uno strumento che non sembra avere una gamma espressiva così ampia, eppure… I sassofonisti di solito impiegano il flauto in qualche brano, raramente lo utilizzano come strumento principale di una ricerca davvero interessante. Shabaka ha accettato la sfida a partire da una profonda esigenza personale, una ricerca spirituale che lo ha portato verso questo strumento.

Il concerto si è giovato di un setting di luci che hanno contribuito alla creazione di un’atmosfera molto raccolta e intima. L’applauso finale della platea, dopo il bis a Shabaka e al “cauto chitarrista” – Dave Okumu – che lo ha accompagnato durante il concerto, è stata la migliore chiusura possibile di JAZZMi 2025.

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