I N T E R V I S T A
Articolo di Paola Tieppo e James Cook
Karu, termine swahili per indicare il caos, è il progetto ideato dal contrabbassista Alberto Brutti, ispirato a un personaggio mitologico capace di “guarire” attraverso la musica. Le sue composizioni uniscono contrabbasso, sax ed elettronica in un linguaggio personale sostenuto da un forte impatto ritmico e da atmosfere scure e suggestive. Cristiano Pomante è compositore, percussionista e vibrafonista. Il suo lavoro è incentrato sul legame tra gesto strumentale ed elaborazione sonora, con l’obiettivo di integrare strumenti acustici, elettronica e linguaggi multimediali. Il loro incontro, durante una residenza creativa, ha fatto nascere l’esigenza di una collaborazione, dove l’improvvisazione è diventata campo di esplorazione e dialogo, il confronto quotidiano ha sviluppato un linguaggio comune nel quale si sono ascoltati reciprocamente ed hanno creato uno spazio in cui spontaneità e forma si influenzano a vicenda. Il 27 febbraio al Rosetum Jazz Festival potremo assistere alla prima esibizione assoluta del duo, tra contrabbasso, percussioni, pianoforte ed elettronica, dove il suono nascerà in tempo reale e i confini tra acustico e digitale si dissolveranno. Off Topic segue da tempo i relativi percorsi (leggi qui e qui) e, per capire meglio la loro storia e le loro aspettative per il presente ed il futuro, li ha intervistati.

Volete raccontarci della vostra formazione musicale? Da quale strumento siete stati inizialmente attratti e a quali altri vi ha condotto?
Cristiano: Ho avuto una formazione prevalentemente classico-accademica, culminata con un diploma in strumenti a percussione al Conservatorio di Pescara e uno in composizione alla Scuola Civica di Milano. Non mi sono mai allontanato troppo dal mondo delle percussioni, con la particolarità che negli ultimi anni la composizione ha preso spazio, diventando a tutti gli effetti un altro “strumento” in senso creativo.
Karu: Sono cresciuto in una famiglia in cui la musica faceva parte della quotidianità: tra fratello e cugini siamo tutti musicisti e da bambini trasformavamo oggetti di casa in strumenti improvvisati. A quattordici anni ho iniziato a suonare il basso elettrico con Arturo Grilli, studiando alla scuola Mus.E di Francesco Ghezzi, dove l’esperienza della big band mi ha permesso di esplorare molti linguaggi musicali. A diciannove anni mi sono trasferito a Roma per studiare contrabbasso al Conservatorio Santa Cecilia: l’incontro con il contrabbassista Roberto Pomili fu decisivo, perché rimasi colpito dalla potenza e dall’eleganza del suono dello strumento. In seguito ho approfondito soprattutto il jazz e, trasferitomi nell’area milanese, mi sono specializzato in musica elettronica al Conservatorio di Como. Negli ultimi anni la mia ricerca si è concentrata molto sul rapporto tra suono acustico ed elaborazione elettronica.
Quali sono stati e quali sono attualmente i vostri riferimenti musicali? Hanno influito di più sulla tecnica o sulla composizione?
C: I miei riferimenti sono stati molti e variegati, influenzando entrambi gli ambiti. Per quanto riguarda la tecnica strumentale, senz’altro la scuola Napoletana di percussioni del M° Buonomo dalla quale arrivo e che approfitto per ricordare vista la sua recente scomparsa. A lui e la sua famiglia si deve la storia di questi strumenti in Italia e la formazione di alcuni dei più importanti professionisti che oggi abbiamo nelle nostre orchestre e non solo. Sul fronte compositivo, le influenze sono state moltissime e continuano a evolversi; per citarne alcuni: Xenakis, Bartók, Grisey, Sciarrino, Lachenmann e Romitelli.
K: I miei riferimenti principali sono stati e restano artisti afroamericani. A sedici anni ascoltai per la prima volta Voodoo di D’Angelo, e fu una rivelazione: un linguaggio profondo e dannatamente sensuale che mi spinse ad approfondire l’hip hop di J Dilla, MF DOOM, A Tribe Called Quest e Madlib; il funk di James Brown e Sly & The Family Stone; il soul di Nina Simone; la spiritualità dei Coltrane; e il free jazz di Ornette Coleman e dell’Art Ensemble of Chicago. Un disco che ha influenzato profondamente la mia musica e la mia persona è sicuramente The Black Saint and the Sinner Lady di Charles Mingus. Un disco che ancora oggi conserva un fascino e una modernità di linguaggio unici: una suite in quattro movimenti che mi illumina nelle giornate più buie.

Parlateci delle vostre esperienze e collaborazioni più significative…
C: Senza dubbio tutte quelle esperienze che, nella loro semplicità e purezza, mi hanno permesso di capire qualcosa in più su me stesso e su chi ho avuto il piacere di incontrare nel mio cammino. Quella con Alberto è certamente una di queste.
K: Un momento decisivo è stato l’incontro con i musicisti che sarebbero poi diventati membri del mio progetto: Andrea Di Nicolantonio, Cristiano Amici e Mario D’Alfonso. Ricordo i viaggi da Roma a Pescara per suonare insieme e quella sensazione di scoperta che ancora oggi ritrovo quando lavoriamo in studio. Un altro incontro fondamentale è stato quello con Silvia Bolognesi durante una residenza artistica, la stessa in cui ho conosciuto Cristiano Pomante: attraverso le sue lezioni e i suoi racconti di musicisti straordinari si è aperto per me un nuovo modo di pensare la musica. La sua genuinità e spontaneità continuano a essere una fonte di ispirazione e soprattutto devo a lei l’incontro con Cri.
A proposito della residenza artistica… dove e quando? Cosa vi ha spinti ad una collaborazione?
C: Sì, ci siamo conosciuti all’interno di un progetto sull’improvvisazione elettroacustica chiamato Derby Elettrico, presso la “Fondazione Teatro Regio di Parma”. A spingerci è stata una grande affinità performativa, legata a un modo comune di vivere la musica come momento di incontro, ascolto e rispetto reciproco.
K: Il progetto prevedeva la partecipazione di tre squadre condotte da Silvia Bolognesi, Francesco Giomi e Walter Prati. Io e Cristiano siamo stati selezionati da Silvia insieme ai musicisti Milena Punzi (con la quale condivido il duo Rime D’arco), Leonardo Vita e Margherita Parenti: è stata un’esperienza davvero meravigliosa. Durante questa residenza abbiamo scoperto di avere un’amica in comune, molto nota anche a voi: Carolina Zarrilli (Rosetum Jazz Festival). Una coincidenza bellissima, tanto che abbiamo partecipato agli stessi eventi condotti da Carolina, ma in momenti diversi. Con Cristiano, oltre al fatto che è un musicista e compositore eccezionale, esiste un grande rapporto umano: è una persona molto profonda e questo ha permesso la creazione di un dialogo musicale fluido e inaspettato. Oltre a essere, sicuramente, grandi fan delle tagliatelle!

Il Rosetum Jazz Festival segnerà il vostro debutto in duo… vorreste anticiparci qualcosa su ciò che ci aspetta?
K: Con Cri abbiamo lavorato molto sulla timbrica dei nostri strumenti. Ci accomuna proprio la ricerca di nuove atmosfere sonore: i nostri background, per quanto simili, presentano sfumature differenti che si sono fuse in qualcosa di cui siamo molto soddisfatti. Sarà un’esperienza immersiva e in
continua trasformazione: momenti di improvvisazione si alterneranno a strutture più definite, creando un flusso dinamico in cui il suono prenderà forma in tempo reale.
C: Un set unico in cui dialogheremo tra musica scritta e improvvisazione, seguendo la scia delle elaborazioni elettroacustiche dei nostri strumenti. Sarà un flusso di coscienza alla ricerca di spazi, silenzi, attese e momenti di forte tensione.
Pensate che questo sia solo l’inizio di un progetto comune? Prevedete altre date e magari un disco? A proposito cosa ne pensate dello stato attuale della fruizione della musica, fra ‘solida’ e ‘liquida’?
C: Sento una forte sintonia con Alberto e vorremmo che questo progetto proseguisse. Non sappiamo ancora in che forma; per il momento ci limitiamo ad ascoltare la musica che abbiamo dentro per farla uscire al meglio. Riguardo alla fruizione odierna, faccio fatica a parlarne in termini positivi: l’ascolto della maggior parte delle persone mi sembra spesso il frutto di una “non scelta”, dettata da mancanza di spirito critico e dalla pressione o repressione massiva esercitata dai social network.
K: C’è sicuramente l’idea di portare avanti il progetto: il legame umano e musicale che ci unisce rende naturale la continuità di queste esperienze. Per quanto riguarda la seconda domanda, viviamo un paradosso: l’accesso immediato a tutto è un privilegio straordinario, ma può favorire un ascolto distratto e frammentato. Non demonizzo lo streaming, ma credo sia importante affiancarlo a forme più consapevoli e sostenibili, capaci di rafforzare il rapporto tra artista e ascoltatore. Personalmente resto molto legato anche al supporto fisico e a un ascolto lento e intenzionale. Ho trovato molto significativo Smania, l’evento bolognese organizzato da Jonathan Clancy, dedicato alle etichette indipendenti, dove è emerso quanto queste realtà affrontino oggi difficoltà strutturali ma continuino a rappresentare spazi fondamentali di ricerca e libertà espressiva. In fondo, più del mezzo conta lo spirito e l’attenzione che dedichiamo all’ascolto.

I vostri progetti individuali, invece, cosa riservano? Il pubblico estero vi attrae? Dove maggiormente amereste portare la vostra musica e perché?
C: Da diversi anni divido la mia attività tra composizione e performance dal vivo. Questo mi ha già portato a collaborare con ensemble, strumentisti e compositori in progetti di varia natura, sia in Italia che all’estero. Spero di poter continuare su questa strada nel miglior modo possibile, per molti anni ancora.
K: Sono in fase di chiusura del nuovo disco di Karu. Entro la fine dell’anno usciranno inoltre due release con progetti inediti: Silenzio Primo, con Jacopo Buda e Francesco Guerra (batterista dei Nadt Orchestra), per Black Sweat e Maple Death Records; Weekend With Friends, con Demetrio Cecchitelli, Mattia Bellei e Jacopo Buda, per Kohlhaas. Sto per realizzare un sogno: suonare in Africa. Ho sempre desiderato esplorare quei territori e a ottobre suonerò in Tunisia con il progetto di Laura Agnusdei. La prima data ufficiale del quartetto sarà il 5 marzo al Locomotiv di Bologna, con Edoardo Grisogani alle percussioni e Paolo Raineri alla tromba.
Purtroppo non stiamo vivendo un periodo storico molto felice. Cosa ne pensate dell’importanza della musica come mezzo di comunicazione ideologica? Vi tocca questo aspetto?
C: Non amo che la musica si intrecci troppo con la politica o con le strumentalizzazioni ideologiche. Preferisco parlare di “funzione sociale”: la capacità di spingere le persone a riflettere su questioni esistenziali a tutto tondo. In questo senso, la musica è sempre stata una rappresentazione della realtà e delle società in cui nasce.
K: Personalmente è un tema che mi tocca molto. In momenti storici come quello che stiamo vivendo, i musicisti hanno anche la responsabilità di diffondere consapevolezza e di non sottrarsi al ruolo di testimoni del presente. Non si può restare indifferenti davanti a tragedie umane come ciò che accade nella Striscia di Gaza, al conflitto arabo-israeliano o alla guerra civile in Sudan, uno dei conflitti oggi più dimenticati. La musica può contribuire a costruire coscienza critica e mantenere viva l’empatia: crea spazi di ascolto e incontro, mette in relazione culture diverse e dà voce a chi rischia di essere dimenticato. In questo senso diventa uno strumento di resistenza culturale e umana, capace di contrastare l’indifferenza. Credo sia importante che l’arte non si limiti all’intrattenimento, ma continui a interrogare il presente e a stimolare uno sguardo consapevole. Anche un concerto può diventare un luogo di condivisione e riflessione. Penso, ad esempio, al lavoro delle ragazze di Bologna for Palestine, che promuovono eventi e iniziative artistiche di sensibilizzazione: dimostrano come la cultura possa trasformarsi in uno strumento concreto di informazione e solidarietà.

Essere musicisti è una causa o una conseguenza della vostra sensibilità personale?
K: È una domanda complessa, perché credo che le due cose si nutrano a vicenda. Da un lato, una certa sensibilità ti avvicina naturalmente alla musica, spingendoti a esprimere emozioni e a trovare un linguaggio oltre le parole; dall’altro, il percorso musicale amplifica e modella questa sensibilità, insegnandoti ad ascoltare più profondamente te stesso, gli altri e ciò che ti circonda. Per me la musica è stata uno spazio capace di accogliere fragilità e inquietudini e trasformarle in qualcosa di condivisibile. Suonare significa entrare in relazione, sviluppare empatia e accettare l’imprevedibilità. Con il tempo ho capito che essere musicista non è solo una pratica artistica, ma un modo di stare al mondo: un processo continuo di ascolto e trasformazione, che mi ha permesso di diventare la persona che sono oggi, con tutte le complessità e le contraddizioni che questo comporta.
C: La musica è solo uno dei tanti mezzi che l’essere umano ha per esprimersi. Di per sé, rischia di diventare un contenitore vuoto se piegato all’egocentrismo o a un semplice strumento di potere per l’affermazione personale. Credo che ciò che conti davvero sia coltivare la propria bellezza interiore e ciò che la vita ci riserva di puro, per poi comunicarlo attraverso il mezzo che riteniamo più idoneo. Siamo tutti responsabili in questo senso.
C’è qualcosa che vorreste aggiungere, a conclusione di questa chiacchierata?
C: Nulla in particolare, desidero solo ringraziare voi e il Rosetum per lo spazio e l’attenzione che ci avete dedicato e tutti quelli che ci leggeranno e ascolteranno.
K: 27 febbraio, Capannone Rosetum: non mancate!
Photo 3, 5 © Unolab Studio, 6 © Filippo M. Gianfelice @ AFIJ




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