R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Non c’è dubbio che Kit Downes sia un talento fuori scala, così come penso che lo siano anche i suoi due compagni del trio Enemy, cioè il batterista James Maddren e il contrabbassista Petter Held, con i quali il pianista britannico ha inciso tre album compreso questo ultimo The Betrayal. Tre pubblicazioni con questa formazione, quindi, anche se il precedente Vermillion uscito l’anno scorso – leggi qui – non portava in copertina il nome del gruppo. Downes, oltre a misurarsi insieme ai due musicisti sopracitati, ha finora realizzato cinque dischi come titolare e un certo numero di registrazioni in veste di co-titolare, più varie collaborazioni estemporanee. Off Topic ha sempre apprezzato l’inventiva e il coraggio di questo pianista a cui ha dedicato, oltre alla recensione di Vermillion, altri due articoli che potete recuperare qui e qui. Ma questo ultimo lavoro accende alcuni interrogativi che riguardano non tanto le architetture inusuali dell’Autore, a cui siamo da tempo piacevolmente abituati, quanto il punto sulla sua situazione creativa attuale. Già il colore della copertina dell’album, uno stimolante rosso tra il carminio e il cremisi, si differenzia notevolmente dal precedente blu notturno di Vermillion e ciò sembra suggerire, in termini visivamente estetici, un possibile cambiamento nel senso stretto del contenuto musicale. Infatti il suono si è fatto più denso e robusto, sono state abbandonate le atmosfere rarefatte e meditative per immergersi in un clima instabile costituito da linee musicali molto cangianti, spesso caratterizzate da improvvise trasformazioni, cambi di rotta e ritorni ai primitivi schemi di partenza.

Il trio appare molto concentrato e sintonico ma un’onda di irrequietezza attraversa la musica di The Betrayal e questo lo si avverte soprattutto nella presenza di una ritmica molto nervosa, mutevole e con continui cambi di tempo. Tutto questo allude, in parte, ad un desiderio di ricerca privo di auto-indulgenze ma anche testimonia uno stato di temporanea insoddisfazione creativa in cui Downes sembra attualmente trovarsi. I brani dell’album sono piuttosto brevi, nessuno al di sopra di quattro minuti o poco più e molti paiono incedere in una personale forma di swing asimmetrico, una procedura a singhiozzo in cui i continui cambiamenti mantengono l’album in un costante stato di tensione. Alcuni sembrano pezzi poco più che appuntati, schizzi preparatori o addirittura pro-memoria per invenzioni future. Ecco, l’impressione è che questo disco sia un punto di transizione, una specie di piattaforma temporale sulla quale riordinare le idee dopo quindici anni di esperienze discografiche condotte ad alto livello. Si avverte molto la componente improvvisata, secondo me decisamente dominante rispetto alla scrittura. Del resto l’album è stato registrato, secondo le note stampa, nell’arco di 24 ore, quindi buona la prima, come si suol dire in questi casi. Nelle non frequenti parentesi melodiche – sono consapevole di rischiare l’eresia – avverto qualche influenza di gruppi come gli E.S.T o addirittura come i Bad Plus. E questo, da par suo, non aiuta a capire dove Downes abbia intenzione di dirigersi. Forse non ha nemmeno lui la piena consapevolezza della sua attuale posizione e, riferendomi sempre ad un estratto virgolettato dalle note stampa, egli stesso definisce l’album “un insieme di contraddizioni intenzionali e mutamenti di pelle”. Certo, senza ripensamenti né dubbi non ci può essere progresso ma quale potrà essere la futura linea intrapresa da questo pianista, per il momento, è difficile capirlo. Si avverte come le dita di Downes cerchino continuamente nuove note e se le tastiere dei pianoforti avessero anche i quarti di tono, sono sicuro che il musicista inglese tenterebbe di farli suonare. Non per far sfoggio di tecnicismi ma per cercare nuove costruzioni armoniche, territori vergini da esplorare e sui quali costruire, eventualmente, l’architettura della sua musica prossima ventura.
Il primo brano che incontriamo è un breve ma brillante Croydon Smash composto da Eldh. Una decisa introduzione a due tra batteria e contrabbasso si muove in un implacabile riff sulla cui base Downes imposta una corta melodia ripetitiva. Nonostante la sua brevità, il pezzo sviluppa un’enèrgheia assoluta, grazie al mordente di Maddren e dello stesso autore Eldh. In Hollywood Bypass si riconosce la mano creativa di Downes. Piovono dissonanze nell’ambito di una traccia melodica sui generis sulla quale il pianista mantiene il controllo fino al finale addolcito e quasi sommesso, marcato da un assolo di contrabbasso. La batteria vola sulla luna, è il caso di dirlo, visto i continui cambiamenti di tempo e le sospensioni tra una scarica di note pianistiche e l’altra. Ancora Eldh ci mette l’idea compositiva in Neglecting Number One che parte con qualche accordo disincantato di piano per poi agganciare una melodia quasi giocosa. C’è qualche eco elettronico abbinato alla tastiera mentre la ritmica fa il suo dovere e il piano sembra voler afferrare vecchi elementi dalla tradizione jazz, persino quella più romantica. Ma le scale di Downes, pur rimanendo in sintonia con una melodia che porta con sé un lontano sentore di stride, si arricchiscono di dissonanze e sembra vogliano seguire dei percorsi di fatto imprevedibili. I tre musicisti si stanno indubbiamente divertendo, almeno fino alla turbinosa Sun, dove l’improvvisazione regna sovrana per lo più nelle fasi iniziali. Il contrabbasso innesca una marcia superiore e Downes cerca di non essere da meno. Siamo di fronte al brano più free dell’album, con la presenza di qualche lontana influenza sudamericana ma l’impressione è che non si riesca ad agganciare una direzione chiara e che si proceda per tentativi, forse appuntando idee per il futuro. Comunque il livello tecnico, dobbiamo sottolinearlo, è spettacolare. Morfar Sixten è tra i brani migliori, a mio giudizio. Nonostante l’inizio si prospetti sulla falsariga del brano precedente, Downes ci costruisce sopra una bellissima melodia, naturalmente a suo modo, immettendovi qualche dissonanza al posto giusto ma senza eccedere e approfittando di una parte ritmica di notevole caratura. Con i Bad Plus nelle orecchie, almeno nelle mie, il brano procede fino all’improvvisazione pianistica che suona un contemporaneo be- bop con continui cambiamenti tonali e riaggiustamenti ritmici. Ottima prova del trio e buona composizione di Eldh. Ancora il contrabbassista risulta l’autore di Field dalla bella linea melodica, velatamente malinconica, che sotto le dita di Downes sembra sempre essere sul punto di disfarsi, salvo poi ricompattarsi in una sequenza di note addolcite, nonostante la fragorosa impetuosità di Maddren sui tamburi e sui piatti. Il brano viene giocato così, tra vuoti e pieni in alternanza e qualche spezzone elettronico in sovrapposizione. Ma quando sembra che tutto debba terminare, un demone coreico s’impossessa del trio modificandone radicalmente clima e senso attraverso un’inaspettata improvvisazione finale.
Close Up, di Downes, è il pezzo che sento più vicino al clima E.S.T con quel suo percorso lirico e un po’ enfatico, ad un sospiro di distanza dal romanticismo. Mi sembra uno tra i brani più completi, meglio realizzati e più strutturati dove Downes non s’inerpica tra le continue dissonanze e si trova a propendere per una musica dal respiro più ampio. EB lo si avverte attraverso un incipit che non ammette repliche in quanto contrabbasso e piano sono volubili e deflagranti. Il brano corre e rallenta, s’insabbia e si libera successivamente in una serie di passaggi in cui si nota il contributo percussivo di Maddren con i tempi che cambiano spesso e volentieri. Man mano che si procede nell’ascolto dei brani si scende progressivamente nell’Ade. Manipulate è forse il pezzo che non ci si aspetterebbe. Le note estremamente basse del piano sembrano campane cupe mentre contrabbasso e batteria non fanno nulla per lenire l’ansia. Poi interviene il piano con una progressione ascendente di note che sembrano liberare la traccia dal suo peso incombente. Durerà poco. Tutto si rabbuia di nuovo e francamente questa esecuzione appare poco più che abbozzata e un po’, se non del tutto, indecifrabile. Liability ci riporta verso una forma di jazz, decisamente free e molto dissonante. Tuttavia, rispetto al brano precedente, questa traccia appare più compiuta e delineata, con una componente ritmica molto ricca e variegata. I cambi di tonalità si susseguono con una certa frenesia fino alla coda finale in un dialogo a due tra batteria e contrabbasso. Croydon Shuffle insegue una certa linearità espressiva, almeno per quello che riguarda il piano, mentre la ritmica continua a frammentarsi e a ricomporsi in processi successivi. Poco prima della metà il piano traccia una curiosa linea melodica che potrebbe anche apparire in una certa misura orecchiabile, con quella vena ironica e un po’ surreale che la percorre. Tutto sommato Downes si mantiene nei ranghi di un assolo piuttosto canonico, molto ben realizzato e normalizzato, dati i criteri abituali in cui opera. In chiusura, Army of Three ci fa rientrare nell’ambito di un certo jazz pulito, persino post-bebop, con il piano impegnato in una serie di fraseggi che ricolloca il tutto all’ombra di un manierismo condiviso con tanti pianisti del nostro tempo.
Kit Downes vive la sua stagione di passaggio e come un Giano bifronte guarda all’indietro per poter gettare lo sguardo nel prossimo futuro. Perché è forte la sensazione che questo pianista sia arrivato ad un turning point da superare per poter intraprendere un cammino sempre più personalizzato. The Betrayal può essere considerato come un album esplosivo ed in effetti, per certi versi, lo è. Ma più che altro brilla di una combustione interna, vive di un’ipotesi situazionista che avverte la necessità di concretizzarsi in qualcosa di più tangibile e duraturo. Il fraseggio sanguigno che lo anima può essere l’espressione di un fuoco sotto la cenere che bisogna comunque attizzare con nuova legna, per farlo ardere come meriterebbe. Del resto, a quale tradimento allude Downes nel titolo del suo album, se non quello strategicamente condotto nei riguardi di sé stesso?
Tracklist:
01. Croydon Smash (1:58)
02. Hollywood Bypass (2:48)
03. Neglecting Number One (3:47)
04. Sun (3:07)
05. Morfar Sixten (4:07)
06. Fiend (4:11)
07. Close Up (3:00)
08. EB (1:42)
09. Manipulate (2:41)
10. Liability (2:13)
11. Croydon Shuffle (3:49)
12. Army Of Three (3:00)
Photo © Juliane Schutz



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