R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Chiariamo da subito tutti i dubbi legati all’omonimia. Ci sono due Avishai Cohen, per chi ancora non lo sapesse. Entrambi i musicisti sono israeliani, uno è un noto contrabbassista di cui Off Topic si è precedentemente occupata nel recensire Shifting Sands (2022) – puoi leggere qui. L’altro, l’artista al centro dell’odierna recensione, è un altrettanto conosciuto trombettista (fratello della clarinettista Anat Cohen) a cui Off Topic ha dedicato diversi articoli – leggi qui, qui e anche qui. Il titolo dell’album ECM che si trova ora oggetto del nostro interesse, Ashes to Gold, si lega simbolicamente ai tempi di guerra in cui lo stato di Israele si trova al momento coinvolto. Si fa in effetti riferimento alla suggestiva arte giapponese del kintsugi, cioè la ricostruzione di una ceramica frammentata incollandone i cocci con particolari lacche, lasciando evidenti le linee di frattura e ricoprendole con tratti visibili di polvere d’oro. Il commento dello stesso Cohen, al riguardo, appare piuttosto sconfortato, “...in un certo senso penso che sia lì che viviamo, sia la nostra realtà.” Come a dire che sì, c’è sempre speranza, ma il nostro destino è quello di essere riparati dopo essere stati infranti. Non sono un politico ma le osservazioni che mi pongo, presumo insieme a buona parte delle persone di questo mondo, riguardano la necessità della convivenza. In fondo si tratta di mantenersi integri prima di venire dispersi, anche se poi riassemblati con l’illusorio – e un po’ ipocrita – velo dorato a mascherare il dolore della perdita.


Amare è ritrovarsi”, affermava Freud e molto prima di lui l’Accademia Platonica ma purtroppo l’essere umano manca di ratio naturalis, incapace di comprendere appieno la propria e l’altrui natura. Questo album di Cohen è un lungo, doloroso e buio viaggio appena screziato di speranza che, si sa, è l’unica virtù a rimanere sul fondo del vaso di Pandora, analoga, per funzione, alla polvere d’oro del kintsugi. Il contenuto musicale di Ashes to Gold è una suite ufficialmente in cinque parti, anche se gli ultimi due brani, in modi e relazioni diverse, potrebbero parzialmente esserne inclusi. Si alternano diversi stati d’animo, lungo la direzione dei brani proposti, dai quali certamente la speranza non ne è esclusa ma il sentimento prevalente è l’inquietudine caratterizzata da una serie di movimenti ondosi che oscillano dal dubbio alla tristezza fino ad aprirsi in qualche sprazzo più luminoso. Fortunatamente Cohen si guarda bene da porsi nell’ottica dell’ecrasez l’infame, non si tratta qui di focalizzare un nemico né, per contro, di abbandonarsi ad un edonismo musicale compensatorio, ma di esprimere una nostalgia metafisica e simbolica per l’unità tra popoli di culture diverse. Concentrarsi, quindi, sull’integrità della ceramica prima della rottura. La scrittura dell’album è quasi frugale, condotta in un essenziale quartetto dove, a fianco della tromba, al flicorno e al flauto di Cohen, ci sono il pianoforte di Yonathan Avishai così come Barak Mori al contrabbasso e Ziv Ravitz alla batteria, tutti e tre già presenti nel precedente album dello stesso Cohen Naked Truth (2022). Frequenti sono le parentesi in cui si avvicendano duetti o trii a seconda delle circostanze o anche momentanee parentesi soliste, il tutto sotto il segno del katametron, cioè secondo misura e necessità. A quanto si legge nelle note stampa, la relazione tra il leader e il resto del gruppo è stata più collaborativa in senso strutturale che non in passato. Non s’è trattato, infatti, di costruire un arrangiamento su composizione data, ma di compartecipare mano a mano alla creazione di questa suite tanto che, afferma lo stesso Cohen, “…ogni colpo di batteria, ogni enfasi ritmica, ogni crescendo è stato discusso e definito.” Il risultato finale, lo si può intuire, è estremamente espressivo e punta maggiormente alla trasmissibilità emotiva del contenuto e non solo all’attenzione estetica dell’impianto sonoro.

La parte I della suite inizia in modo quasi arcadico. La Terra dell’Eden originario, prima della dolorosa caduta. Un flauto melodioso sorretto dagli accordi di piano e dal contrabbasso archettato che sfocia in una pastorale veduta panoramica, disegnata dalle scintillanti scale di pianoforte e dall’intervento di una tromba che pare squillare di gioia pura. Ma…al minuto 2′ e 45” qualcosa s’incrina. Il suono della tromba devia verso qualche nota sospettosa, inquieta, quasi incredula davanti ad un eventuale cambiamento. Passano pochi secondi e un accordo imponente di note gravi del pianoforte, sostenute dai colpi di tamburo e dei piatti, sembra quasi un’esplosione. Il quadro cambia, si succedono altre deflagrazioni con Avishai bravo a rendere tangibile la paura e l’insicurezza. Da lì in poi compaiono tamburi rullanti di guerra, la tromba si contorce nelle sue dissonanze e con dei drammatici glissati simula persino il fischio dei missili in caduta. Quando torna il flauto il paesaggio è cambiato, l’Eden è stato devastato. Il contrabbasso, col suo arco, si esprime come un lamento viscerale che pare provenire non tanto dagli uomini quanto dal sottosuolo della terra, esprimendo un dolore non più solo individuale ma universale.

La Parte II inizia ancora col contrabbasso, sempre suonato con l’archetto, impegnato in una lenta scala minore discendente che pare non doversi fermare mai. Una mesta meditazione sulle ceneri, quando ancora la ricostruzione sembra molto lontana dal realizzarsi. Il brano procede rarefatto, pensosamente triste, tra subitanee note di pianoforte e la tromba che manda richiami pieni di echi. La batteria insiste sui colpi di tamburo, come fossero esplosioni provenienti da un orizzonte non poi così lontano. La Parte III è pregna di malinconia, con un contrabbasso pizzicato che pare cantare una melodia con qualche nota speranzosa, posata sul fondo dell’anima. Più o meno la stessa melodia viene ripresa dal flicorno di Cohen. I tamburi, questa volta, segnano il passo delle persone che s’aggirano in un paesaggio che non è più il loro. La Parte IV, breve rispetto alle precedenti, è affidata inizialmente alle dissonanze del pianoforte. Ritorna il flauto che però porta con sé non tanto la spensieratezza delle fasi iniziali della Parte I, quanto una serie di riflessioni, rimarcate dalle lunghe note del contrabbasso, forse appunti di domande senza risposte soddisfacenti. La Parte V comincia con un veloce arpeggio di pianoforte quasi impressionista con vario spostamento dei centri tonali su cui plana la tromba e successivamente contrabbasso e percussioni. Il clima sembra rasserenarsi ma con riserva, nonostante la melodia delicata trascritta dal piano di Yonathan Avishai. Gli strumenti si succedono quasi in corsa, in un mutamento continuo di stati d’animo. Il turbamento s’appoggia su una tromba ansiogena che sale e scende dinamicamente, a tratti agitata dai toni sordi dei tamburi, ma il cui soliloquio finale ha in sé almeno la volontà di un desiderio di pacificazione. Segue, a suite terminata, un rifacimento interessante dell’Adagio Assai – dal concerto per pianoforte (e orchestra) in Sol maggiore di Ravel. Questo lavoro del grande compositore francese fu scritto nel 1929, l’anno dopo il suo viaggio negli Stati Uniti. Risente fortemente delle influenze che vengono dal jazz, soprattutto nel primo movimento, dove non è difficile percepire sia l’ombra di Gershwin che qualche accento di blues. Il secondo movimento qui proposto, con la traccia melodica sostenuta dalla tromba e l’accompagnamento del contrabbasso, sostituisce inizialmente la parte riservata al solo piano. Nella seconda parte, al posto della comparsa orchestrale, entrano pianoforte e batteria. La bellezza originaria della composizione non solo viene salvaguardata, ma il tocco ritmico ne tratteggia delle sfumature insolite e inaspettate. The Seventh è l’ultimo brano dell’album, una traccia composta dalla figlia di Cohen e che comunque non fatica ad inserirsi nella precedente suite, anche se ufficialmente non ne fa parte. Il tono generale si fa meno scuro, si lascia il compito alla sensibilità della giovane Amalia di creare una sorta di gospel dai tratti malinconici ma non rassegnati. Pianoforte in spolvero, forse nel suo intervento più lirico di tutto l’album.

Occorre una grande fiducia nel potere della musica, anche attraverso la complicata bellezza di questo lavoro, per non farsi annientare dai giorni difficili di un conflitto che si trascina da un’eternità. Cohen e sodali hanno incollato i loro frammenti mettendoci tutto l’oro che possedevano. La ceramica è stata riparata ma sono gli animi la cosa più difficile da ricostruire. L’effusione melodica di Ashes to Gold e le sue note di inquietante malinconia, raccontano un jazz d’autore in un procedere labirintico di stati d’animo, giocoforza coinvolti nel rituale arcaico della violenza umana.

Tracklist:
01. Part I (9:18)
02. Part II (6:44)
03. Part III (3:35)
04. Part IV(2:12)
05. Part V(10:25)
06. Adagio assai (from Ravel’s Piano Concerto in G Major) (7:56)
07. The Seventh (3:18)


Photo © Daniella Feijoo

 

 

 


 

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